La verità del fiammifero: Il caso Spotlight

11/03/2016 di Emanuele Bucci

L’opera premio Oscar di Tom McCarthy racconta il lavoro dei giornalisti che scoperchiarono lo scandalo dei preti pedofili a Boston: un film che sfrutta al meglio il linguaggio del cinema per costruire un affresco sui dilemmi che comporta ogni ricerca della verità.

Esiste un cinema che fa giornalismo: visualizza i fatti mentre accadono, oppure li rappresenta e li rievoca, comunque ne fa i materiali per la sua narrazione. Esiste, invece, un cinema molto diverso, quello che racconta il giornalismo, che non svolge inchieste ma di grandi inchieste narra come sono state realizzate e chi ha indagato, ordinato ed esposto gli eventi. Il caso Spotlight, Oscar 2016 per il miglior film, appartiene a questo secondo genere, e guai a confonderlo col primo, si resterebbe delusi: la ricostruzione del regista Tom McCarthy non vuole raccontare (non direttamente, almeno) la storia di una città, Boston, dove per decenni quasi cento sacerdoti cattolici hanno perpetrato abusi sessuali ai danni di minori; dove i colpevoli sono stati coperti dagli esponenti delle alte gerarchie ecclesiastiche locali, mentre le vittime erano indotte al silenzio. Questi fatti sono già stati riportati, nei primi anni duemila, proprio da quel “Team Spotlight”, la squadra di redattori del Boston Globe specializzata in lavori d’inchiesta, che dà il titolo al film. Se volete sapere cosa è successo tra i cattolici di Boston in quei decenni, un quadro più chiaro, esauriente e tragicamente dettagliato ve lo daranno gli articoli del Globe, giustamente raccolti e tradotti in volume come esempio di straordinaria narrazione giornalistica.

Ma se vi interessa una rappresentazione, non tanto dei fatti (bambini e sacerdoti compaiono, tutto sommato, in poche inquadrature) ma degli operatori d’informazione dietro la ricostruzione di quegli eventi, Il caso Spotlight non vi deluderà. Non solo: un film come questo dimostra che il cinema è il linguaggio ideale per narrare non la verità, ma la difficile ricerca della verità, i dilemmi e i drammi intrinsecamente legati a questa ricerca. Focalizzarsi su chi cerca di scoprire e scrivere una storia, piuttosto che sulla storia stessa, è di sicuro una scelta rischiosa, almeno dal punto di vista dell’impatto presso il pubblico. Infatti Il caso Spotlight non è un film facile da seguire, e non è detto che venga apprezzato dai suoi spettatori: si tratta di un’opera che, nella sua struttura narrativa, richiede uno sforzo di concentrazione che rispecchia il percorso degli stessi giornalisti nella realizzazione dell’inchiesta. Un percorso tortuoso, ramificato, intricato come lo è una storia fatta di dettagli, di mille storie particolari, ognuna delle quali però deve anche essere inserita coerentemente in un quadro più grande, perché la vicenda emerga nella sua reale portata. Non è facile, nemmeno per gli spettatori, seguire il ritmo di un’indagine come questa.

E però l’impegno richiesto paga, e ciò vale per i reporter come per il pubblico. Perché emerge un affresco serrato, asciutto ed emozionante, di quante e quali possano essere le difficoltà, le asprezze e anche le contraddizioni, di chi (giornalista, ma non solo) si mette in gioco per ricercare una verità. I reporter ne escono tutt’altro che facilmente e banalmente mitizzati, ma ne viene valorizzata quella fede laica nella verità che li rende le perfette antitesi degli ecclesiastici corrotti e omertosi; e questo proprio nella dialettica di sorprendenti analogie e profonde differenze tra gli uni e gli altri: questi redattori di Spotlight sono tutti o quasi di formazione cattolica e tutti o quasi legati alla città di Boston, proprio come i religiosi su cui indagano; e soprattutto, svolgono anch’essi la funzione di confessori, instaurano un rapporto confidenziale con le fonti per spingerle a condividere il segreto più intimo, quello del passato di abusi che va rivelato fin nei dettagli più atroci perché non ne venga edulcorato e minimizzato l’orrore. Ma si tratta di una confessione dal valore totalmente ribaltato rispetto a quella pervertita e strumentalizzata dai sacerdoti aguzzini; una confessione non più usata come mezzo manipolatorio per vincolare giovani menti al silenzio sui crimini commessi, ma come passaggio necessario per far emergere pubblicamente la realtà di quei crimini.

