La tragedia dei fantasmi: i sei personaggi secondo Lavia

13/01/2016 di Emanuele Bucci

In scena al Teatro Eliseo di Roma, fino al 24 gennaio, Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, diretto e interpretato da Gabriele Lavia. Una rappresentazione in cui le libertà rispetto al testo contribuiscono ad enfatizzare i motivi tragici e paradossali del dramma.

Eliseo, Sei Personaggi

Quante volte è già successo? Quante volte quei sei personaggi, il Padre, la Madre, la Figliastra, il Figlio, il Giovinetto e la Bambina, sono entrati nella sala di un teatro «com’è di giorno, senza quinte né scena» a chiedere che li si aiuti a far (ri)vivere il loro dramma? Quante volte hanno turbato la routine degli addetti ai lavori, il Capocomico, la Prima Attrice, il Primo Attore, il Suggeritore, interrotti nelle loro prove da quelle sei figure rifiutate dal loro creatore, eppure già troppo vive per rassegnarsi alla non esistenza? Questo è l’incipit dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, e forse non conta davvero quante volte questo celebre quanto complesso testo teatrale sia stato tradotto sulla scena. Ciò che conta, ci sembra, è che ogni volta, indipendentemente dalla volontà degli attori e dei registi, qualsiasi rappresentazione è destinata a rivelarsi un tradimento. E quindi, la conferma di una delle più grandi verità contenute in quest’opera.

Non fa eccezione la lettura di Gabriele Lavia, in scena dal 5 al 24 gennaio presso il Teatro Eliseo a Roma. Regista e interprete del Padre, Lavia non cerca l’aderenza assoluta alla lettera del testo, che sarebbe cosa vana, che anzi è cosa vana, ogni volta che si passi dalle costruzioni ideali di un autore letterario alla realtà concreta di uno spettacolo: perché il teatro è materia, presente e mai del tutto controllabile; la materia è instabile, mai uguale a se stessa, figuriamoci all’idea di cui un testo scritto vorrebbe farsi espressione. La materia ha un suo peso, è plasmata dalle contingenze del momento, non solo dalla velleitaria aderenza ai disegni dell’immaginazione.

E questo è proprio uno dei temi portanti del dramma pirandelliano: i sei personaggi persuadono la compagnia teatrale ad aiutarli nella messa in scena del loro dramma, ma già dal primo atto il Padre e la Figliastra si lamentano che il letto dovrebbe essere giallo, non verde; che il Primo Attore e la Prima Attrice non gli somigliano, e questo indipendentemente dal loro aspetto fisico e dalla qualità della loro recitazione; ma perché, appunto, come sottolinea sconsolato il Padre, un qualunque attore non potrà mai essere «com’io realmente sono». Sarà «com’egli interpreterà ch’io sia, com’egli mi sentirà, se mi sentirà, e non com’io dentro realmente mi sento». È il paradosso eterno e irrisolvibile del rapporto tra spettacolo e autore drammatico: quest’ultimo ha bisogno del primo per vivere pienamente, ma può farlo solo a patto di lasciarsi interpretare, dunque tradire.

La regia di Lavia, perciò, pur all’interno di un’impostazione complessivamente fedele al testo, non fa mistero fin dall’inizio di volerne offrire una propria personale lettura, senza nascondere quella necessità di tradire in tutto o in parte l’opera letteraria perché da essa nasca uno spettacolo. Ce ne accorgiamo fin dall’inizio, quando all’apertura del sipario udiamo la voce che una rappresentazione teatrale non dovrebbe mai far sentire: quella delle didascalie, la descrizione, presente nel testo scritto, di come dovrà presentarsi la scena. Lavia presta la propria voce alle direttive del drammaturgo, per eseguirle e violarle al contempo, violarle nel loro renderle manifeste. La voce di Lavia-Pirandello tornerà a scandire alcuni significativi momenti del dramma fino alla conclusione.

Questa deviazione paradossale dal testo costituisce il filo conduttore e il segnale più evidente della visione che lo spettacolo di Lavia offre dei sei personaggi: essi sono autentiche creature demoniache, fantasmi (con)dannati a sopravvivere al loro stesso autore, che li ha imprigionati nella condizione infernale per eccellenza, quella di subire eternamente lo stesso supplizio. È nell’enfatizzazione di questo aspetto, presente nel testo ma esasperato dalla rappresentazione, che il regista-attore falsa e al contempo esprime autenticamente la verità dell’opera pirandelliana.

