La ricerca inesorabile dell’altro: Gina Pane e la body art

07/04/2015 di Simone Di Dato

Gina Pane, artista italo francese di rara sensibilità, nonché personalità di spicco della Boby Art del secolo scorso. Con le sembianze di una sposa o una vestale, Gina Pane decise di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, caratterizzando la sua poetica di femminismo, protesta e sacrificio

Il corpo come esperienza radicale, come culto ancestrale e inconscio. Il corpo come misura dello spazio, rito primitivo, come veicolo di protesta. Il corpo come tempio trafugato, come prova di resistenza e autocontrollo. Sin da quando l’artista cessa di essere vissuto come artigiano, non prima del Rinascimento, le arti visive tendono a spostare l’attenzione  sulla centralità e dunque sull’identità fisica del pittore, cominciando ad affermare la sua vicinanza a Dio,  non più solo un esecutore, ma guida, pensatore pronto a svelare e rivendicare le proprie sembianze: una premessa indispensabile per comprendere il percorso tra arte e corporeità. Passando quindi per Velàsquez, Rembrandt, Goya, Van Gogh, Munch e Duchamp solo per citarne alcuni, dall’autoritratto all’interpretazione simbolica e pratica dell’happening il passo è breve.

Quel processo di valorizzazione dell’io che ha avuto origine nelle teorie di personalità come Pascal e Kierkegaard prima, Freud, Jung e Klein poi, trova il suo apice dopo aver varcato la soglia del Novecento, proprio quando avviene il passaggio dalla rappresentazione pittorica alla manipolazione diretta del proprio corpo. Siamo negli anni Sessanta e quel movimento internazionale che viene chiamato Body Art, toccherà tutte quelle sperimentazioni, anche precoci, tra happening collettivo, arte relazionale e performance individuale che faranno dell’azione dell’artista o il coinvolgimento del pubblico, l’opera stessa.

Azione io mescolo tutto, 4 ottobre 1976
Azione io mescolo tutto, 4 ottobre 1976

Davanti alla prova di resistenza psico-fisica di un artista, le reazioni possono essere molteplici. Innanzi a quello che spesso è un accanimento sul corpo, un atto di autolesionismo, è sconcertante notare quanti, non senza una buona dose di sadismo, ne siano compiaciuti, quanti provino ribrezzo per la violenza dei gesti o invece restino totalmente indifferenti. Forti reazioni certamente per Vito Acconci che negli anni della sua carriera ha superato ogni termine di pudore tra training per l’autocontrollo e performance estreme. Sì è morso il corpo timbrandosi la pelle coi i denti in Trademarks e praticato autoerotismo in una galleria d’arte, sotto una pedana di legno, amplificando il suono del suo respiro in Seedbed, nel 1972. Martirio del corpo anche in Chris Burden e Hannah Wilke, il primo estremo e imprevedibile nel lasciarsi sparare a pochi metri di distanza in Shoot; paura, morte e vergogna nelle fotografie della Wilde nell’esibire i cambiamenti drastici del suo corpo durante una grave malattia (Intra-Venus). Pericolo e tensione, ma senza autolesionismo, anche in alcune performance della coppia Abramovic-Ulay, che in Rest Energy mettono alla prova il loro amore e la reciproca fiducia. Lei impugnando un arco, lui nell’atto di puntare la freccia dritta al suo cuore. Quando si dice mettere il proprio destino nelle mani di qualcun altro.

Senza dubbio più emotiva ed estremamente raffinata fu Gina Pane, artista italo francese di rara sensibilità, nonché personalità di spicco della Boby Art del secolo scorso. Con le sembianze di una sposa o una vestale, Gina Pane decise di usare l’arte come forma di rivolta per i diritti umani, politici e ambientali, caratterizzando la sua poetica di femminismo, protesta e sacrificio. Con linguaggi differenti, ma una sola costante, quella dell’amore verso il prossimo, Gina Pane introduce nelle sue performance il taglio, la ferita, il sangue. Emblematica a tal proposito è  Azione Sentimentale del 1973, performance in cui l’artista si taglia con una lametta, si punge stringendo mazzi di rose, e di bianco vestita si tinge di rosso in un contrasto cromatico ineguagliabile.

Per l’artista il taglio non è altro che un dialogo da aprire. Con un’azione che si impone oltre il gesto autolesionistico, l’artista stilla sangue così come sgomento, ferita come dialogo, sacrificio come amore per l’altro. “Vivere il proprio corpo – sosteneva– vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualità) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro.”

Tutte Azione sentimentale, 1973
Tutte Azione sentimentale, 1973

Lontana da uno scopo illustrativo, la sua poetica si fonde di religiosità, con l’unico scopo di creare una spiritualità contemporanea attraverso l’arte. Proprio come un moderno Cristo, Gina Pane rende il suo corpo protagonista di un sacrificio che non potrebbe essere più lontano dalla propria individualità. Il taglio, il dolore, il sangue, rappresentano una libertà guadagnata con estremo coraggio, dove la resistenza al dolore è mistificazione di un gesto che accorcia le distanze, che crea un dialogo nella coscienza dello spettatore: “Oggi rivendico il religioso e tengo al fatto che questa parola sia corretta etimologicamente parlando, rispetto al mio lavoro. Inutile dire che il termine non è legato a nessuna pratica istituzionalizzata ma, al contrario, sono io a fornire gli indirizzi per cui questa dimensione religiosa sia connessa alla vita comune degli esseri umani.”

Idealista, femminista, e artista in continua evoluzione, Gina Pane non ha mai avuto timore di affrontare linguaggi e orizzonti differenti. Il corpo è carne e terra in Enfoncement d’un rayon de soleil, in cui capta la luce solare con due specchi per farla scivolare nella terra buia. Affronta il sublime e il divino sempre visto dalla parte dell’umanità in Priere des paure et le corps des Saints, istallazione di nove vetrine contenenti i simboli e i corpi di altrettanti santi, un piccolo cimitero di eroi morti per la fede, nonché simboli a disposizione di chiunque. In questa e molte altre performance e installazioni, Gina Pane fa del suo corpo la cassa di risonanza dell’intera società, lo specchio di coloro che rifiutano una società consumistica e superficiale. Una negazione che prende forma col corpo e l’ambiente circostante, attraverso il dolore fisico, qualcosa di universalmente riconosciuto umanamente condivisibile.

Se apro il mio corpo affinché possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’altro
da “Lettera ad uno sconosciuto”, ottobre 1974

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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