La strada del cambiamento passa per la governabilità

04/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

Nel solito, intricatissimo, intreccio di interessi con cui la politica italiana ci mette costantemente alla prova, il nocciolo della questione torna ad essere la legge elettorale. Com’era lecito aspettarsi, è riscoppiato il caos. Il punto non è tanto la struttura delle riforma. Tra le contestazioni dell’opposizione, questa appare comunque solida. Piuttosto emergono i tentativi di vario genere di ostruzionismo che i “piccoli partiti” cercano di portare avanti – e non solo loro – per impedire si possa arrivare ad un voto finale del testo.

Palazzo-Chigi
Palazzo Chigi: lungo le 17 legislature si sono succeduti in Italia ben 63 governi

L’Italicum e i piccoli partiti – Ovviamente, madre di tutti i problemi non sono la costituzionalità o l’opportunità dell’Italicum, quanto gli interessi di chi vuole sopravvivere a ogni costo. Nasce in questo modo la forte retorica della salvezza della rappresentatività, contrapposta ad una governabilità capace di “togliere agli italiani il diritto di scelta”. Oggi non si vuole però concentrare queste poche righe su questa questione in particolare, già affrontata varie volte (non per ultima con uno speciale nel mensile di gennaio/febbraio).

La riflessione, invece, parte da un’altra domanda: di cosa abbiamo paura, quando vogliamo maggiore governabilità nel nostro Paese? Questo già avviene, ad esempio in altre nazioni europee come la Francia, dove, con un sistema diverso, il partito di maggioranza è molto premiato dalle elezioni.

La paura di Berlusconi – Il terrore di molti – su cui la critica è quasi automatica – è il ritorno di Berlusconi al governo. Quasi il 50% degli elettori ha un’avversione per il più controverso tra i premier della storia repubblicana, ed il timore che possa tornare davvero a dire la sua sul piano della politica interna è motivo, per questa parte d’Italia, di sconforto. La preoccupazione sembra, in realtà, fortemente fallace: quale sarebbe l’alternativa? Organizzare un sistema politico dove non può mai vincere nessuno, così che Berlusconi risulti sempre depotenziato? Così si colpisce chiunque si presenti alle varie tornate elettorali , anche chi è portatore delle migliori intenzioni.

Fino a quando saremo legati a un sistema elettorale che condanna alle larghe intese (e dopo la sentenza della Consulta è così più che mai) è inevitabile che quelle riforme, quel cambiamento che tutti chiedono, sia praticamente impossibile.

Al di là della retorica del “sono tutti uguali”, che sfocia in quel generalismo dilagante negli ultimi anni, in grado di bloccare chiunque e qualsiasi cosa non sia della provenienza politica “giusta”, indipendentemente dalla qualità della proposta, è evidente che molti punti sono inaffrontabili sin quando si dovrà sopravvivere con un governo di intese più o meno larghe. Se Berlusconi salisse al governo sarebbe perché ha i voti: è la società italiana nel suo complesso a dover fare i conti con questa cosa.

La lotta alla burocrazia – Un tema fondamentale e più sottile, fino ad oggi meno pubblicizzato, è rappresentato dalla lotta alla burocrazia. Potrebbe sembrare un punto parzialmente distante dalla questione della legge elettorale, ma in realtà non lo è. Se ne parla da anni, eppure nessuno è mai riuscito a fare niente. I politici sono in malafede? Le “lobby” dell’amministrazione riescono sempre a bloccare tutto? E’ in parte vero, ma il discorso va approfondito. Evitando di cadere nella retorica dei “buoni” contro i “cattivi”, un sistema tende sempre all’autoconservazione: la pubblica amministrazione non è un’eccezione. Non aiuta nemmeno il continuo cambio di ministri con i vari governi, perché l’instabilità e la discontinuità dei vertici ha permesso al sistema amministrativo di diventare pressappoco dominante. Esempio celebre sono i diversi governi della Prima Repubblica: in una legislatura si arrivava ad averne anche sei. I ministeri, e le relative amministrazioni, sono macchine enormi e complesse. Un ministro può avere bisogno anche di anni per avere presa totale su tutto: così in generale si occupa di mantenere una linea politica, ed indicare iniziative generali. Il resto, tutta l’attuazione tecnica e metodologica, ricade soprattutto su chi vi è dentro da tempo.

L’importanza della governabilità – Dunque il potere che le dirigenze dell’amministrazione hanno è assoluto: spesso decidono loro se qualcosa si fa o meno, indipendentemente dalle indicazioni dall’alto. Ed anche il “come” si fa può cambiare tutto. Appare evidente, quindi, il perché e il come gli amministratori, qualora venga proposto qualcosa in grado di penalizzarli, riescano sistematicamente a far naufragare il progetto: il rischio di paralisi della macchina amministrativa (con relativa caduta della responsabilità sul ministro) è sempre dietro l’angolo. A questo punto torniamo alle legge elettorale: perché un sistema che garantisca governabilità? Perché, se si vuole la tanto attesa riforma del settore burocratico, ci vuole qualcuno che abbia il tempo di fare delle scelte, di usare il proprio potere politico per farle rispettare e che non debba scendere a troppi compromessi. La consapevolezza di potersi occupare per cinque anni almeno di un ministero da la possibilità di risolvere almeno parte delle grane e di portare avanti una continuità, senza il timore che chi segua torni al passato. L’alternativa, con patti su patti e continui compromessi, è di continuare ad occuparsi dell’ordinaria amministrazione affrontando le emergenze solo quando si presentano: in questo modo l’Italia sprofonda.

Ovviamente il risultato non è scontato: è un caso in cui la buona fede e la volontà di cambiare devono davvero essere presenti. Ma è vero anche il contrario: se non si cerca la strada del cambiamento di prospettiva, difficilmente si esce dal binario su cui si è bloccati. Sono dunque comprensibili molte delle critiche che vengono fatte alla legge elettorale sui punti più spinosi, meno quelle portate avanti da chi, semplicemente, ha tutto da perdere perché vuole che il suo 2-3% possa contare quanto se non più di chi ha il 20-30%. Rappresentare il più possibile i cittadini è importante, ma oggi più che mai, c’è bisogno di capacità di fare scelte. Se no chissà quanti senatori Gentile ci toccheranno, e chissà quante riforme di carattere sociale, buone o cattive che siano, rimarranno al palo. Se vogliamo il cambiamento, almeno, cerchiamo di aprirgli la porta.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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