La seconda guerra del Quirinale

23/01/2015 di Edoardo O. Canavese

Il 29 gennaio cominceranno le consultazioni e il Pd è più diviso che mai. Tra sospetti reciproci e occulte strategie di logoramento, ecco come il Quirinale si appresta a divenire il campo di battaglia per la resa dei conti tra renziani e minoranza.

Renzi, Minoranza PD

Countdown all’elezione del Presidente della Repubblica – Manca meno di una settimana alla fatidica apertura del conclave quirinalizio, e il Pd è ad un passo dalla deflagrazione. Il copione è noto, giacché simile a quello dell’aprile 2013 quando tra tradimenti, divisioni e sospetti i democratici non riuscirono a far di meglio che ricandidare, in concerto con gli altri partiti, Napolitano. Anche oggi pare a Renzi difficile individuare un candidato politico che sappia riscuotere successo sia tra i dem sia nel resto del parlamento e che gli garantisca governabilità, tanto più sullo sfondo di una resa dei conti tra minoranza Pd e renziani che proprio in questi giorni sta entrando nel vivo. La quale potrebbe determinare la scissione dei dissidenti, oppure un più probabile lento, ma forse irreparabile, logoramento per il premier e la sua credibilità politica, al Governo e nel partito.

De bello civile – Forse è esagerato parlarne in questi termini, ma certo il cronicizzarsi del divisionismo intestino al Pd comincia ad assumere dimensioni inquietanti. Tanto più se si pensa a come si sia arrivati a questo nuovo, forse risolutore scontro, attraverso un lungo autunno di fitta tensione politica. Ad animarlo soprattutto il Jobs Act, foriero di scontri interni nel governo circa la necessità dell’articolo 18, e nel Pd, col muro contro muro tra renziani e cigiellini. Poi i dati economici, spesso negativi, che hanno infiacchito il sostegno popolare del governo. In aggiunta l’eterno ritorno della questione morale, con lo scandalo del Pd romano, ma soprattutto con l’inquinamento delle primarie in Liguria, da cui le dimissioni dal partito di Cofferati. E oggi la legge elettorale.

Pretesto Italicum – Troppo difficile conciliare la posizione assunta dalla minoranza dem rispetto alla proposta di legge elettorale e quella che fu a riguardo la posizione dei bersaniani fino al Patto del Nazareno. Riprendendo alcune dichiarazioni rilasciate da Bersani nel luglio 2012, la sua segreteria rivendicava una “proposta di doppio turno, della quale siamo convintissimi” e avvertiva che “se si dice no al premio di maggioranza e alle preferenze, io (Bersani n.d.r.) dico che non possiamo metterci tra Tangentopoli e la Grecia.” Una posizione che, oggi, non pare così distante dalla proposta dell’Italicum. Sorprende dunque come nei giorni scorsi lo stesso Bersani e il fido Miguel Gotor, già ex della sua segreteria, abbiano capeggiato una fronda e combattuto proprio sulle preferenze. A loro favore. Di qui l’ira di Renzi.

Parassiti&traditori – Parole grosse, quelle volate dopo la tentata spallata della minoranza sulle preferenze, sventata solo grazie ai voti di FI. Prima Stefano Esposito, autore dem dell’emendamento del “super canguro”, il quale ha definito gli ex compagni dei Ds parassiti che si augura facciano presto un proprio partito. Dichiarazioni che ha incendiato Bersani e i 140 dissidenti riunitisi a Montecitorio per contarsi e fare il punto sui dissapori con la maggioranza, e che hanno dato adito a Fassina, e oggi D’Attorre e Boccia, di addebitare il tradimento dei 101 contro Prodi a Renzi. In mezzo tutto il risentimento del presidente del Consiglio per l’imboscata sulle preferenze; “hanno condotto una tenuta assurda”, ha sbottato. Scissione?

Cosa succederà? – No, nessuna scissione, o almeno non per lo zoccolo bersaniano. Lo stesso ex segretario ha recentemente ribadito che “il Pd è casa mia, non me ne vado”. Piuttosto la minoranza farà della corsa al Colle il campo di battaglia per logorare Renzi e ridurne il potere politico sia al governo sia nel partito. L’obiettivo è quello di schiacciare il premier e nei sondaggi e in parlamento, costringendolo a rimettere in discussione la propria leadership, nell’ambizione di riconquistare la segreteria dem. Quali le contromosse a disposizione di Renzi? La prima, proporre per il Quirinale un candidato che metta d’accordo tutte le anime del Pd, anche a costo di rischiare come rischiò Bersani con Prodi, anche a costo di scontentare gli alleati per le riforme, FI e Ncd. La seconda, imporre un proprio candidato, aggirare le resistenze della minoranza cercando l’appoggio esterno di Forza Italia e alfaniani e determinare di seguito un cambio di maggioranza, con un appoggio esterno di Berlusconi al posto dei bersaniani. Ruolo che l’ex Cav, in continua crisi di gradimento, non disdegnerebbe.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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