La settimana decisiva del Partito Democratico

17/04/2013 di Giacomo Bandini

La situazione – Un’elezione determinante. La leadership del futuro diventata di fatto contendibile. È una settimana difficile e lunghissima quella iniziata e ancora da concludere per il partito democratico. Gli scontri seguiti alle proposte delle candidature al colle sono testimonianza evidenza di una frattura su cui si gioca il destino del centrosinistra italiano. Ad infarcire il tutto vi sono state le dichiarazioni di Matteo Renzi: “Mi piacerebbe sfidare Berlusconi, per mandarlo in pensione, non in galera” e la bocciatura di due tra le potenziali candidature proposte dalla propria direzione. La scaramuccia è subito degenerata in guerra aperta. Tutt’altro che silenziosa. La replica di fatto non ha tardato ad arrivare. Anna Finocchiaro, una dei due scartati di lusso, ha risposto al fiorentino: «Trovo che l’attacco di cui mi ha gratificato Matteo Renzi sia davvero miserabile». Marini non ha usato l’espressione “miserabile” (peraltro termine assai dispregiativo per descrivere qualsiasi cosa), ma nemmeno è sembrato disponibile al perdono verso il giovane compagno sindaco.  Il Pd dunque si presenta così alla settimana della verità: diviso e senza un progetto comune credibile.

Partito DemocraticoNessun coraggio – Le premesse d’altronde non sono state molto incoraggianti. La base elettorale rosicchiata dal vituperato Mov. 5 Stelle, i risultati di fine febbraio disastrosi, il ritorno in pompa magna di Berlusconi, l’incarico a Bersani del governo fallito miseramente e l’inizio di un teatrino senza fine. In primo luogo la via dell’accordo coi grillini finita con un indecoroso incontro storico in streaming. In secondo luogo l’avvio ad una nuova stagione dell’utilizzo diffuso del sotterfugio politico. Ossia nessun accordo ufficiale per non perdere la faccia di fronte ai sostenitori antiberlusconiani , ma concessioni e contatti segreti, raccontati nel peggiore dei modi dalle fonti giornalistiche nazionali. Uno spettacolo piuttosto penoso, non più capace di ingannare un Paese ridotto alla fame. Servono le riforme o perlomeno il coraggio di provarci pur diventando impopolari e rischiando tutto. Il Pd però di coraggio ora non sembra averne  e forse non ne ha mai avuto. Di buonsenso ne ha mostrato a sprazzi.

Non solo Renzi – Di compattezza comunque neanche l’ombra. E così persino i pacifici ex democristiani pare, secondo indiscrezioni mediatiche, sembrano aumentare l’incertezza di fondo. L’esclusione clamorosa di Marini ha acceso anche questa miccia, innescando ulteriori minacce di scissioni. Come se non bastasse il digrignare di denti fra Renzi e Bersani, conclusosi con le solite frasi di circostanza e con espressioni  cortesi di facciata da parte dei rispettivi fedelissimi, non ha portato a conclusione alcuna, bensì ha acuito il sentore di separazione casalinga senza ingannare alcuno. Da una parte un giovane leone che tesse una tela da ragno fatta di grandi dichiarazioni e leggero populismo. Renzi si muove nell’ombra per poi spuntare fuori all’assalto e subito ritirarsi, in perfetto stile guerriglia. Dall’altro lato si trova il monopolio di una nomenklatura vecchia e frustrata, piena di paure e dal passato irrequieto. Novità? Nessuna, tranne l’avvento di un terzo contendente, di solito quello che gode. In questo caso si chiama Fabrizio Barca e fa ancora il ministro.

Una scelta decisiva – Tuttavia la speranza di salvare capra e cavoli non si è del tutto eclissata. Nonostante le fortissime spinte divisorie interne, una possibilità è insita nel voto per il Quirinale. Non solo poiché gli uomini di Bersani hanno il timone dalla loro parte per impostare una carica fondamentale dello Stato della durata di 7 lunghi anni, ma anche poiché il corso stesso del centrosinistra potrebbe subire una profonda svolta a seconda di chi si rivelerà il prescelto. La scelta diventa di conseguenza se accontentare l’anima realista della base, quella che aspetta solo un accordo per arrivare finalmente a un governo delle riforme, o accontentare l’anima più radicale, quella del cosiddetto non-inciucio, rafforzandosi all’interno e rischiando di perdere una parte dell’elettorato moderato. Accordo con Pdl o rottura? Amato o Prodi? Questi sono i nodi da sciogliere. Questo è il futuro in ballo per l’area democratica, salvo stravolgimenti dell’ultima ora.

Cosa accadrà – Serve l’uomo unificatore in una cultura politica come quella italiana dove l’importanza di riconoscersi in un unico leader sembra spesso prevalicare le idee e la capacità dello stesso. La sinistra degli ultimi tempi non è stata in grado di sfornare veri e propri trascinatori del popolo, fermandosi quasi sempre al livello del segretario pulito, serio, onesto, ma anche lontano dal sentimento, incapace di comunicare efficacemente e di proiettarsi nel nuovo mondo fatto di lotte differenti da quelle operaie targate Pci. Questo ha costruito gran parte del successo di Renzi. Un nuovo modo di arrivare a gran parte della gente e un modo di concepire il Pd diverso dal passato, meno sinistra, più centrosinistra. È questa la via maestra che rinnoverà il centrosinistra? A breve probabilmente lo sapremo, ma attenzione al terzo. Di solito è quello vincente.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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