La spending review non si fa ma diventa trasparente

02/04/2015 di Federico Nascimben

Con molti mesi di ritardo il Governo ha finalmente pubblicato i documenti della spending review. Il lavoro svolto è ben fatto, ma vi sono alcuni importanti problemi ed una questione di sottofondo

Il Governo ha finalmente pubblicato i 19 documenti prodotti dai gruppi di lavoro della spending review, assieme alla relazione finale dell’ex commissario straordinario, Carlo Cottarelli. La pubblicazione arriva dopo molti mesi di promesse e ritardi che hanno conseguentemente alimentato sospetti sui perché di una così scarsa implementazione da parte dell’esecutivo, nonostante il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, abbia recentemente dato rassicurazioni in direzione opposta. La revisione della spesa, in estrema sintesi, finora non si è fatta per davvero ma è diventata trasparente.

Come scrivemmo, la spending review portata avanti dal commissario vedeva un coinvolgimento diretto da parte delle Pubbliche Amministrazioni e mirava ad istituzionalizzare il processo di revisione della spesa pubblica all’interno del bilancio dello Stato e della P.A., con obiettivi di risparmi lordi massimi cumulati pari a 7 miliardi per il 2014, 18 per il 2015 e 34 per il 2016. Aldilà del metodo, le proposte toccano punti di intervento noti e stranoti, alcuni dei quali molto sensibili: motivo per il quale il Governo ha deciso di farne poco o nulla finora, seguendo così la stessa strada intrapresa dai predecessori (basta ricordare il caso degli 85.000 dipendenti pubblici in esubero, si veda pag. 64 del rapporto).

Ad ogni modo, a titolo esemplificativo, le proposte vanno dall’accorpamento dei comuni al di sotto dei 5.000 abitanti alla revisione degli affitti pagati dagli enti pubblici; dalla riduzione del numero delle società partecipate alla determinazione dei fabbisogni standard per i trasferimenti ai comuni; dalla prova del reddito per l’indennità di accompagno alle modifiche per rendere effettivo il licenziamento individuale nella P.A.; dalla riduzione dell’inquinamento luminoso e del consumo energetico all’accorpamento delle forze di polizia; dal taglio dei sussidi pubblici alle imprese al contrasto verso gli abusi sulle pensioni di invalidità.

Nel complesso il lavoro portato avanti dai gruppi di lavoro e da Cottarelli è sicuramente ben fatto, con alcune caratteristiche innovative rispetto alle esperienze del passato, ricco di dettagli sempre corredati da numeri, grafici, statistiche e comparazioni internazionali. Le proposte, inoltre, non sono dei semplici tagli, ma sono soprattutto delle misure di riorganizzazione ed efficientamento: due aspetti cruciali quando si parla della spesa pubblica italiana.

Il problema, oltre alla consolidata mancanza di volontà della politica, è che tali interventi si devono andare ad innestare su un tessuto già esistente di natura fortemente corporativa, a cui si somma un fattore culturale difficilmente modificabile nel breve periodo. Un’altra questione fortemente sottovalutata, infine, è che il piano d’azione proposto necessità di un’attuazione che si svolge su un arco temporale di almeno tre anni, e che quindi richiede costanza e continuità d’intervento e di monitoraggio.

Resta il fatto che in una situazione di crisi fiscale ed economica, con vincoli di bilancio così importanti, i risparmi derivanti dai vari tagli (lineari) attuati finora sono sempre andati a coprire nuovi buchi di bilancio che si andavano aprendo anno dopo anno, e non a ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese. La revisione della spesa pubblica è un elemento imprescindibile nel caso italiano, così come la riduzione di questa, ed è un concetto che deve riuscire ad entrare nella cultura delle Pubbliche Amministrazioni, altrimenti il destino sarà ancora più segnato (si legga: continuo aumento delle tasse). Ma la questione dirimente, giunti alla fine della fiera, è quella riguardante la delimitazione tra pubblico e privato, cioè tra lo spazio riservato allo Stato e al mercato nell’economia italiana, che soffre di un’eccessiva intermediazione da parte del pubblico e, quindi, della politica.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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