La riforma costituzionale e il referendum: un vademecum introduttivo

21/04/2016 di Marco Bruno

Lo scorso 12 aprile la Camera dei Deputati ha approvato in ultima lettura la riforma costituzionale voluta dal Governo Renzi e chiamata comunemente “Ddl Boschi” dal nome del ministro delle riforme proponente.

La disciplina per la modifica della Costituzione è molto lunga e tortuosa, molto più che quella per una semplice legge, anche a causa del ruolo fondamentale della carta costituzionale per il nostro ordinamento. La norma di riferimento in tal senso è l’art.138 della stessa Costituzione, che prevede una doppia lettura da parte di entrambi i rami del parlamento ad intervallo non minore di tre mesi, ed è necessario che nella seconda votazione il processo di riforma sia votato dalla maggioranza assoluta di entrambe le Camere. Se cinque consigli regionali o 500.000 elettori ne fanno richiesta, entro tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale, la legge viene sottoposta a referendum confermativo. Questi non si tiene nel caso in cui la seconda votazione avvenga con il sostegno di due terzi dei componenti delle Camere. Il Governo Renzi ha sempre manifestato la propria intenzione di procedere a referendum a prescindere dall’esito delle votazioni, che non hanno comunque raggiunto questa soglia. Quindi, presumibilmente, nel prossimo mese di ottobre, si terrà un referendum in cui gli elettori saranno chiamati a decidere se accettare questa riforma o meno.

Una precisazione è d’obbligo: trattandosi di un referendum confermativo, non si richiede il raggiungimento del quorum e la consultazione è valida qualunque sia il numero di persone presenti. Ad esempio, in occasione del Referendum costituzionale relativo alle riforme del 2001, ad andare al voto fu il 34,10% degli aventi diritto, mentre quando la stessa situazione si ripresentò nel 2006, a presentarsi alle urne fu il 38,70%. L’esito delle due consultazioni fu differente: nel primo caso, la maggioranza dei votanti approvò la riforma costituzionale, mentre nel secondo caso le modifiche rimasero solo su carta a causa del deciso no popolare.

Nel primo caso si andava a votare per la l.cost.n.3/2001, i cui punti focali oggi sono toccati ancora una volta dalla riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi. In particolare, questa legge ha modificato le competenze dello Stato in relazione a quelle detenute dalle Regioni, ha attribuito ai Comuni svariate competenze amministrative, e ha sviluppato diverse questioni inerenti il ruolo degli enti locali nell’ordinamento italiano. Con la legge costituzionale bocciata nel 2006, si toccarono altri punti ancora oggi compresi nell’iter di modifica costituzionale che fra pochi mesi sarà rimesso al voto degli elettori. Quella legge, fortemente voluta dalla maggioranza di centrodestra dell’epoca prevedeva: forte devolution delle competenze a favore delle regioni nell’ambito del federalismo fiscale, fine del bicameralismo perfetto e istituzione del Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, forte aumento del potere del Premier. Alcune di queste situazioni vengono riprese dal Ddl Boschi, anche se bisogna tenere presente che ci sono anche delle profonde differenze (ad esempio, rispetto alla devolution nella riforma Boschi si va verso un rafforzamento delle competenze statali, a scapito di quelle regionali).

Vediamo più nel dettaglio cosa prevede la riforma costituzionale del 2016, che ha iniziato il suo iter oltre un anno e mezzo fa.

