La questione della sicurezza energetica cinese

15/03/2013 di Andrea Ghiselli

Entro maggio la Cina inaugurerà un oleodotto e un gasdotto di oltre mille chilometri, capaci di collegare il porto di Kyaukpyu (Myanmar) alla città cinese di Ruili (Yunnan). Qui proseguiranno, rispettivamente, verso Guanxi e Chonqqing, dopo aver percorso complessivamente circa 3400km. Il problema della sicurezza energetica del colosso asiatico, però, è ben lungi dall’essere risolto. Nonostante uqesto è un segnale forte e spiega bene la strategia cinese: collegarsi ai ricchi giacimenti del Medio Oriente senza dover per forza passare dai mari del Sud est asiatico. I motivi? Il primo, quello più marginale, è il rischio pirateria. Il secondo, quello più concreto, è la forte presenza statunitense nella zona e una marina militare indiana in pieno rimodernamento. In caso di scontro o attriti, la paura è quella di un blocco che paralizzerebbe l’economia del Dragone.

cina-energia-oleodotto-petrolio-myanmar-cinaTutte le incertezze si condensano nello stretto di Malacca, cioè il sottile tratto di mare fra Tailandia, Indonesia e Singapore. Per questo stretto passaggio marittimo viaggia il petrolio arabo diretto verso i giganti asiatici e le merci da loro prodotte percorrono la via inversa in direzione dei ricchi mercati europei.  Nel 2003 Hu Jintao ha coniato la definizione “Dilemma di Malacca”, proprio a sottolineare quanto, nonostante sia il passaggio migliore per le navi, sia anche il punto più vulnerabile della strategia di Pechino.

Come risolvere il dilemma? Sul tavolo di tecnici e funzionari cinesi erano stati illustrati – oltre al collegamento con il Myanmar – due possibili piani d’azione. Il primo prevedeva la creazione di un consorzio di Paesi attraverso i quali costruire una via di collegamento continua, ferroviaria e stradale, con il Medio Oriente. Tale progetto, per quanto affascinante, è stato abbandonato a causa della difficoltà nel raggiungere un accordo coinvolgente moltissimi paesi. La seconda soluzione era più percorribile. Cina e Giappone, infatti, appoggiano entrambi l’idea proposta dal governo tailandese nel 2003: tagliare l’Istmo di Kra e creare un canale artificiale capace di dividere la Thailandia in due. I lavori, in ogni caso, non hanno mai avuto inizio per il fallimento del negoziato. La ripartizione dei costi previsti pesava troppo sulle casse thailandesi.

Il collegamento con il Myanmar non basterà, molto probabilmente,  a risolvere il problema del trasporto marittimo. Gli stessi ricercatori incaricati dal governo hanno sollevato dubbi riguardo all’efficacia complessiva di questo progetto. Il dottor Zhu Xingshan, vice direttore dell’Istituto di ricerca energetica presso il Centro strategico per lo sviluppo e l’economia energetica, e il dottor Luo Ping, dell’Istituto cinese per il trasporto, in interviste rilasciate rispettivamente al China Daily e al South China Morning Post, hanno ammesso che nessuna delle misure proposte porrà fine alla dipendenza cinese dall’uso dello Stretto di Malacca.  Con la crescita delle capacità delle raffinerie cinesi e la maggior richiesta di carburante per l’economia, il nuovo canale di approvvigionamento fra Cina e Myanmar non potrà traspore che una minima parte del petrolio e del gas necessari.

A novembre scorso, sempre sul China Daily, veniva riportato che ogni mese circa 20 milioni di tonnellate di petrolio venivano importate in Cina, una cifra molto vicina alla quantità di tonnellate annue portate dal nuovo oleodotto. Per quanto riguarda il gas naturale la situazione non cambia, considerando come, nel 2020, si prevede la Cina consumerà 375 miliardi di metri cubi di gas. I 12 miliardi  in arrivo non saranno che una frazione minima rispetto al totale. Infine, il professor di scienze sociali presso l’Università dello Yunnan  Qu Jianwen  ha sollevato altri dubbi riguardanti l’uso del petrolio e del gas in arrivo. Essendo lo Yunnan ricco di petrolio e l’economia delle regioni occidentali della Cina ancora in fase di sviluppo, le risorse portate dalle nuove condutture saranno in eccesso rispetto alle esigenze locali.

Invece, a migliaia di kilometri di distanza, le regioni più avanzate sulla costa sono costantemente alla ricerca di nuovi combustibili per le loro industrie. Saranno quindi necessari altri anni di lavori e finanziamenti prima di poter far giungere le risorse ad est, con il rischio di diminuire ulteriormente l’impatto positivo del progetto.

A far preoccupare ancora di più la dirigenza del partito, la relazione del “World Energy Outlook 2012” prevede la dipendenza cinese da combustibili fossili sia destinata a crescere inesorabilmente e le dichiarazioni di Zhang Guobao (ex direttore dell’Amministrazione Nazionale per l’Energia,): in caso di emergenza, le riserve strategiche cinesi sono, al momento, assolutamente insuffcienti.

Non tutte le minacce riportate sono però reali. La cooperazione regionale, negli ultimi anni, ha conseguito importati risultati contro la pirateria ed in ogni caso difficile possa essere un fattore incisivo sul commercio cinese. Diversa la questione di eventuali scontro con USA e India. Per quanto oggi sia un’ipotesi assolutamente e totalmente irrealistica, in futuro sono molti gli analisti a sostenere un’inevitabile scontro di qualche tipo nella regione, magari capace di coinvolgere solo indirettamente gli States. L’impressione, però, è che compromettere lo stretto porterebbe a risultati egualmente disastrosi per tutti gli stati in gioco. Senza considerare quanto, nel Sud Est asiatico, sia proprio l’interdipendenza economica a fare da collante fra i vari Paesi. Difficile, dunque, che tensioni politiche possano degenerare tanto da distruggere la stabilità economica dell’area.

Se, con la costruzione degli sterminati condotti fra Cina e Myanmar, Pechino sta andando nella direzione giusta tentando di aumentare la sicurezza energetica cinese, non è detto che sia corretto il modo in cui lo stia facendo. Considerando quanto altri progetti simili – al vaglio della dirigenza – rischiano di portare a risultati altrettanto discutibili, un maggior lavoro diplomatico e un maggior coinvolgimento nell’assicurare la sicurezza delle vie di comunicazione potrebbero dimostrarsi più efficaci ed economicamente meno costosi, con risultati positivi anche nei rapporti con le altre nazioni dell’area.

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