La tomba delle lucciole

13/11/2015 di Ginevra Montanari

Il 10 e 11 novembre è stata proiettata – per la prima volta nei cinema italiani – “La tomba delle lucciole”, capolavoro di Isao Takahata, con un doppiaggio più fedele all'originale e curato da Gualtiero Cannarsi.

La Tomba delle Lucciole

Il film, infatti, era già uscito in lingua italiana nel 2002, ma in realtà nel Paese nipponico venne realizzato molto prima, ovvero nel 1988. Il ritardo di produzione nostrano  è piuttosto tipico per questi gioielli d’animazione, basta ricordare che è uscito quest’anno per la prima volta “Nausica della Valle del Vento”, datato 1984. Il regista de “La Tomba delle lucciole” è Isao Takahata, maestro del celeberrimo Hayao Miyazaki, regista di “Heidi” e de “La Principessa Splendente” (lungometraggio candidato agli Oscar dello scorso anno). Il lungometraggio animato è un adattamento cinematografico di un romanzo ambientato in Giappone, durante la Seconda Guerra Mondiale: “Hotaru no Haka”, di Nosaka Akiyuki. Questo lavoro, nonostante il suo potenziale controverso, e la scarsa pubblicità iniziale data dalle immagini strazianti, è a tutti gli effetti un caposaldo dell’animazione giapponese, che si traduce in un triste, ma terribilmente vero, documentario sulla guerra. Non solo, ma si snocciola attraverso la visione pura e innocente di due bambini. Due fratelli. Questa è la storia di Seita e Setzuko.

Ora, bisogna premettere che non è un cartone animato come un altro. In Italia, forse più che in altri paesi, si ha quel pregiudizio per cui ogni film animato debba essere destinato prevalentemente ad un pubblico infantile. Non è questo il caso. Mentre gli spettatori “vergini” uscivano dalle sale, avranno facilmente convenuto che non è assolutamente un film adatto ai più piccoli. Le immagini sono violente, crude, è un lavoro assolutamente neo-realista, senza buonismo, senza eroi e principesse da trarre in salvo. Quindi vi avvisiamo: se mai doveste coraggiosamente acquistare il dvd, prima di inserirlo nell’apposito lettore armatevi di molti fazzoletti, e preparatevi psicologicamente. È un lavoro per palati molto fini, e sicuramente non può piacere a tutti, specialmente non a chi preferisce andare al cinema per ridere e svagarsi. Ma è senz’altro un biglietto raro, da collezionisti, per gli appassionati storici, e per chi ama i resoconti veritieri di condizioni atroci.

Con un passo indietro relativamente lungo, torniamo alla sera del 21 settembre del 1945. La guerra è finita,  l’Impero Giapponese si è arreso da una ventina di giorni, e la vita pian piano ricomincia. Per qualcuno, purtroppo, è appena terminata: nell’atrio della stazione ferroviaria di Kōbe, un ragazzo muore di inedia fra l’indifferenza e il raccapriccio dei passanti, quasi disgustati dalla scena; possedeva solo una scatola di latta, con al suo interno piccoli frammenti di ossa. Appare immediatamente il fantasma di una bambina, presto raggiunto da quello del ragazzo. Insieme, ripercorreranno i tragici eventi degli ultimi quattro mesi: i bombardamenti americani, le abitazioni in fiamme, la paura, la morte, la disperazione, la freddezza dei sopravvissuti, il razionamento del cibo. Due fratelli, soli, contro un mondo impazzito e crudele. Due bambini che cercheranno di conservare la propria umanità, e di trovare un posto non intaccato dalla guerra, a discapito della notte più buia. L’unica luce è rischiarata dai numerosi e flebili bagliori delle lucciole. Purtroppo, anche il loro destino non è altro che quello di una morte precoce.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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