La strategia asiatica di Obama ed i missili cinesi: il grande gioco per il controllo del Pacifico 

19/02/2016 di Michele Pentorieri

Pechino rivendica il controllo delle Paracel, Washington e Taipei condannano. Ennesimo capitolo nella lotta per la supremazia nell’area.  

Cina e Usa

Stati Uniti e Taiwan, affidandosi a immagini mostrate da Fox News, hanno denunciato lo schieramento da parte della Cina di missili terra-aria nell’arcipelago delle isole Paracel. Nient’altro che isolotti disabitati, in effetti degli scogli, ma che da sempre possiedono un’alta valenza simbolica e strategica per le parti coinvolte nel grande gioco delle rivendicazioni. Oltre a Pechino, infatti, anche Taiwan e Vietnam avanzano pretese sull’arcipelago. Nell’ottica cinese, l’azione costituisce niente di più di una legittima difesa contro l’attivismo a stelle e strisce nell’area. E nemmeno mancano esempi analoghi, anche se tradizionalmente ad essere più interessate sono le isole Spratly, diverse centinaia di chilometri più a sud. A tal proposito, gli Stati Uniti hanno ricordato che Xi Jinping aveva promesso che non ci sarebbe stata una militarizzazione degli arcipelaghi contesi, ed hanno per questo condannato le azioni cinesi. Dimenticando, tuttavia, che il gigante asiatico aveva in mente proprio le Spratly e non le Paracel, che invece considera di proprietà esclusiva e per questo utilizzabili a propria discrezione. Secondo l’intelligence statunitense, le immagini satellitari sembrerebbero mostrare il sistema di difesa HQ-9, che sarebbe in grado di colpire qualsiasi aereo civile e militare che sorvoli la zona.

Le provocazioni continue nell’area tra le due superpotenze (ricordiamo che non di rado gli Stati Uniti violano con le loro navi quello che la Cina definisce suo spazio esclusivo) rientrano nel great game che le coinvolge nel Pacifico. Obama ha fatto del “pivot to Asia” uno dei segni distintivi della sua politica estera. In breve, sin dal suo insediamento, l’idea che il grosso della storia politica e soprattutto economica del ventunesimo secolo si scriverà nel Pacifico Occidentale lo ha portato a impegnare massicciamente la forza statunitense (militare, ma soprattutto diplomatica) in quella zona. La priorità è sicuramente quella di rafforzare le alleanze tradizionali ed intesserne di nuove, soprattutto con le potenze emergenti. Nel primo caso, i cardini sono Corea del Sud, Australia e Giappone. Nel secondo, si punta a rafforzare le relazioni con India (con la quale c’è una certa comunanza di valori) Indonesia e Vietnam, dove Obama si recherà in visita ufficiale a Maggio.

Altro cardine della strategia di Obama è il rafforzamento delle organizzazioni multilaterali della regione, su tutte l’ASEAN. Un’organizzazione multilaterale regionale forte e funzionante aiuterebbe non poco a favorire la pacifica risoluzione delle dispute intra-regionali e favorire la cooperazione tra gli attori. Tutto ciò, a sua volta, concorrerebbe a fare della zona un’area sicura all’interno della quale sviluppare rapporti economici floridi poiché non condizionati da scontri o semplici incomprensioni. L’associazione delle nazioni del sud-est asiatico, nonostante sia stata creata quasi 50 anni fa, non ha tuttavia fin qui espresso tutte le sue potenzialità, anche se sta con gli anni diventando un partner sempre più appetibile al colosso cinese. Proprio alla luce di ciò, non è assurdo pensare che la tempistica della mossa militare di Pechino sia tutt’altro che casuale. Il dispiegamento delle batterie missilistiche avveniva, infatti, mentre in California il Presidente Obama era coinvolto in un vertice con i leader dell’ASEAN, nel quale si concordava la risoluzione pacifica di eventuali dispute territoriali sorte nell’area. Non è da escludere, quindi, che Pechino abbia voluto manifestare a suo modo il proprio disappunto nei confronti di un avvicinamento ritenuto pericoloso tra l’organizzazione e gli Stati Uniti.

Infine, non è da dimenticare nemmeno la presenza militare degli Stati Uniti nell’area. Per quel che riguarda le truppe di terra, sono impegnate perlopiù in operazioni di addestramento a beneficio degli eserciti nazionali di quei Paesi che mostrano interesse in tal senso. Ma è probabilmente la marina il reparto ad essere più notoriamente impegnato nella zona, potendo contare sulla base di Darwin e su accordi militari con Singapore. Nonostante ciò, e come dovrebbe risultare ormai chiaro, quello militare è ben lontano dall’essere il carattere predominante della strategia statunitense nell’area.

Nonostante i potenziali fattori di scontro, Stati Uniti e Cina sono orientati comunque verso la definizione di un framework comune all’interno del quale far valere le proprie ragioni. Una sorta di cornice fatta di regole e limiti considerati sacri ed invalicabili. Entrambe le superpotenze sanno di non potersi permettere uno scontro aperto, per ragioni militari ma soprattutto economico-finanziarie. Il nuovo bipolarismo è tutt’altro che un gioco a somma zero ed i due attori sono infinitamente più interconnessi tra di loro rispetto a quanto non lo fossero i protagonisti della seconda metà del secolo scorso. In sostanza, a causa dei solidi legami economici e finanziari che tengono insieme i due Paesi, non è immaginabile un modello unipolare. In virtù di ciò, in particolare negli ultimi 5 anni, si sono intensificati vertici ed incontri ufficiali tra i due attori, come i periodici “dialoghi strategici ed economici” che li vedono protagonisti. In sostanza, la mossa di Pechino rientra perfettamente nelle logiche del great game per il controllo dell’area, ma un’escalation è ben lontana dal realizzarsi.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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