La sopravvivenza del governo Letta: una spada di Damocle tra tattiche e interessi

25/01/2014 di Luca Andrea Palmieri

Mentre impazza il dibattito sulla legge elettorale, il governo continua la sua azione tra le polemiche, e con una spada di Damocle sempre più vicina alle teste di Letta e dei suoi ministri. Le opzioni che rimbalzano in questo periodo sono varie: il rimpasto, il ritorno al voto e una continuazione, in questo continuo stato di precarietà, almeno fino al 2015.

Il rimpasto – E’ richiesto soprattutto dalla minoranza – ex maggioranza – del Partito Democratico. Tecnicamente, dicono, serve a permettere che la nuova composizione della direzione del principale partito di governo sia riflettuta meglio all’interno dall’esecutivo. La sensazione è che però la motivazione più vera sia essenzialmente interna. I ministri e i sottosegretari democratici vorrebbero infatti essere meno legati alle scelte di Matteo Renzi: cosa oggi inevitabile, dato il modo in cui questi detta l’agenda politica. In questo senso le dimissioni di Fassina erano un apripista che però ha avuto poco successo: divisioni interne (sussurrate ma sempre più chiare) e la paura di essere messi all’angolo verso la scissione, che porta il rischio di irrilevanza nelle probabili elezioni che seguirebbero, hanno bloccato questo processo. E’ per questo che il rimpasto converrebbe molto a D’Alema e soci: permetterebbe di vedersela tra di loro nelle dispute interne senza prendersi responsabilità sull’azione di governo, mettendo al contempo Renzi in difficoltà.

Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta.
Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta.

Il rimpasto però avrebbe una conseguenza, tecnica, difficilmente accettabile: chi è stato effettivamente scelto dalle forze di maggioranza dopo le elezioni del 2013 si troverebbe improvvisamente in minoranza, smentendo il voto. Poco importa che vi siano state le primarie: riguardano la struttura interna del Pd, e il loro bacino di voti è molto inferiore rispetto a quello delle politiche. Possono fare si che la linea politica cambi, entro certi limiti, ma non che cambi il governo stesso. A meno di vere e proprie rivoluzioni (leggasi scissione).

Le elezioni – Fatto sta che c’è una bella differenza tra ciò che dice Renzi e ciò che fanno il duo Letta-Alfano, senza contare i numerosi “dispetti” tra i due. E’ evidente che la frattura sia forte, e che il governo abbia molta meno libertà di azione di prima: in questo senso si potrebbe pensare che il controllo parlamentare sia migliore (cosa giusta). Ma c’è anche disparità di vedute tra un esecutivo che si basa su una base elettorale ormai ridotta e forze politiche in continuo mutamento, data la spaccatura del Pdl e il congresso del Pd. Una lettura è che il governo, per quanto la sua legittimità venga dalle elezioni (se contiamo che la Corte Costituzionale non ha ritenuto illegittimo il Parlamento), attualmente è molto debole, e le elezioni potrebbero essere alle porte. Ci sono però notevoli ostacoli.

In primis c’è il semestre di presidenza italiano dell’Unione Europea: si tratta di un’occasione a cui molti vogliono arrivare con un minimo di stabilità, pena la difficoltà di imporsi in un momento in cui sarebbe possibile e importante dettare la linea nell’Unione. Il secondo punto, di conseguenza, è proprio la sentenza della Corte Costituzionale, che non ha portato a un ritorno diretto al Mattarellum. E’ infatti probabile che il ritorno al voto porti a un’altra situazione di sostanziale ingovernabilità, che costringerebbe ad altre larghe, faticosissime, intese. E non è chiaro se possiamo permettercele ancora.

Tatticismi renziani? – Proprio nel rischio di una stagione politica di instabilità perenne si trova la necessità di una nuova legge elettorale. Da lì in poi Pd e centro-destra valuteranno la possibilità del voto. Il punto, soprattutto per i democratici, è che le elezioni probabilmente si terrebbero contestualmente alle Europee: un’eventualità che favorirebbe Forza Italia e Movimento 5 Stelle. Questo perché la campagna elettorale sarebbe concentrata tutta sull’Europa e l’antieuropeismo, ergo in maggioranza su affari esterni. L’alternativa per il centro-sinistra sarebbe fare una campagna fortissima sul peso dell’Italia in Unione, oppure fare proposte molto forti (più di quelle presenti) in politica interna, che di fatto oscurino il discorso europeo. Entrambe le tattiche presentano gravi rischi, e rimane che per Renzi far passare il semestre europeo, magari con qualche conquista importante sul piano delle riforme, sarebbe l’ideale per andare poi al voto nel 2015. Il segretario del Pd questo lo sa, ed è qua che si trova il suo interesse a tenere in vita il governo Letta, evitando anche il rimpasto. Però vuole la legge elettorale, un po’ per i motivi già noti, un po’ perché l’arma del voto sarebbe carica contro l’esecutivo, e nessuno potrebbe più impedirgli di dettare l’agenda.

Insomma, il discorso politico si muove su molti assi, forse più di quelli visibili all’occhio di chi ne segue la cronaca: segno di un paese che va riformato davvero sotto ogni punto di vista.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus