La triste storia degli occupati e dei disoccupati

01/12/2014 di Federico Nascimben

Una piccola guida per orientarsi tra concetti spesso dati per scontato, ma non banali; e una grossa precisazione su alcuni dati forniti dal Governo

Lavoro e disoccupazione

Da un po’ di tempo a questa parte è in atto un processo di rilettura dei dati diffusi mensilmente dall’Istat, in particolare sugli occupati e sui disoccupati. Il fine è tutto politico e piega la realtà (persistentemente drammatica) a letture ottimistiche e fuorvianti della realtà che, ovviamente, hanno una data d’inizio ben precisa: febbraio 2014.

Prendiamo direttamente a prestito le definizioni date dalla stesso Istat e commentiamole per rendere il tutto più chiaro.

“L’evoluzione del mercato del lavoro in un paese viene studiata attraverso l’analisi di diversi fenomeni, tutti strettamente collegati. L’aspetto principale da considerare è l’ammontare delle forze di lavoro, cioè le persone occupate e quelle in cerca di occupazione (disoccupate)”.

Il totale della forza lavoro si ottiene attraverso la somma delle persone occupatedisoccupate.

“Le persone occupate comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento – quella in cui viene effettuata la rilevazione – hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Il tasso di occupazione: rapporto tra gli occupati e la popolazione di 15 anni e più (generalmente, e in particolare nei confronti internazionali, si usa al denominatore la popolazione di 15-64 anni)”.

In base ai criteri utilizzati dall’Istat, per risultare “occupata” una persona deve avere svolto almeno un’ora di lavoro retribuita nella settimana in cui è stata intervistata; il tasso di occupazione invece è dato dal rapporto tra le persone occupate e la popolazione nella corrispondente fascia d’età. In entrambi i casi si utilizzano come base le persone che hanno dai 15 ai 64 anni.

“Le persone in cerca di occupazione comprendono le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive all’intervista, oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive all’intervista, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro. Il tasso di disoccupazione – rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro – e del tasso di disoccupazione di lunga durata: rapporto tra le persone in cerca di occupazione da almeno 12 mesi e le forze di lavoro”.

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.

Le persone disoccupate sono coloro le quali cercano attivamente un lavoro, ovvero coloro che nei trenta giorni precedenti l’intervista hanno svolto almeno un’azione attiva per cercare un’occupazione e sono disponibili a lavorare nelle due settimane successive oppure, ancora, che inizieranno di certo a lavorare nei tre mesi successivi all’intervista. Il tasso di disoccupazione invece è dato dal rapporto tra le persone disoccupate e la forza lavoro. In questo casi si utilizzano come base le persone che hanno dai 15 ai 74 anni.

Quindi, se il totale della forza lavoro è dato dalla somma di occupati e disoccupati, il tasso di attività è dato dal rapporto tra la forza lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento. Mentre il tasso di inattività è dato dallo stesso rapporto con al numeratore gli inattivi, cioè coloro i quali non fanno parte della forza lavoro – ovvero, come abbiamo detto, non sono né disoccupati né occupati – perché non studiano, non lavorano e (si badi bene) non cercano attivamente un’occupazione.

Date queste premesse, al contrario di quanto di può pensare, le persone disoccupate non sono semplicemente coloro le quali non lavorano, ma sono coloro le quali non studiano, non lavorano e cercano attivamente un’occupazione. Ciò è importante perché anche gli inattivi non studiano e non lavorano, ma non cercano neppure (attivamente) un’occupazione. La discriminante è data appunto dalla ricerca attiva di un lavoro: questo fa rientrare una persona nella forza lavoro (e perciò viene conteggiata o tra gli occupati o tra i disoccupati) o nella non forza lavoro.

Storicamente l’Italia ha sempre registrato sia tassi di occupazione che di attività molto bassi, in quanto ha (ancora tutt’oggi) un elevato numero di donne che rimangono a casa per svolgere lavori domestici e prendersi cura dei bambini (ad ottobre 2014 il 54,6% è attiva, mentre il 46,8% è occupata) e un elevato numero di pensionati “poco anziani” (nel 2013, nella fascia d’età fra i 55 e i 64 anni, solo il 42,7% era occupato). Questi punti hanno rappresentato e rappresentano problemi strutturali del nostro sistema economico.

