La Tunisia scende di nuovo in piazza per i diritti sociali

22/01/2016 di Michele Pentorieri

Come per 5 anni fa, la scintilla è la morte di un ragazzo. I tunisini chiedono aumento dell’occupazione e fine delle disuguaglianze, mentre anche sul versante politico i problemi non mancano

Tunisia

A 5 anni dall’inizio delle primavera arabe la Tunisia, forse l’unica storia di successo di quelle proteste, scende di nuovo in piazza, stavolta per rivendicare il diritto al lavoro e maggiori garanzie sociali. Come ha dichiarato una manifestante “La rivoluzione del 2011 ci ha portato solo il pluralismo, la libertà di criticare i politici senza finire in cella e una certa distanza di sicurezza dalla polizia che non ci tartassa più come prima”. Ora il popolo tunisino guarda oltre e le proteste, scoppiate dapprima a Kasserine, si sono estese a molte città del Paese: Kairouane, Sidi Bouzid, Regueb Siliana, Zaghouan, Sousse, Kairouan, Kef, El Fahs, Thala, Feriana, fino ad arrivare alla zona ovest di Tunisi. Il clima di tensione già presente nel Paese è esploso a seguito della morte di un giovane, Ridha Yahyaoui, rimasto fulminato Sabato scorso dopo essere salito su un pilone della corrente elettrica in occasione di proteste contro la disoccupazione. Nello specifico, il ragazzo protestava per l’improvvisa cancellazione del suo nome dalla lista degli assunti presso il dipartimento regionale dell’istruzione. La polizia sta cercando di arginare i disordini con lacrimogeni e pallottole di gomma, ma la repressione sembra solo aver esacerbato ulteriormente la tensione. Solo nella giornata di Mercoledì i poliziotti feriti nella regione di Kasserina sono stati 19, mentre a Feriana un agente ha perso la vita.

Il Governo ha risposto con l’introduzione di alcune misure immediate per la promozione e lo sviluppo della regione di Kasserine. Nonostante ciò, gli animi nel Paese non sembrano essersi placati ed il Presidente Essebsi comincia a mostrare i primi timori. Afferma di comprendere le proteste in quanto fatte nel rispetto della Costituzione, ma invita a non esasperarle ed a riconoscere la situazione difficile ereditata dal suo Governo. Intanto, sta cominciando a circolare la definizione di “seconda rivoluzione” che, seppure per il momento appare esagerata, ha il merito di riconoscere un certo legame tra istanze disattese dal processo di cambiamento seguente alla Rivoluzione dei gelsomini ed attuali richieste della popolazione. Tre su tutte: uguaglianza sociale, occupazione e fine delle disparità tra le zone interne e quelle costiere.

Le preoccupazione di Essebsi sono rivolte soprattutto alla possibilità di eventuali infiltrazioni estremiste nelle proteste. Da non sottovalutare, in tale contesto, è la presenza di diversi covi di estremisti islamici sulle alture proprio della regione di Kasserine, in particolare sul monte Chaambi. Il sito è tenuto particolarmente d’occhio dalle forze di sicurezza, che infatti vi conducono periodicamente azioni volte a stanare i terroristi. Il principale interesse di questi ultimi è quello di destabilizzare il Paese, minandone quell’unità che gli ha permesso di non finire nel baratro in occasione degli attentati che lo hanno colpito. Il timore è in sostanza che gli estremisti approfittino del clima di tensione per unirsi alle proteste e guidarle verso binari più radicali ed anti-democratici.

Le cose in Tunisia non sembrano essere tranquille nemmeno sul versante politico, dove l’attenzione è sicuramente focalizzata sulla crisi interna a Nidaa Toumes, il partito maggioritario in Parlamento. Lo stesso Essebsi, membro e fondatore del partito, in un discorso tenutosi lo scorso 14 Gennaio ha confermato la crisi politica in atto al suo interno. Dopo l’affermazione alle ultime elezioni del 2014, quindi, la forza del partito secolare e modernista è destinata a diminuire. In tale scenario, a guadagnarci potrebbe essere Ennahda, partito islamista che nel Gennaio 2014 abbandonò il Governo per facilitare la soluzione dello stallo politico in atto allora nel Paese. Il partito sembra nell’ultimo periodo aver adottato una linea più morbida rispetto al passato, fatta di slogan meno forti e soprattutto sembra aver addolcito di molto le sue posizioni che si attestavano su un islamismo tradizionalista.

Per quello che riguarda le possibili soluzioni alla crisi, è intervenuta l’Unione Generale Tunisina del Lavoro, uno dei componenti del Quartetto per il Dialogo Nazionale Tunisino vincitore dell’ultimo Nobel per la Pace. Abassi, suo Segretario Generale ha proposto, come già avvenuto in occasione della crisi del 2013, un dialogo tra le parti. A partecipare al tavolo dovrebbero essere tutti i partiti, le parti sociali e ovviamente rappresentanti dei manifestanti. L’idea è quella di dare il via ad un processo che consenta di partorire un piano dettagliato per la realizzazione di misure volte a combattere disoccupazione e disuguaglianze sociali. La buona riuscita della concertazione rappresenta una sfida cruciale per il Paese africano, che vanta il triste primato di Paese dal quale proviene la maggior parte dei combattenti stranieri dell’Is. Agire decisamente contro disoccupazione e diseguaglianze toglierebbe spazio all’ideologia dello Stato Islamico, che nelle fratture sociali trova sempre terreno particolarmente fertile per attecchire. Per la politica tunisina riuscire ad essere credibili agli occhi dei cittadini rappresenta così un’opportunità di vitale importanza per la stessa sicurezza del Paese.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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