La vendetta di un uomo tranquillo: il thriller secondo Arévalo

22/04/2017 di Emanuele Bucci

Il regista e sceneggiatore Raúl Arévalo esordisce con un film teso e incisivo, dove ingredienti del thriller si incontrano con soluzioni personali che valorizzano appieno sia l’ambientazione nella Spagna contemporanea sia il potenziale tragico e dialettico del genere di riferimento.

Vendetta uomo tranquillo

Cosa spinge José (Antonio de la Torre), uomo solitario e taciturno, borghese più che benestante, proprietario di diverse case a Madrid e dintorni, a frequentare quotidianamente il bar di un quartiere molto meno agiato della città? E a conoscere in modo sempre più intimo Ana (Ruth Diaz), la proprietaria del bar, moglie di Curro (Luis Callejo), in carcere da otto anni per la rapina finita male a una gioielleria, e ormai prossimo ad uscire di prigione? Sarà che José è semplicemente un tipo «strano», come ci suggerisce e si suggerisce Ana. Ma c’è dell’altro: e, come scopriamo ben presto, le vie che hanno spinto José nel mondo di Ana sono molto meno casuali, e assai più fosche, di quanto inizialmente avremmo potuto credere. Al centro, come causa e conseguenza del pericoloso triangolo, c’è quella «vendetta di un uomo tranquillo» che dà il titolo italiano all’opera prima del regista spagnolo Raúl Arévalo. L’uomo (apparentemente) tranquillo José, infatti, ha un segreto e implacabile obiettivo: farsi giustizia, fare giustizia dei tre rapinatori incappucciati, uno dei quali, durante quella rapina di otto anni prima, ha picchiato a morte la sua fidanzata. E l’unico che può condurli da loro è il marito di Ana, Curro, l’unico ad essere stato preso, lui che guidava la macchina dei rapinatori in quel giorno fatale.

Da un lato, c’è l’impeccabile dispositivo “di genere”, che dispone e maneggia i tòpoi del thriller cinematografico secondo il modello di altri esemplari affini; dall’altro, c’è un racconto filmico personale e ambizioso che non rinnega ma anzi arricchisce queste strutture consolidate.

Un debutto notevole da regista e sceneggiatore questo di Arévalo, non a caso premiato con quattro Goya tra cui quello per il miglior film: La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira, in originale) è un film che passa brutale e fulminante attraverso la carne, colpisce spietato e diretto con la forza di una coltellata nello stomaco o di un colpo di fucile sparato all’altezza della testa. E però l’impatto di questo thriller non è tanto e solo nelle coltellate e negli spari, che pure ci sono, ma nel crescendo di tensione psicologica, fisica, persino sociale che percorre le vene e le arterie della vicenda, prima, dentro e durante le esplosioni di violenza. Di più: la forza e il valore di quest’opera sta principalmente nella sua doppia anima. Da un lato, c’è l’impeccabile dispositivo “di genere”, che dispone e maneggia i tòpoi del thriller cinematografico secondo il modello di altri esemplari affini; dall’altro, c’è un racconto filmico personale e ambizioso che non rinnega ma anzi arricchisce queste strutture consolidate, condensando nella parabola di vendetta ulteriori implicazioni e suggestioni tematiche e visive.

Archetipo per eccellenza del genere thriller è proprio l’«uomo tranquillo», il cittadino medio e civile che, sotto la pressione di circostanze estreme, finisce col tirare fuori il suo lato più violento e spiazzante, per difendersi o per aggredire con brutalità ancora maggiore: dai noir classici di Wilder e Lang ai vari giustizieri fai-da-te degli anni Settanta e oltre, fino al postmoderno padre di famiglia metamorfizzato in boss della droga di Breaking Bad, la narrativa filmica di genere abbonda di questi pacati cittadini medi che rivelano il proprio lato oscuro. E la domanda irrisolta e inquietante per lo spettatore medio che in loro si specchia resta sempre una: è il mondo che li ha costretti a trasformarsi da agnelli in lupi, o piuttosto il lupo ha usato la crudeltà del mondo come pretesto per gettare la maschera dell’agnello? Sia come sia, José è figlio per discendenza diretta di questi antieroi e ne esalta al massimo grado la carica perturbante: i suoi occhi piccoli e indecifrabili, la sua barba pulita e ordinata, sono la facciata anonima che trae in inganno, ci invitano a identificarci per poi farcene pentire: perché la maschera di José non anticipa e non svela la caratteristica fondamentale del personaggio, quell’odio gelido e disperato di chi non ha, per sua stessa ammissione «più nulla da perdere». Un odio che non possiamo leggere nel volto o nel tono misurato della voce, ma solo nell’associazione tra questi e le azioni, via via più estreme, tasselli di una rivalsa sempre meno associabile a un’idea sia pur primitiva di giustizia.

Il secondo, fondamentale ingrediente sta nell’uso della suspense: noi osserviamo consapevoli le imminenti vittime degli eventi ancora ignare di essere tali, e però restiamo impotenti quanto loro.