Questi sono i punti salienti:

  • Fine del bicameralismo perfetto: Solo la Camera dei Deputati concede la fiducia al Governo, ha funzione di indirizzo politico e di controllo sull’attività del governo.
  • Senato federale: numero dei senatori scende da 315 a 100, e questi fungono da rappresentanti delle autonomie territoriali (74 rappresentanti delle Regioni, 21 dei Comuni + 5 di nomina presidenziale che resterebbero in carica per 7 anni). Rimangono fermi i senatori a vita, ma solo ex presidenti della Repubblica.
  • Modifiche dell’iter di approvazione delle leggi: Leggi di rango costituzionale, referendum, leggi elettorali e trattati con l’Unione Europea verranno approvate da entrambe le Camere. Tutte le altre leggi sono approvate dalla sola Camera che le deve trasmettere al Senato. Quest’ultimo può disporne l’esame se lo richiede un terzo dei propri componenti ed entro 10 giorni dalla trasmissione del testo. Entro 30 giorni, può anche proporre delle modifiche al testo che devono essere approvate a maggioranza assoluta dei propri componenti. Su tali modifiche si esprimerà in ultima battuta la Camera, che può bocciarle, ma sempre a maggioranza assoluta.
  • Modifiche per l’elezione del presidente della Repubblica: Cambia il quorum: resta ferma la richiesta dei 2/3 ai primi tre scrutini, mentre dal quarto scrutinio sarà sufficiente una maggioranza di 3/5, inoltre dalla settima votazione si scende ulteriormente, a 3/5 dei soli votanti.
  • Modifiche per l’elezione dei giudici costituzionali: I giudici saranno eletti in numero pari a 3 dalla Camera e 2 dal Senato. Il quorum per essere eletti è di 2/3 dei componenti nei primi due scrutini, dei 3/5 dal terzo scrutinio in poi.
  • Titolo V: Sparisce la competenza concorrente tra Stato e Regioni. Si inserisce una clausola di “supremazia” secondo cui il Governo può intervenire su materie non di propria competenza se lo richiede la tutela dell’interesse nazionale.
  • Leggi di iniziative popolare: Aumenta il numero di firme richieste, che si innalza a 150 mila. Si prevede però che la Camera le discuta obbligatoriamente.
  • Abolizione del CNEL e delle Province: si discuteva da anni anche di questo: con questa riforma sarà eliminato il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, da sempre considerato l’ente “inutile per eccellenza” e spariranno definitivamente le province.
  • Giudizio preventivo su leggi elettorali: La Corte Costituzionale può intervenire preventivamente sulla legittimità della legge elettorale, se vi è una richiesta entro 10 giorni dalla pubblicazione della legge e se a questa ne fanno richiesta almeno ¼ dei componenti della Camera e 1/3 dei componenti del Senato.

Alcune di queste modifiche erano attese da molto tempo e se ne è discusso nel corso degli anni. Sicuramente non tutte possono essere valutate in modo pienamente positivo così come diverse non sono affatto negative. C’è sicuramente uno snellimento dell’iter procedurale legislativo, ma lo smistamento delle competenze porterà al ritorno al “centro” di molte materie cardine. Si potrà assistere all’istituzione di una Camera federale, situazione abbastanza comune negli altri paesi europei (Germania in primis). La fine del bicameralismo perfetto porterebbe all’abbandono di una situazione unica del nostro paese rispetto agli altri Stati europei e non solo.

Parola ora ai cittadini, che dovranno decidere se accettare o meno questa riforma costituzionale, sicuramente di grande rilevanza e che porterebbe profondi cambiamenti all’ordinamento istituzionale. Il rischio da non sottovalutare è che il referendum si trasformi in una consultazione politica più sull’operato del Governo Renzi che sulla riforma costituzionale in sé: un’opportunità che ad oggi sembra desiderata da entrambi gli schieramenti, ma estremamente pericolosa: una tale riforma dell’ordinamento dello Stato è senza dubbio la più importante della storia della Repubblica, e sarà bene che sia valutata nel merito, al di là di antipatie e simpatie prettamente ideologizzate. La speranza dunque è che i due punti vengano separati e che si assista a riflessioni di sistema, sulle quali le idee, logicamente, possono variare di cittadino in cittadino.

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Nato a Sant'Agata di Militello (ME) il 26/02/1994. Diplomato al liceo scientifico, attualmente studio giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di musica, serie televisive e sport, spero in un mondo dove a prevalere sia l'eguaglianza
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