La strada di questi missionari della verità esige davvero uno slancio di fede perché essa porti a un risultato anche piccolo: questa la fondamentale tesi del film; ed è nel racconto di questo cammino impervio che il regista gioca le sue migliori carte anche sul piano del linguaggio cinematografico. Da un lato, infatti, abbiamo una scrittura filmica classica, pulita, rigorosa, perfetto corrispettivo in immagini audiovisive della prosa giornalistica in cui si esprime l’inchiesta. L’immagine più efficace ed emblematica in questo senso è un totale della redazione di Spotlight: i quattro membri al lavoro sono disposti ciascuno a una certa distanza in modo geometrico, secondo la direzione di due diagonali che convergono in fondo verso il caporedattore Michael Keaton; un piano significativamente riproposto in chiusura del film, a rappresentare sia il modo di lavorare dei reporter, sia quello analogo degli attori che li interpretano: un concerto dove ogni giornalista segue un diverso rivolo della storia, che dovrà poi confluire al punto giusto nella sintesi finale, così come ogni attore ha sequenze incentrate sul proprio personaggio, ma sempre in equilibrio perfetto con gli altri, in armonia con la coralità della narrazione.

Dalla parte opposta, invece, dietro l’ordine e la limpidezza della scrittura per immagini, si sviluppa per contrasto il movimento accidentato nel groviglio spinoso, sporco e oscuro della realtà. La ricerca della verità non è rappresentata come un cammino lineare svolto nel più assoluto distacco professionale: è invece frustrante come accendere la debole luce di un fiammifero in una stanza immensa, antica e buia, senza avere altro che quella scintilla per orientarsi. È una ricerca che impone a chi la opera di rimettere in discussione se stessi: il rapporto con la città, con le istituzioni in cui si è cresciuti; persino con la propria famiglia, nel caso della reporter Rachel McAdams che, destabilizzata dalle verità dell’inchiesta, non riesce più ad accompagnare la nonna praticante in chiesa. Quando non ci sono radici personali che turbino il cammino è perché si è già scelta la solitudine come parte necessaria della vocazione a far bene il proprio lavoro: è il caso dei due outsider, il neodirettore del Globe Liev Schreiber e l’avvocato difensore delle vittime Stanley Tucci; l’uno ebreo e l’altro armeno in un contesto locale dove l’egemone Chiesa Cattolica manovra procuratori distrettuali e fa sparire documenti pubblici dai tribunali dello Stato.

Una ricerca fatta non solo di telefoni appesi, porte sbattute in faccia, minacce e pressioni più o meno esplicite dall’esterno, ma anche di conflitti interni: il primo e più insidioso nemico di chi cerca la verità è, paradossalmente, se stesso. Non solo per i disaccordi tra reporter, caporedattori e direttori su come procedere, su quando e quanto pubblicare; ma anche per la debolezza umana del non vedere (o non voler vedere) fatti che sono (ed erano) davanti agli occhi. Alla fine, il peso della verità fa sentire chi l’ha scoperta quasi colpevole, malgrado tutto: il caporedattore Keaton deve ammettere di aver già avuto a disposizione molti pezzi di quel puzzle anni addietro, ma non aveva intuito la verità che li connetteva, o forse una parte di lui non aveva avuto il coraggio di farlo.

Ed ecco allora che il cinema, in questo discorso sulla difficilissima ricerca della verità, emerge come arte privilegiata: perché la ricerca della verità è prima di tutto un esercizio di visione, di osservazione. Bisogna osservare nel modo giusto il singolo elemento, per comprenderne il valore oltre le apparenze e le circostanze che distraggono; ma bisogna anche passare, in un montaggio “cinematografico”, dal particolare al totale, perché non ci si perda nei dettagli trascurando l’insieme (si deve arrivare al “sistema”, non basta denunciare il singolo abuso, insiste il direttore Schreiber con i redattori). E che il cinema sia l’arte migliore per affrontare questi problemi legati alla ricerca, dunque alla visione, della verità, lo dimostra un altro piano estremamente significativo del film: un totale che raffigura Rachel McAdams e una vittima ormai adulta, in modo da offrire una visuale complessiva dell’ambiente in cui sono inseriti; vale a dire, un parco verde pieno di bambini, e sullo sfondo, di fronte a loro, il profilo di una chiesa, tanto alta e imponente da non poter essere contenuta interamente entro i limiti dell’inquadratura. Il dramma particolare e quello complessivo: entrambi nella stessa immagine, e il fiammifero acceso comincia a rischiarare l’oscurità dell’insieme.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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