La rincorsa della minoranza PD: Speranza leader e guerra sulle riforme

30/06/2015 di Edoardo O. Canavese

La minoranza si conta e si prepara al congresso Dem del 2017, con qualche primo punto: Speranza nuovo leader, niente scissione e muro contro muro su Jobs Act e Senato. Per prendere tempo e logorare Renzi.

Parte dei democratici è già concentrato sul novembre 2017, quando si svolgerà il Congresso del partito. Data che potrà essere anticipata, a seconda del destino della legislatura. Allora si decideranno le sorti della segreteria renziana, così fortunata nei suoi primi mesi di vita, così contrita oggi, tra le difficoltà di una risicata maggioranza in Parlamento e il notevole calo di fiducia degli elettori nelle urne. La minoranza Pd non se la passa meglio; ad oggi ha perso quasi tutte le sfide poste da Renzi, nonostante le numerose minacce di strappo, e per di più ha perso numerosi membri, chi per il carro del Premier, chi per l’opposizione. Tuttavia si sta riorganizzando, e pare abbia già trovato un suo leader, Roberto Speranza. 36enne, bersaniano, ex capogruppo alla Camera, dimissionario in opposizione all’ultimo voto sull’Italicum. Sembrava avesse ceduto al fascino renziano, invece ha fatto un passo indietro ed è tornato a difendere la Ditta; accettandone, forse, l’investitura a candidato segretario.

Il Pd che vogliamo”, questo il nome dell’evento che ha riunito sabato a Roma la sinistra riformista dem. Protagonista assoluto Speranza, cravatta scura su camicia bianca vagamente fiorentina, il quale ha attaccato il segretario-premier su riforme, voto regionale e deriva ideologica. Un intervento duro, in cui si è promessa battaglia su legge elettorale e “Buona scuola”, Senato e Jobs Act, e si è garantito che lo si farà fatto entro i confini del Partito Democratico. D’altro canto il recente atteggiamento della minoranza, in segreteria e nelle Camere, è stato d’opposizione passiva fino al voto, quando il muro contro muro si infrange. Così per l’Italicum, dove pure la minoranza non partecipò al voto, così per la “Buona scuola”, dove il voto favorevole è arrivato dopo giorni di tensione. Questa sembra ad oggi la strategia della minoranza: distinguersi per la propria opposizione interna e, al momento del voto, subire il verdetto della maggioranza. Prendere tempo, in sostanza. E far perdere tempo a Renzi.

Non illuda il voto regionale. E’ una bocciatura per Renzi, certo, ma è soprattutto la sconfitta di una classe politica democratica che non si è rinnovata sul territorio. Una lezione che Renzi deve capire, ma che la minoranza dimostra di strumentalizzare. Il Pd ha perso laddove non si è scelta una profonda riforma, nel bene e nel male, dei quadri dirigenti. In Veneto la pluricandidata Moretti toppa; in Liguria gli scandali del rosso Burlando e i pasticci a sinistra deprimono Paita; a Venezia Casson paga pegno per un Pd che dai tempi della segreteria Bersani non è mai cambiato e talvolta ha ceduto addirittura al malaffare. Ad oggi il premier ha fallito nella rottamazione.  E se non vi porrà presto rimedio la crisi territoriale diverrà regionale, e gli scricchiolii del Parlamento diverranno crepe nella segreteria.

Alfredo Reichlin, storico volto della Resistenza e del comunismo italiano, non è certo noto per simpatie renziane. Tuttavia ha messo in guardia la minoranza dem, in occasione della kermesse di Speranza & co: “non diventiate una setta”. Rimproverando di fatto gli antirenziani dello stesso vizio che questi imputano al loro rivale, la tendenza ad isolarsi dal proprio popolo e di anteporre volti alle idee. Analisi azzeccata, sia per Renzi sia per i suoi oppositori interni. Il primo non è riuscito ancora a costituire una classe dirigente, in mancanza di un serio e strutturato retroterra culturale; i secondi si stanno smarrendo nella foga di riprendersi un partito che considerano roba loro, la Ditta, perdendo di vista i problemi reali del Pd, e dimenticando di essere loro stessi artefici del declino ideologico dei dem.

Intanto la minoranza si assottiglia. Stefano Fassina ha fatto fagotto e si è rivolto a Civati, questo il riassunto del suo addio. L’obiettivo condiviso è la costituzione di una nuova sinistra extra-Pd, che attiri da un lato i delusi della svolta renziana mentre dall’altro peschi nell’elettorato che alle ultime tornate ha preferito restare a casa. Progetto ambizioso quanto azzardato, tanto più in assenza di una struttura partitica che permetta un legame col territorio. E alla minoranza dem lo sanno molto bene. Di qui la promessa ripetuta da tutti, il Pd è casa nostra e non ce ne andiamo. Casa nostra. Quasi che chi comandasse ora è un condomino abusivo. Tant’è che per il Pd si prospettano mesi sempre più difficili, schiacciati dall’onda lunga di un salvinismo soffocante e un congresso permanente insoluto. Le soluzioni sono due: o Renzi trova gli estremi per un armistizio con la minoranza, fino al 2017, cedendo a molte delle loro richieste, oppure fa il Renzi 1, seppellisce la minoranza a colpi di fiducia in Parlamento e comincia a cambiare il partito sul territorio. L’alternativa si chiama voto anticipato e, verosimilmente sconfitta, per tutti.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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