La Russia scende in campo in Siria. Al via i raid aerei.

02/10/2015 di Michele Pentorieri

Mosca dichiara di voler colpire lo Stato Islamico, ma permangono i dubbi sulle reali intenzioni di Putin, accusato di indirizzare i suoi attacchi verso i ribelli moderati.

Come espressamente voluto da Putin, Mercoledì sono iniziati i raid aerei russi in Siria. Lo scopo dichiarato è quello di assestare una spallata decisiva allo Stato Islamico, che nel Paese mediorientale è il principale antagonista di Bashar al-Assad. La Russia ha dichiarato di voler combattere i terroristi che imperversano nel Paese e l’intervento militare, sotto questa lente, ha una sua logica. Nei giorni scorsi, infatti, lo stesso Putin ha dichiarato di voler arrestare l’avanzata dei jihadisti prima di “ritrovarseli in casa”.

Il pensiero va soprattutto alle repubbliche caucasiche russe, su tutte la Cecenia, obiettivi sensibili dell’Is in quanto a maggioranza musulmana ed etnicamente avulse dal resto del Paese, ma le cui ambizioni indipendentiste vengono ripetutamente frustrate dal pugno duro del governo centrale. D’altra parte, c’è comunque da rilevare che le minacce dell’Is nei confronti di Putin sono state finora abbastanza moderate e la Cecenia, almeno stando ai fatti, non sembra essere in cima alla lista dei jihadisti. In sostanza, come nei confronti dell’Iran, lo Stato Islamico dimostra ancora una volta una sorta di prudenza quando si tratta di confrontarsi con nemici militarmente molto più attrezzati.

Le prime bombe sono cadute nella zona di Homs, ma non hanno tardato a palesarsi le prime critiche ed i primi punti oscuri. Secondo alcune fonti, gli attacchi hanno colpito zone già pesantemente martoriate dall’azione di Assad, mentre la presenza di jihadisti nelle suddette aree è tutt’altro che evidente. In pratica, stando alle accuse, Putin non farebbe altro che aiutare militarmente il dittatore siriano nel suo intento di sconfiggere l’opposizione moderata al regime. Quella sulla quale, per intenderci, puntano i governi occidentali per spodestare il Presidente siriano. La posizione più dura è quella della Francia che, tramite il suo Ministro degli Esteri Fabius, ha dichiarato che “esistono indicazioni del fatto che le incursioni russe non hanno preso di mira l’Is. Sarà pertanto necessario verificare quali fossero gli obiettivi”. Anche il Segretario di Stato statunitense Kerry ha sottolineato che, secondo le analisi del Pentagono, i raid russi hanno colpito zone dove non è attestata la presenza di jihadisti.

La linea statunitense è chiara: cercare – quasi ad ogni costo – un seppur minimo livello di coordinazione con le azioni russe, onde evitare catastrofi militari e diplomatiche. Ma la condizione considerata necessaria e assolutamente ineludibile dagli Stati Uniti è la fine del regime di Assad. La divergenza più evidente tra la strategia russa e quella statunitense è rappresentata proprio dalla figura del dittatore, che gli Stati Uniti vorrebbero mettere definitivamente da parte in quanto principale causa della guerra mentre la Russia, al contrario, lo reputa l’unico baluardo contro i terroristi. Da qui la divergenza di vedute delle due parti. Da un lato, gli Stati Uniti, dopo aver di fatto ammesso gli errori commessi in Iraq e Libia, vogliono evitare di ritrovarsi in un nuovo pantano. Dall’altro, la Russia si sta muovendo su due direttive. La prima consiste nell’aumentare ulteriormente il proprio ascendente su Assad, rispondendo finalmente e in maniera importante alle sue richieste di aiuto.

Tuttavia non è improbabile che, come contropartita, il Presidente siriano si sia dimostrato più flessibile di fronte all’idea di una transizione o comunque abbia preso atto dell’impossibilità di un ritorno alla condizione precedente alla guerra. Fattispecie suggeritagli da Putin tramite dichiarazioni – anche pubbliche – che invitavano il Presidente siriano ad aprire alle opposizioni. Questo, per inciso, potrebbe rappresentare un’importante base per un’intesa tra Russia e Stati Uniti. La seconda direttiva, invece, appare del tutto irrealizzabile. La Russia ha presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una bozza di risoluzione che auspica la creazione di un fronte anti-Is composto da Assad, Iran e, appunto, Mosca. Ovviamente gli stati arabi, su tutti l’Arabia Saudita, non hanno accettato e non accetteranno mai una coalizione simile, che rischia di consolidare ulteriormente la “mezzaluna sciita” – formata da Iran, Siria e Hezbollah libanesi – come entità geopolitica e porla sempre più sotto la diretta influenza russa. A tal proposito, il Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir ha dichiarato senza mezzi termini che non c’è più posto in Siria per Assad.

La verità è che la strategia USA non sta dando i suoi frutti. Allo stato attuale, infatti, se il dittatore cadesse il Paese finirebbe nelle mani di Stato Islamico e fronte al-Nusra, non in quelle dei ribelli addestrati dagli americani all’interno dei propri confini. Di fronte a questa fase di stallo, Putin ha deciso di intervenire per salvaguardare i propri interessi. L’obiettivo è evitare che la Siria finisca nelle mani degli oppositori al regime, moderati o estremisti che siano. Ciò non implica per forza un reintegro di Assad, ma l’intento è quello di avere il coltello dalla parte del manico quando – inevitabilmente – si organizzerà una qualche forma di transizione. A quel punto Mosca, ricordando anche al Presidente siriano l’aiuto militare che gli sta offrendo ora, potrà dettare le sue condizioni, offrendogli un’uscita di scena dignitosa in cambio di un ammorbidimento delle sue posizioni.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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