La Rai merita il canone?

28/04/2016 di Marco Bruno

E' la domanda che si è posto il direttore Antonio Campo dall'Orto. Un problema non da poco per la televisione che comunque è la più dipendente dalla pubblicità tra le reti pubbliche europee, ma che non sembra in grado di innovarsi nei contenuti e di evitare polemiche.

La Rai ha da poco approvato il piano industriale triennale per il 2018. Tale piano ha dovuto fare i conti con la nuova misura del canone Rai in bolletta, che però ha subito una mezza bocciatura da parte del Consiglio di Stato. Il canone Rai, inutile negarlo, è probabilmente la tassa più odiata d’Italia e le cose non sembrano destinate a cambiare, anche se il neo direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ammette: “Dobbiamo meritarci il canone, la Rai deve dimostrare di essere all’altezza sia di Mediaset che di Sky ma anche delle nuove forme televisive”. Mediaset ha da poco concluso un accordo con la televisione francese Vivendi, che cercherà di ridare nuova linfa alla pay tv, in particolare dopo l’esborso eccessivo per i diritti in esclusiva della Champions League, mentre occorre fare attenzione a nuovi players, come Netflix, nonostante l’esordio non sia stato al livello delle attese. Senza dimenticarsi di Sky, che già da un paio d’anni offre contenuti tranquillamente paragonabili a quelli di un Tv generalista, e che va fortissimo grazie agli eventi sportivi.

Ma la Rai si merita davvero il canone? E quali sono i motivi che spingono alla riflessione di Dall’Orto? Anzitutto è evidente, oramai decennale, il mancato svecchiamento delle reti, che continuano a proporre gli stessi programmi, senza un minimo di inventiva. Ma soprattutto, ad alzare l’attenzione del direttore sono le tante polemiche che si sono scatenate negli ultimi mesi. E’ impossibile dimenticare il fattaccio del countdown di Capodanno, che ha portato milioni di italiani a festeggiare l’arrivo del 2016 con un minuto d’anticipo o la recente intervista di Riina Jr, definita dai più come “uno spot per la mafia”.

Lo stesso Campo Dall’Orto ha ragione quando precisa che la Rai, in quanto servizio pubblico non deve puntare solo sugli ascolti ma deve pensare ad una struttura che sia complementare alle Tv commerciali dal punto di vista dei contenuti, che devono essere maggiormente improntati sulla cultura, istruzione e informazione. Abbiamo visto come abbia sofferto anche in occasione del recente referendum, dove le tribune elettorali erano poco chiare, imprecise e confusionarie. A causa di tutto ciò, sembrerebbe che il Governo Renzi sia pronto a predisporre addirittura una consultazione online sul servizio pubblico. Per fare ciò, sarebbero stati chiamati esperti di gruppi ed associazioni che si occupano degli sviluppi dei media già da diverso tempo e sotto diversi profili.

Il problema della Rai è probabilmente la pubblicità: si tende ad avere l’impressione che la televisione pubblica faccia televisione soprattutto per vendere pubblicità, e non che venda pubblicità per fare televisione. Se la prima ipotesi è normale per quel che riguarda le Tv commerciali, non lo è per la Tv pubblica, che non si sostiene solo dalla pubblicità ed ha finalità ulteriori oltre a quelle commerciali. Il problema deriva dal fatto che l‘incidenza del canone per il gruppo Rai è di appena il 61% sul fatturato, la quota più bassa tra tutte le principali televisioni pubbliche europee. Dal punto di vista economico, rispetto agli omologhi europei, la Rai è la televisione pubblica più piccola, dato che ogni italiano in media spende 43€ per finanziarla, e non a caso vale un terzo dei servizi pubblici tedeschi e della Bbc. Guardando sempre oltremanica, vi sarebbe poi da fare una considerazione sulla politica aziendale: da una parte, c’è chi si impegna nel creare format e produzioni di qualità, rivendibili nel resto del globo e che contribuiscono in modo significativo alle risorse da reinvestire nella rete. In Italia, invece, l’approccio sembra essere esattamente l’opposto.

La riforma della Rai è già stata avviata: tuttavia, ora è necessaria un’altra normativa che intervenga sui contenuti, sulla pubblicità, sui costi. Perché questa Rai in questo momento non merita il canone, poi, sia chiaro, si tratta di una tassa e come tale è doveroso che questa venga pagata.

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Nato a Sant'Agata di Militello (ME) il 26/02/1994. Diplomato al liceo scientifico, attualmente studio giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di musica, serie televisive e sport, spero in un mondo dove a prevalere sia l'eguaglianza
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