Il secondo, fondamentale ingrediente del genere thriller presente nel film, sta nell’uso di ciò che uno dei massimi esperti in materia, Alfred Hitchcock, chiamava suspense: il gioco dello sceneggiatore-regista Arévalo è infatti, hitchcockianamente, quello di informare noi spettatori su ciò che sta avvenendo o avverrà di lì a poco, ogni volta un po’ prima che i personaggi possano rendersene conto. Noi osserviamo consapevoli le imminenti vittime degli eventi ancora ignare di essere tali, e però restiamo impotenti quanto loro. La prima parte del film, frazionata in brevi capitoli i cui titoli mettono a fuoco le premesse fondamentali della tragedia che verrà («bar», «famiglia», «Ana», «Curro») non servono solo a presentare e definire personaggi e ambienti, ma a fare in modo che noi spettatori sappiamo (perché abbiamo visto) qualcosa in più rispetto a tutti gli attori coinvolti: godiamo perciò del privilegio di osservare le diverse angolazioni (Curro e Ana in carcere, Ana e José, José e il suo proposito di vendetta), e subiamo la tensione che deriva dal sapere e, quindi, dall’attenderci qualcosa di spiacevole che in ogni caso non potremo fermare.

Il regista e sceneggiatore sfrutta appieno le peculiarità dell’ambientazione: la Spagna, i suoi umori, i suoi problemi e contraddizioni, emergono non come una patina sovrapposta al thriller da mani estranee, ma come cuore pulsante della vicenda

Gli stessi rapporti tra i personaggi rimandano a reazioni chimiche già testate con successo nell’ambito del genere di riferimento. Basti pensare alla situazione-chiave dei due personaggi costretti a dividere lo stesso percorso di omicidi “a tappe”: dove l’assassino, apparentemente in posizione di forza, impone al complice-vittima, di cui in qualche modo ha bisogno, la condivisione e la corresponsabilità nella discesa agli Inferi. Così, nella seconda parte del film, Curro è il Caronte (suo malgrado) di José, un ruolo affine a quello dell’autostoppista di The Hitcher o del tassista di Collateral. E però elementi come questo, assieme agli altri già citati, non si risolvono in un mero esercizio di tensione cinematografica, nella riproposizione inappuntabile ma senz’anima di un’architettura nota: entrano in gioco le scelte dell’autore Arévalo che innervano e potenziano quell’architettura.

Se l’approccio di Arévalo risulta fedele al modello del thriller (e in particolare di quello americano) rispetto ai tòpoi narrativi, lo è invece molto meno rispetto alle soluzioni visive.

In primo luogo, il regista e sceneggiatore sfrutta appieno le peculiarità dell’ambientazione: la Spagna, i suoi umori, i suoi problemi e contraddizioni, emergono non come una patina sovrapposta al thriller da mani estranee, ma come cuore pulsante di una vicenda radicata in quello specifico contesto. La Spagna delle e nelle canzoni e musiche ora suadenti ora martellanti; la Spagna di un cattolicesimo popolare (la festa per la prima comunione, l’ingresso di José e Curro durante la messa) in contrasto con l’impossibilità del perdono e della redenzione che pare inscritta nella vicenda come la condanna di un dio poco misericordioso. Una Spagna sensuale, con i corpi dei personaggi che dicono molto più delle parole, e i diversi amplessi, ora compiuti ora abortiti, che definiscono il triangolo Curro-Ana-José prima e oltre i dialoghi asciugati all’essenziale. Una Spagna di laceranti disagi sociali, dove la vendetta dell’uomo tranquillo è anche la contromossa di un borghese piccolo piccolo che ha visto la sua isola di serenità e benessere sconvolta da una delinquenza nata nel «quartiere» disagiato dove sono cresciuti Curro e gli altri rapinatori.

In secondo luogo, se l’approccio di Arévalo risulta fedele al modello del thriller (e in particolare di quello americano) rispetto ai tòpoi narrativi, lo è invece molto meno rispetto alle soluzioni visive: niente montaggi frenetici, niente enfatizzazioni spettacolari, ma nemmeno un tentativo di ritorno al rigore trasparente dei classici hollywoodiani. Piuttosto, una dialettica instabile di camera a mano e inquadrature fisse: dove la macchina da presa è sovente il convitato di pietra che sottolinea la sua presenza e ci (dis)turba col suo sguardo sui personaggi, ora premendo sui loro corpi e sui loro volti ora distanziandosene per meglio osservare le pedine del gioco al massacro mentre dividono i confini della propria gabbia. Una dialettica che esprime e sottolinea l’incontro, e soprattutto lo scontro, tra i vari soggetti coinvolti, costringendoci a rimettere in discussione le nostre aspettative e la nostra empatia verso di essi. Dove arriviamo persino a dubitare di chi sia il vero protagonista: le scelte di montaggio deviano sistematicamente l’attenzione dal tranquillo e spietato vendicatore (proprio laddove ci aspetteremmo di continuare a seguirlo) per concentrarsi su altri punti di vista e comprimari. Protagonisti “alternativi” in questo senso risultano a tutti gli effetti Curro e Ana, che non solo rubano la scena a José durante l’intero film, ma disegnano anche visivamente un percorso circolare che li pone al centro della prima sequenza (la rapina vista dall’interno della macchina guidata da Curro) e dell’ultima.

Raúl Arévalo, insomma, realizza un thriller che non scorda mai di essere tale, e al tempo stesso un film dotato di una sua propria anima, sostenuta e veicolata dalle strutture di genere ma autonoma rispetto ad esse. E in questo modo, il regista e sceneggiatore riesce a valorizzare pienamente sia la propria personalità “autoriale”, sia il potenziale di un genere che, se portato alle estreme conseguenze, è tragico e dialettico come pochi altri: tragico perché ci troveremo posti di fronte alle conseguenze luttuose delle più oscure passioni umane che prendono il sopravvento sulla razionalità, sulla quiete, sulla civiltà. Dialettico, perché il conflitto che ne deriva sarà non solo interno alla narrazione, ma tra la stessa narrazione e gli spettatori che la osservano: alla fine, la vendetta dell’uomo tranquillo ha preso di mira anche noi.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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