La riforma più grande? L’attuazione immediata delle leggi

08/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

Nel nostro paese si dimentica spesso di fare una distinzione essenziale: quella tra dibattito politico intorno a una scelta e la sua effettiva attuazione. La colpa è in parte di un giornalismo disattento che spesso preferisce i retroscena ai fatti; in parte è della stessa politica che, forte anche di questo sistema, tenta di pubblicizzare il suo possibile la scelta, ma è la prima a dimenticarsi della sua attuazione, e dei relativi effettivi.

Troppe regole, troppo varie – Si tratta della conseguenza di una corsa al risultato mediatico, che è solo parte del risultato politico, e che finisce per estendersi in alcuni dei principali problemi del nostro sistema legislativo, tra l’altro interconnessi tra di loro: l’esagerata presenza di regole (tra leggi e regolamenti praticamente il doppio che in Francia, altro paese dalla storica tradizione burocratica) e la difficoltà a mantenere un andamento legislativo costante: la continua alternanza delle parti politiche al governo, infatti, finisce per smontare e rimontare continuamente il castello regolamentativo. Il risultato è che, cambiando le regole di continuo, diventa anche difficile stargli dietro, ed è noto quanto l’incertezza del diritto sia un danno allo sviluppo del paese.

Palazzo-Chigi
Palazzo Chigi

Troppi decisori – Oltre a questo punto non da poco, ve n’è uno che sintetizza più di tutti il caos che alberga in Italia quando si tratta di fare leggi o, più in generale, prendere decisioni: l’eccesso di soggetti attuativi. Per capire di cosa parliamo prendiamo un caso recente: con il passaggio dal governo Letta al governo Renzi, quest’ultimi si è trovato in eredità la necessità di emettere più di 800 atti, alcuni ancora risalenti al governo Monti, necessari per rendere operative molte riforme. Per questa matassa passa l’attuazione di misure di stampo economico, che spesso prevedono l’erogazione dei più disparati fondi: soldi necessari per la sopravvivenza di imprese, cooperative e altre entità industriali.

Troppi passaggi – Perché un atto come una legge abbia attuazione, bisogna superare svariati passaggi: c’è bisogno il più delle volte di regolamenti attuativi, di circolari che chiariscano dubbi e determinino le metodologie dell’amministrazione, di atti gestionali, etc. Tutto questo perché c’è spesso e tipicamente il vizio, da parte del legislatore, di  votare in Parlamento (o di approvare in Consiglio dei Ministri) leggi o atti “contenitore”, in cui magari le intenzioni sono buone (e non è sempre detto), ma poi manca il contenuto, nel senso del “come” la cosa va attuata.

Troppe trattative – Non è un problema da poco. Pensiamo alla divisione degli oneri economici tra gli amministratori, alla definizione dei responsabili dei procedimenti, alle priorità che questi hanno e alle metodologie da seguire. Quest’insieme è in grado di rendere inattuabile il più utile dei provvedimenti. A tutto ciò si potrebbe aggiungere che gli stessi ministeri, dopo che un atto è uscito dal Consiglio dei Ministri “salvo intese”, possono finire per bloccare tutto o cambiare significativamente il contenuto di un decreto in nome delle suddette “intese”, e spesso a scapito (se non all’insaputa) dello stesso ministro, visto che se ne occupano di solito uffici interni come quelli legislativi.

Si finisce così per tornare al discorso iniziale: la necessità di dare un profilo mediatico alle proprie azioni fa si che si dimentichi della sua attuazione, e questa si perde nei meandri di una burocrazia troppo spesso nemica del cittadino, vuoi perché persa tra gli interessi propri, vuoi per il suo eccessivo codicismo.

Cambiare per poter cambiare – In un ambito come questo, che pare lontanissimo dalla vita reale del cittadino, si gioca una fetta importante della necessità di cambiamento nel nostro paese. Serve infatti che la legislazione sia più snella e autoapplicativa. Servono meno passaggi, e la possibilità che, laddove possibile, tra un atto avente forza di legge e la sua applicazione il percorso sia diretto. E serve anche, e questa forse sarebbe la più importante misura sulla burocrazia, la possibilità che l’inadempimento grave da parte dell’amministrazione porti sanzioni vere, anche la revoca dall’incarico (o peggio). Queste cose si possono ritenere troppo poco, possono sembrare lontane dal cittadino: ma cambiamenti di questo genere potrebbero far molto più bene al nostro paese di quanto oggi non riusciamo a comprendere.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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