Pubblica amministrazione: le cose iniziano a cambiare (ma neanche troppo)

07/02/2013 di Federico Nascimben

Pubblica amministrazione

C’eravamo lasciati – al termine della prima parte – all’inizio degli anni ’90, con un barlume di speranza e di cambiamento. Effettivamente qualcosa viene fatto. Il 1992 è l’anno in cui è firmato il trattato di Maastricht, contenente i parametri economici che i Paesi si impegnano a rispettare in virtù della futura creazione di una moneta unica. Ma il 1992 è anche l’anno che simboleggia il collasso dei partiti tradizionali e di un intero sistema: è l’anno di tangentopoli.

Con un debito pubblico che si avvicinava pericolosamente al 120%, con la credibilità del Paese ai minimi storici e sotto un attacco speculativo, con due manovre finanziarie “lacrime e sangue” (ed il prelievo forzoso del 6 per mille nei conti correnti bancari e postali), mentre si trovava l’accordo con le parti sociali ed il Governatore Ciampi abbassava il tasso di sconto, mentre la Lira veniva nuovamente svalutata per rendere competitiva la nostra economica… Mentre accadeva tutto questo correvamo il vero e proprio rischio di trasformarci in una “Disneyland” sovradimensionata, a causa dello sfacelo del nostro sistema-Paese.

L’avvio del riformismo. “Vede, Governatore, le cose in Italia si possono fare solo quando la casa brucia!”: fu questa la frase che Amato rivolse a Ciampi nel bel mezzo della crisi del settembre ’92, dopo aver varato la leggendaria manovra da 90 mila miliardi. Nel mese successivo venne approvata la “delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale”, ovvero la legge 421/92 che intendeva andare a riformare – guarda caso – le più importanti voci di spesa pubblica.

Riprendendo il filo interrotto nel precedente articolo, l’obiettivo principale era quello di rimettere sotto controllo la spesa per il pubblico impiego. L’idea che stava alla base del progetto di riforma era quella dell’impresa privata: ovvero la pubblica amministrazione non avrebbe dovuto funzionare molto diversamente da questa, solo che al centro della propria azione doveva mettere non il perseguimento del profitto, ma l’interesse pubblico generale sostanziato dai principi di efficacia, efficienza ed economicità. Per far questo si cercò di trapiantare il modello privato nel settore pubblico (con tutte le conseguenze che ne derivano: contrattualizzazione del rapporto di lavoro, creazione di una figura veramente assimilabile a quella del datore di lavoro, introduzione di una vera contrattazione collettiva e passaggio sotto la giurisdizione del giudice ordinario). Tutto ciò avendo bene in mente le specificità del rapporto alle dipendenze dello Stato, specificità che cozzerebbero contro una piena armonizzazione dei due modelli.

La legge delega viene attuata con il decreto legislativo 29 del ’93 che si occupa della “razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche” e della “revisione della disciplina in materia di pubblico impiego”. Qui fondamentalmente i problemi sono due perché, come dicevamo prima, il rischio percepito è che un’organizzazione di stampo privatistico finisca per rendere priva di regole l’amministrazione statale, e quindi viene lasciato importante spazio alla regolazione tramite legge, perché si pensa che l’attività della PA nei confronti dei dipendenti pubblici debba essere funzionalizzata alla realizzazione dell’interesse pubblico, soprattutto per quanto concerne l’esercizio dei poteri datoriali. Per questi motivi, la scelta di mettere al centro la figura del dirigente pubblico, e di equipararla a quella del privato datore di lavoro – che dovrebbe rappresentare la chiave di volta del nuovo sistema –, viene depotenziata in tutti i modi. Anche perché il rischio che si continua giustamente a percepire è quello dell’influenza nefasta della politica.

Insomma, durante questa prima fase, una scelta che sembrava apparire chiara e netta viene annacquata in tutti i modi e porta – in fin dei conti – ad una non scelta e ad un modello ibrido. I segnali di innovazione sono timidi (il passaggio di giurisdizione viene rimandato di anno in anno, il dirigente non gode di una vera autonomia decisionale, insieme a tutta un’altra serie di problemi), ed il legislatore appare in realtà fortemente insicuro sulle conseguenze che una decisione così radicale possa avere in un modello devoto all’inefficienza, perché teme che si possa perdere di vista l’interesse pubblico generale.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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