Tornando al punto iniziale, è possibile che nelle fasi in cui vi è ripresa economica aumentino sia i disoccupati che gli occupati, e quindi conseguentemente le persone che formano la forza lavoro, in quanto più persone hanno la possibilità di trovare un’occupazione e perciò iniziano a cercare attivamente un lavoro, mentre prima magari erano scoraggiate e non lo facevano, risultando così tra gli inattivi e la non forza lavoro. Ma è anche possibile che le persone si siano messe a cercare lavoro per pura necessità economica, a prescindere dalla presenza di una ripresa economica.

In questo momento l‘Italia non si trova certamente in una fase di ripresa economica, in quanto il Pil trimestrale nel 2014 non ha mai registrato valori positivi nei primi tre trimestri dell’anno (rispettivamente, 0%, -0,2% e -0,1% su base congiunturale; -0,3%, -0,4% e -0,4% su base tendenziale) e molto probabilmente nel quarto registrerà una variazione nulla; mentre anche i principali indicatori dell’attività economica (si veda la produzione industriale) hanno persistentemente registrato valori negativi.

Il messaggio che invece il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il Governo stanno cercando di far passare è che dal momento dell’insediamento dell’esecutivo, avvenuto appunto in febbraio, e dall’approvazione del dl Poletti che dovrebbe facilitare le assunzioni, c’è stata una ripresa dell’occupazione e del mercato del lavoro in generale. Questa operazione era già stata portata avanti in luglio, ed è stata riproposta in questi giorni.

In un tweet del 20 novembre Renzi scriveva infatti che “in sei anni l’Italia ha perso un milione di posti di lavoro. Negli ultimi sei mesi ne abbiamo recuperati 153.000. Non mi basta“. A favorire questa interpretazione era stato anche il dato di settembre che tradizionalmente è un mese eccezionale, in quanto succede ad un mese di vacanza. Gli ultimi dati, diffusi il 28 novembre dall’Istat, su disoccupati e occupati favoriscono una lettura più chiara, anche perché destagionalizzati, e cioè depurati da tutti gli effetti di calendario (come ad es. i giorni lavorativi).

Il dl Poletti è stato approvato il 20 marzo e convertito definitivamente in legge con modificazioni il 16 maggio. Se si prende il foglio excel dell’Istat (tab 2 “occupati”) con le serie storiche si può notare come il numero assoluto di occupati a febbraio fosse pari a 22,323 milioni, mentre ad ottobre a 22,374 milioni: il saldo è quindi positivo di sole 51 mila unità. Mentre se si fa il confronto da marzo (22,405 milioni, come sarebbe maggiormente corretto fare), il saldo risulta addirittura negativo di 31 mila unità. E tutto ciò ricordando che si tratta di stime statistiche, e cioè soggette ad un certo margine d’errore.

Allo stesso tempo, e seguendo lo stesso procedimento, il confronto del totale della forza lavoro tra febbraio e ottobre vede un aumento di oltre 200 mila unità, passando da 25,577 milioni a 25,783 milioni, ma questo è dovuto soprattutto all’aumento del numero dei disoccupati (3,254 milioni vs 3,410) che rappresentano i tre quarti dell’aumento complessivo della forza lavoro. Verosimilmente, quindi, la maggior parte delle persone si è messa alla ricerca di un’occupazione per necessità e non perché “avverte la speranza di trovarlo, un lavoro” (come dichiarato oggi da Renzi in un’intervista su Repubblica). Anche perché, oltre al tasso straordinariamente elevato di inattivi (la cui percentuale si attesta al 35,7% ad ottobre), rimane un numero, anch’esso straordinariamente elevato, di persone in cassa integrazione che devono tornare ad essere assorbite e che contribuiscono a drogare artificialmente le statistiche degli occupati: basti pensare che sono 540 mila le persone in Cig a zero ore da gennaio.

Come ci suggeriscono tutte le principali istituzioni economiche, la ripresa, se ci sarà, sarà lenta. Ma la ripresa dell’occupazione sarà inevitabilmente ancora più lenta (se ci sarà).

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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