La Repubblica di Santo Stefano: quando la Camorra si fece repubblica

28/05/2015 di Lorenzo Cerimele

L'isola, da tempo disabitata, è stata la sede di un importante carcere e teatro di una singolare impresa: il tentativo da parte di detenuti camorristi di costituire uno stato autonomo

Repubblica di Santo Stefano

La Repubblica di Santo Stefano? – Santo Stefano è un isolotto situato al largo della costa campano-laziale e facente parte dell’arcipelago delle Isole Ponziane (oggi in provincia di Latina). L’isola, da tempo disabitata, è stata la sede di un importante carcere e teatro di una singolare impresa: il tentativo da parte di detenuti camorristi di costituire uno stato autonomo. L’idea di edificare un carcere nell’isola di Santo Stefano fu opera del re di Napoli e di Sicilia, Ferdinando IV di Borbone (futuro Ferdinando I delle Due Sicilie). Il carcere fu costruito tra il 1792 e il 1795 da Francesco Carpi – un allievo del Vanvitelli – e vanta di essere stato uno dei primi penitenziari al mondo ad essere stato innalzato secondo i principi del Panopticon, declamati dal filosofo utilitarista britannico, Jeremy Bentham. Il concetto di Panopticon è di permettere ai sorveglianti di osservare (opticon) tutti (pan) i detenuti presenti nel carcere senza permettere a questi di capire se siano osservati o meno.

La Bella Società riformata – Bisogna ricordare che Santo Stefano non fu l’unica isola dove la dinastia dei Borbone faceva rinchiudere i criminali, vi erano carceri nelle isole siciliane, come Favignana o – sperdute nell’Adriatico – come le isole Tremiti. I camorristi rinchiusi in tutte queste carceri erano profondamente legati da una fitta rete, facente capo alla Bella Società Riformata. Questa venne fondata dai dodici camorristi che controllavano i vari quartieri napoletani nel 1820 sulla falsariga di tutte quelle sette segrete che andavano via via fiorendo nel Regno, come i Calderali borbonici o la Carboneria. Più ancora che nelle carceri, la Bella Società Riformata attecchiva nelle isole, dove, tramite anche accordi con le guardie locali, prosperava e dominava incontrastata. Qui i camorristi confinati sì atteggiavano a cittadini privilegiati di stati indipendenti dal regno al quale, invece, erano sottoposti.

La creazione della Repubblica – Il fatto, veramente unico nel suo genere, e a tratti grottesco, accadde nell’ottobre del 1860, quando la guarnigione borbonica che presidiava l’isola raggiunse in massa la città di Capua, dove l’esercito di Francesco II era assediato dalle truppe piemontesi, lasciando così sguarnito il carcere. Gli ottocento reclusi, molti dei quali affiliati alla Bella Società Riformata, sopraffecero facilmente i quaranta custodi e, varcato il cancello del penitenziario, si sparpagliarono sull’isola. Immediatamente i camorristi napoletani, essendo in maggioranza e bene armati (in ogni cella il camorrista aveva il compito di nascondere armi e tirarle fuori nei momenti opportuni), presero in pugno la situazione, costituendo una giunta che denominarono «Commissione per il buon ordine» offrendone la presidenza al capintrito temporaneo – una sorta di luogotenente – Francesco Venisca. Tutto ciò venne costituito grazie anche all’accordo preso con i guardiani e i pochi pescatori allora residenti sull’isola.

Lo statuto – La cosiddetta repubblica di Santo Stefano ebbe anche uno statuto, sebbene composto solo da quattro articoli: Art.1. Qualunque condannato uccidesse un suo compagno a tradimento sarà punito con la morte. Art.2. Qualunque condannato offendesse i superiori dell’ergastolo, guardiani, per vie di fatto o per minacce, sarà punito con la fucilazione. Art.3. Qualunque condannato offendesse la vita e le sostanze degli isolani sarà punito con la morte. Art.4. Qualunque isolano offendesse l’onore delle famiglie appartenenti ai superiori, guardiani e persone oneste dell’isola, sarà punito con la morte.

I pochi mesi di vita – Nei pochi mesi della sua esistenza, la piccola repubblica si diede anche un senato la cui attività, tuttavia, si estrinsecò principalmente nel giudicare e nel condannare coloro che avevano infranto le regole statutarie. Una sorta di alta corte di giustizia composta da camorristi. Tra i vari processi, avvenuti in quel ristretto lasso di tempo, ce ne ricorda qualcuno Vittorio Paliotti, nel suo libro «Storia della Camorra». Per esempio, il povero Pasquale Urso, reo di aver rubato della farina, venne punito con cinquanta bastonate e con trenta giorni di reclusione; Antonio Margiotta, per aver sottratto ad un pescatore locale due pali di legno ed un grappolo d’uva, fu obbligato a fare il giro dell’isola con la refurtiva legata addosso. Vi furono anche delle condanne a morte: la più curiosa riguardò la sorte del camorrista Giuseppe Sabia, colpevole di aver rubato una capra a dei pastori locali che, sorpreso dallo stesso presidente Venisca mentre la arrostiva, venne colpito a morte.

Le difficoltà italiane – L’esperienza della microscopica repubblica venne portata a termine nel gennaio del 1861, quando i marinai italiani sbarcarono sull’isola e vi riportarono la legge. Pochi anni dopo venne istituito, dal neonato Regno d’Italia, un processo a carico dei camorristi di Santo Stefano, ma, complici la scarsezza dei testimoni e delle prove, il processo iniziò solo nel 1866 e terminò nel 1872. Per difesa degli imputati, venne presentata un’istanza straordinaria la quale proponeva alla corte «l’inesistenza di reato sotto il rapporto dell’esercizio di un potere legittimamente costituito, conforme alle supreme esigenze dei tempi eccezionali». Ciò mise in seria difficoltà i giudici che, per poco, non riconobbero la sovranità di questa insolita repubblica.

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma il 25-02-1992, è un grande appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali con un debole per l'Europa del Concerto delle Potenze. Attualmente studia Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di storia e di esteri.
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