La soluzione più semplice, per l’Italia, è fantapolitica. Un governo di responsabilità, però…

10/03/2013 di Andrea Viscardi

Quanto sta avvenendo in Italia in queste ultime settimane dimostra, se non era già abbastanza chiaro, quanto la classe politica odierna abbia perso di vista la stessa natura ispiratrice di chi assume un impegno di questo tipo. Il politico, l’uomo di Stato, deve perseguire il bene della nazione. Più dei suoi interessi, più delle logiche del Partito, più delle logiche di contrapposizione. D’accordo, questa frase è la rappresentazione dell’utopia e dell’idealismo. Ma questa – in linea teorica – sarebbe l’aspirazione massima a qui chiunque volesse entrare in Parlamento dovrebbe puntare. La realtà, ne siamo consapevoli, è ben diversa. Ne fanno da padrone la rappresentanza di certi gruppi sociali piuttosto che di altri, il desiderio di ottenere potere o di arrampicarsi al vertice della propria formazione politica. Il buonsenso – parlo a titolo del tutto personale – credevo fosse un qualcosa comunque ancora insito nelle teste di chi è chiamato a gestire l’Italia. Mi sbagliavo. Va fatta una premessa: per la politica all’italiana, la soluzione sostenuta in questo articolo, è praticamente impossibile. Fantapolitica. Ma ad essere sbagliato, forse, non è il ragionamento di per sè, quanto il fatto che nel nostro Paese non possa essere considerato valido.

Governo, una soluzione impossibile?Quanto avvenuto e continua ad avvenire ha del grottesco, dell’inspiegabile, basterebbe da solo a far scendere un intero popolo, consapevole e coscienzioso, in piazza, a contestare tutti quelli che hanno fatto da padrone sino ad oggi. Possibile che, in una situazione in cui tornare alle urne è impensabile, in cui occorre eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, in cui dotarsi di un governo – anche provvisorio – è quanto di più importante possibile, si riesca solo, un’altra volta, a ragionare per differenze?

Un’opportunità di superamento delle vecchie logiche, invece, ha dimostrato una volta di più come nessuno abbia intenzione di abbandonarle. PD e PDL, nei giorni successivi alle elezioni, si sono impegnati a fondo solo ed esclusivamente per sottolineare quanto in ogni caso fosse stato positivo il risultato e, soprattutto, si sono affrettati a negare in toto la possibilità di un governissimo di coalizione capace di dare stabilità all’Italia per alcuni mesi, magari di affrontare due o tre punti focali in grado di cambiare il sistema e di eleggere, di comune accordo, un nuovo Presidente della Repubblica.

Pensare che, in una situazione simile, sarebbe stato un segnale forte a tutti i cittadini. Trovare un accordo capace di portare avanti una riforma della legge elettorale e di svolgere l’ordinaria amministrazione per i prossimi mesi sarebbe stato il segnale più forte possibile: “Abbiamo ricevuto il vostro messaggio. Lo Stato è allo sbando. Mettiamo da parte tutti quegli scontri che hanno caratterizzato il mal governo degli ultimi due decenni e lavoriamo insieme per porre le basi per una nuova era politica”. Se onesto – e non organizzato per sopravvivere alla bufera M5S – questo, sarebbe stato forse un momento storico. Un momento che avrebbe veramente potuto aprire ad una nuova era di responsabilizzazione dei partiti e, magari, di mettere da parte anche tutti quei personaggi, da una parte e dall’altra, incapaci di vedere – come avviene in Italia dal 1948 – la controparte politica come organo integrante di un sistema da rispettare nella sua totalità, come un bacino di idee, un elemento di confronto, come un qualcosa dotato di un’idea diversa della nazione ma con il quale poter, in certi casi, collaborare. Un discorso semplicistico? Forse. Ma un discorso che in molte altre democrazie del Mondo non rappresenterebbe fantapolitica come invece avviene in Italia. Qualche problema, allora, forse c’è.

Sarebbe stato un segnale forte, certo. Ma poi? In molti sostengono – era stato anche il mio primo pensiero – una soluzione di questo tipo avrebbe spalancato la strada al duo Casaleggio-Grillo. Probabile, ma non certo. Dipendeva dalle intenzioni dietro al governissimo, come scritto prima. Avesse dominato il principio di onestà, dell’affrontare una soluzione di questo tipo per il bene della nazione e non per salvaguardare l’esistenza dei vecchi partiti, allora i cittadini avrebbero compreso (forse, perchè anche noi italiani siamo strani). Se nei prossimi mesi si fosse affrontata la questione della legge elettorale e dei finanziamenti ai partiti, ad esempio, i cittadini avrebbero apprezzato. Certo, il tutto sarebbe dovuto essere accompagnato, in un’ottica di cambiamento, da un’operazione di rinnovamento dei partiti dal loro interno, perchè queste elezioni hanno dimostrato che moltissimi sono stufi di quelle decine di personaggi residenti alla Camera e al Senato da decenni. Rinnovamento, senso dello Stato, responsabilità. Tutto quello che gli italiani hanno chiesto a gran voce senza mai ottenere. Siamo sicuri, dunque, si sarebbe fatto il gioco del Movimento 5 Stelle?

Invece, come è ovvio per una classe politica dedita a autoalimentarsi sino all’ultimo, tutto questo non è avvenuto e difficilmente potrà avvenire sino a quando le logiche saranno sempre le stesse. Il PdL preferisce lasciare il PD nel suo brodo, nella sua difficile posizione di dover – in quanto “vincitore” delle passate elezioni – proporre una soluzione. Se non ce la farà – è questo il ragionamento – alle prossime elezioni Alfano avrà più possibilità di successo. Poco importa se si parlerà ancora di Italia o di nuova Grecia. Il PD, dal canto suo, non ha pensato neanche un secondo a fare un appello generalizzato a tutte le forze in gioco per un governo politico e apolitico allo stesso tempo. Grillo e Casaleggio, intanto, sembrano godere e attendere che nessuno riesca a dare un governo al nostro Paese, senza capire quanto sia fondamentale il contrario. Ognuno, insomma, pensa al proprio orticello. In questo, spiace dirlo, ma non esiste alcuna differenza né prospettiva di miglioramento: la realtà è che il bene dello Stato e dei cittadini, oggi, viene di gran lunga dopo quello dei Partiti, della loro sopravvivenza.

Grillo, poi. L’M5S dovrebbe smetterla di giocare e cominciare ad agire chiaramente. Il momento è critico. Loro hanno deciso di divenire il primo partito del Paese solo per dimostrare quanto la vecchia classe politica fosse da cacciare o anche per aiutare il Paese nella sua interezza? Ecco. Se la risposta è la seconda, forse, invece di continuare ad autoalimentare il proprio populismo, la soluzione migliore sarebbe ragionare su cosa serva, in questo momento, all’Italia. Di sicuro non tutto quello che si sta vedendo dal 26 Febbraio.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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