La sinistra impossibile di Pippo Civati

08/09/2015 di Edoardo O. Canavese

La raccolta firme per i referendum anti-Renzi procede, ma rischia di non arrivare alla Consulta. I circoli di Possibile si moltiplicano, ma il partito non decolla. Landini, Vendola e Bersani lo vedono più come concorrente che come alleato. Civati e la difficile maturità della sua leadership.

Sono giorni caldi, cruciali per Pippo Civati e il suo neonato movimento, Possibile. Entro il 30 settembre dovranno essere consegnati urne contenenti 500 mila firme espresse su otto possibili quesiti referendari promossi dall’ex Pd. Mancano tre settimane, ma soprattutto 350 mila autografi. Cosa propone Civati nei suoi referendum? Sarebbe troppo semplice e riduttivo rispondere che l’obiettivo e mandare a casa il governo dell’eterno rivale Renzi. Di fatto tuttavia Civati intende 1) colpire l’Italicum sbloccando i capilista e le candidature plurime, 2) stoppare e modificare il decreto “Sblocca Italia” (in particolare alla voce “trivellazioni in mare” e “grandi opere”), 3) minare il Jobs Act colpendo le nuove norme su demansionamento e licenziamento illegittimo, e 4) boicottare la Buona Scuola cancellando la figura del preside con competenze manageriali. In soldoni, Civati vuol riportare indietro le lancette della legislatura fino alla salita a Palazzo Chigi di Renzi.

Firmare con Civati per fermare il governo e Renzi. Questa la mission impossible del deputato monzese, che chiama a raccolta i suoi ma anche gli altri per mettere in evidenza abbandonata in un cono d’ombra da giornali e televisioni. Perché nonostante tutto 150 mila firme raccolte senza un vero e proprio partito, senza sostegno mediatico, soprattutto in un lungo autunno per la passione referendaria degli italiani, è di per sé un successo. Che banalmente però non basta. La strategia del già ribelle Pd è stata chiara fin dalla nascita di Possibile quando, sull’onda entusiastica dell’onda radicale in Spagna e Grecia, ha aderito alla battaglia referendaria come strumento di partecipazione democratico in una stagione di trame di Palazzo e come rampa di lancio mediatico-elettorale per un partito in divenire. Nell’illusione di incassare il sostegno (e la benedizione politica) dei troppi leader della sinistra extraparlamentare senza fare i conti con le loro personali ambizioni.

La vulgata tende a ricondurre il solidarismo al mondo della sinistra. Un luogo comune che si frantuma sull’ostilità che dilania i suoi leader, apparentemente ben più numerosi dei punti percentuali in sede di voto. Non fa eccezione il caso di Civati. Allontanatosi dal Pd in polemica col protagonismo renziano, oggi soffre l’indifferenza consapevole dei suoi naturali alleati. Vendola, Bersani, Landini. Nessuno di costoro ha scelto di schierarsi a favore della battaglia referendaria di Civati ed apporre sulle schede la propria firma. Fatto che ha amareggiato il deputato monzese. Ma se dal leader di Sel e dall’ex segretario dem ce lo si poteva attendere, considerati i comuni interessi strategici alla vigilia delle amministrative 2016, stupisce l’indifferenza del leader Fiom. “Se Landini avesse proposto al posto mio, avrei firmato”, ragiona Civati. Perché non il contrario?

Landini non considera i tempi abbastanza maturi per una mobilitazione popolare contro le riforme del governo. E soprattutto non intende spartire quell’aleatorio consenso costruito intorno al fumoso cartello “Coalizione Sociale” con altri, scomodi, anti Renzi. Il medesimo motivo per cui né Vendola né la minoranza dem hanno sottoscritto alcun referendum. Ma hanno firmato i grillini. Gli elettori. Ed un big, Alessandro Di Battista. Dai primi mesi di vita di Possibile, e dai trascorsi politici di Civati, si evince che il vero obiettivo elettorale sia proprio la galassia di voti che dal Pd, nel 2013, sono scivolati nel M5S. Voti al momento realisticamente irrecuperabili, considerando che anzi il M5S sta ormai mettendo profonde radici come membro del sistema. Quelle che mancano a Possibile, nonostante stiano nascendo alla spicciolata circoli espressione del movimento di Civati.

Ciò che pare al momento sbagliato nel calcolo del deputato ex Pd è aver investito così tanto nei referendum anti-Renzi, arrivando col fiato corto e con poco sostegno ad un appuntamento che, lo dovesse vedere sconfitto, ne infiacchirebbe (irrevocabilmente?) la credibilità di leader. E nel contempo la scelta di non essersi piuttosto concentrato sulla formazione di un solido partito che superasse di slancio le nebulose rosse di Landini & co. per inglobare Sel, malconcio e diviso dentro sé. S’è preferito invece affidarsi a strumenti abusati come la personalizzazione della battaglia politica, affidandosi peraltro al sostegno dei soliti noti. Non un gran incentivo alla teoria e alla pratica di cambiamento.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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