L’immortalità è la caratteristica di ogni personaggio, come sottolinea il Padre: «Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo può ridersi anche della morte. Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più!». Ma è un’immortalità tragica, almeno per chi, come quei sei personaggi, resterà prigioniero di una doppia maledizione: la maledizione del proprio dramma, una patetica, luttuosa vicenda di familiari che si abbandonano, torturano e uccidono tra loro, volontariamente o meno; e la maledizione dell’impossibilità a rappresentare quel dramma, perché l’autore si è rifiutato di scriverlo, e perché la materialità del teatro non potrà mai davvero tradurlo in atto. Condannati a ferirsi e morire eternamente, dunque, e condannati a fallire sempre nel tentativo di raccontarsi in scena.

E allora questa tragedia dell’eterno ritorno viene portata da Lavia fino alle estreme conseguenze: ecco che il Capocomico, nel suo grottesco tentativo di messa in scena del secondo atto, domanda a più riprese dove sia finita la Bambina, scomparsa nel suo destino di perenne vittima muta dell’incidente nella piscina; e il ripetersi della domanda ridesta ogni volta la posa di orrore in cui si ripiegano gli altri personaggi. Anche le parentesi introdotte ex novo dallo spettacolo, come lo scontro tra il Padre e il Suggeritore, sono caratterizzate dall’ossessività della ripetizione: in questo caso l’esito è autenticamente comico, col personaggio di Lavia che ad ogni interruzione delle prove insiste, indicando il tecnico nascosto nella buca, «Non si può eliminarlo?». Persino nelle brevi parentesi di alleggerimento, insomma, il motivo tragico della ripetizione trova il modo di ribadirsi.

Non stupisce, allora, che la volontà della didascalia pirandelliana che i sei risaltino sulla scena rispetto ai personaggi dei teatranti, sia anch’essa radicalizzata dalla regia di Lavia: se l’espediente suggerito dal testo era quello delle maschere, che ognuno dei personaggi avrebbe dovuto indossare sul volto, qui è l’intero corpo dei sei a diventare maschera. Eccessivi, grotteschi, ognuno nella propria caratteristica dominante: ad esempio il Padre, gravato nel portamento e nel ritmo del parlare dal peso del senso di colpa, che rende le frasi incerte e frammentate da pause; oppure la Figliastra (interpretata da Lucia Lavia), che attraversa con scatti violenti il palcoscenico, agitandosi solo per cristallizzarsi ogni volta nella posa contorta e ripiegata in se stessa di un volatile rancoroso e sofferente, in attesa di fuggire da quella gabbia.

Tutti i sei personaggi risultano enfatizzati e ridondanti nel (ri)proporre i propri ruoli, come se su di loro pesassero davvero i quasi cento anni di vita dell’opera teatrale che li vede protagonisti; come se ognuno di loro, nelle posture, nel tono della voce, nei silenzi, nel nero mortifero degli abiti che contrasta col chiarore laccato di quelli dei teatranti, portasse dentro di sé ogni singola rappresentazione, ogni singola ripetizione della loro eterna tragedia. E in quest’ottica anche i tanti personaggi di attori e tecnici della macchina teatrale, quasi sempre sulla scena e quasi sempre sullo sfondo, assumono pienamente, con i loro gesti ridotti a coreografie artificiose, il ruolo di moderno coro: espressione beffarda di un mondo, quello del teatro, che al tempo stesso accoglie e respinge i sei spettri dannati, perché in fondo il teatro è l’unico mondo che può dar loro un corpo, ma è un mondo che non li potrà mai capire davvero. Lo evidenzia il continuo ridere o borbottare polemico di questo coro di fronte alle pretese di dignità e attenzione dei sei; e il Capocomico (Michele Demaria), corifeo volgare ed esagitato, con la frenesia dei suoi gesti e del suo interloquire, dà inconsapevole ai sei personaggi la possibilità di esplicitare la propria condanna: quando obietta alla Madre, che rifiuta addolorata di replicare un’altra volta la scena, «Ma se è già tutto avvenuto, scusi!», e questa non può che rispondere: «No, avviene ora, avviene sempre!».

La conclusione dello spettacolo resta fedele a questa lettura, anche al prezzo di un’altra licenza dalle parole scritte: le ombre spettrali di quattro dei sei personaggi «dietro il fondalino» vengono proiettate in assenza del testimone previsto, il Capocomico, già uscito di scena. In compenso, ritorna la voce dell’Autore, o meglio del suo nuovo interprete, che scandisce le ultime disposizioni del testo, anche queste, come le altre, scritte e pronunciate al futuro, condanna implacabile e implacabilmente eseguita. E uno dei fantasmi, la Figliastra, spicca il suo volo, allontanandosi dal palcoscenico per attraversare la platea mentre scoppia «in una stridula risata»: una risata intrisa di pena, al pari di un volo inevitabilmente circolare, dal palco al corridoio tra le poltrone, e di nuovo sul palco tra gli applausi del pubblico. In attesa che la tragedia si ripeta, ancora una volta.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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