La psicosi (insensata) del terrorismo: una riflessione

25/11/2015 di Stefano Sarsale

Senza dubbio la sequenza degli attentati di Parigi del 13 Novembre è stata capace di scuotere l’opinione pubblica europea in modo mai visto nel Vecchio Continente. Ma perché?

I due attentati che hanno colpito Parigi nell’ultimo anno, per quanto sanguinari e spietati, sono stati percepiti in modo radicalmente diverso. Apparentemente gli attentati del 13 Novembre sono stati degli attacchi volti ad affermare la percezione secondo cui ognuno di noi non sarà mai più al sicuro. Un obiettivo preciso, come ribadito nel pomeriggio anche dal Premier Renzi: convincerci a vivere nel terrore, a cambiare il nostro stile di vita. “La morte da terrorismo” è la psicosi generale diffusa dalla strategia terroristica, a cui i media hanno fatto da cassa di risonanza rispettando il miglior copione possibile per i terroristi stessi, ed il becero giornalismo a cui abbiamo assistito in questi giorni non ha certo contribuito a tenere sotto controllo la percezione della minaccia.

La critica maggiore che chi scrive si sente di fare va infatti proprio ai media, ai telegiornali e ai social media, che sono divenuti uno strumento di frenesia collettiva che, a distanza di dieci giorni, non accenna a placarsi, capace di scatenare un mix di ansia e paura capaci solamente di fare il gioco del terrorismo. Con questo non si vuole intendere che i media non avrebbero dovuto coprire l’evento, ma ciò che è avvenuto è andato decisamente oltre quello che dovrebbe essere il ruolo di ‘informare’. Si è infatti scatenata una vera e propria caccia all’informazione, a volte fine a se stessa, giustificabile solo in parte da un punto di vista giornalistico, eccessiva data la delicatezza dell’argomento.

Arriviamo infatti ad oggi, Mercoledì 24, dopo le operazioni antiterrorismo dei passati giorni sia in Francia che in Belgio. Tralasciando il puntiglioso susseguirsi dei fatti che interessano più giornali e talk show, è interessante puntare i riflettori su due questioni relative ai media, ben esemplificativi per disegnare un quadro più chiaro della psicosi mediatica generata da Parigi.

La prima concerne il blocco totale a cui è soggetta Bruxelles, da Domenica, (di cui il sottoscritto ha esperienza diretta, scrivendo proprio dalla cittadina belga). Molti hanno frettolosamente confuso la paura di uscire dalle proprie case con un ordine diretto delle autorità di liberare le strade dal momento che era in corso un operazione di antiterrorismo (che si sta protraendo anche nel corso di questa settimana). Il fatto che negozi, luoghi di interesse, mezzi di trasporto vengano chiusi per precauzione e di conseguenza le strade si svuotino, non può essere preso come evidenza del fatto che le persone preferiscano rimanere a casa perché impaurite, come è stato più volte presentato dai media.

La seconda criticità che merita attenzione riguarda la richiesta delle autorità belghe di fermare il tam tam mediatico sulle operazioni di Domenica sera, dato che queste potevano essere usate dagli stessi terroristi in fuga. Chi scrive ritiene che la fame di tweet e breaking News abbia raggiunto un livello a dir poco critico. Oramai l’importante, più che informare, è ‘arrivare primi’, a discapito anche della sicurezza e della delicatezza delle informazioni trattate. Se riflettiamo su questo ultimo punto, cioè su come le autorità fatichino a ottenere dalla popolazione e dai media, in un momento così delicato, la non pubblicazione di informazioni sensibili, tale criticità è ben comprensibile.

Nei mesi passati avevo già avuto l’opportunità di scrivere su queste pagine come la paura e i media siano tra i più importanti strumenti in mano al terrorismo, molto più di un AK-47. L’ultima volta che avevamo trattato di questo tema il soggetto era purtroppo sempre lo Stato Islamico, diventato tristemente noto grazie ai video hollywoodiani di uccisioni sempre più barbare e spietate. Purtroppo, queste uccisioni e stralci di quei video caricati online dagli informatici Islamisti sono stati diffusi ovunque, a tal punto che è difficile oggi trovare qualcuno che non ne abbia preso visione. I nostri media hanno garantito una pubblicità incredibile allo Stato Islamico e, vedendo come si stanno svolgendo i fatti relativamente al post Parigi, le cose non sono cambiate. Per certi versi, il messaggio diffuso in questi ultimi dieci giorni si può riassumere nella diffusione di un warning generalizzato: “Attenzione, ora il rischio di morire in attentati è presente e reale per chiunque”.

Un messaggio che, in realtà, appare – per le modalità di azione del terrorismo islamico sino ad oggi – a tratti esagerato. La domanda dunque è: quanto è realmente probabile morire in un episodio simile e, di conseguenza, quanto lo è di più rispetto ad altre fatalità che possono capitare ad ognuno di noi nel corso della vita?

Secondo uno studio americano di qualche anno fa (2011) la probabilità di essere vittime di attacchi terroristici è di 1 su 20 milioni su un tempo medio di vita di 80 anni. Va tuttavia considerato che nei recenti anni il terrorismo ha ucciso un numero maggiore di persone. Ad esempio, nel 2013, il terrorismo ha ucciso 17.958 persone: 61% in più che nel 2012. Cifre chiare, ma che per essere comprese vanno messe a confronto con qualche altro esempio. Anche considerato il recente aumento nelle statistiche, la probabilità di essere uccisi in un attentato resta comunque inferiore ad altre cause di morte come: essere colpiti da un fulmine (una probabilità su 81.701), una su 6.174 di morire di caldo; una su 5.862 di morire in un incidente aereo o una su 4.147 di morire in un incidente con la bicicletta. Questo discorso sembrerà ancora più strano se consideriamo che sul podio delle più frequenti cause di morte vi sono malattie relative allo stile di vita scorretto per le quali siamo il più delle volte noi stessi responsabili. Risulta quindi evidente come le statistiche non tendano a supportare il quadro di ‘paura’ presentato oggi dai media.

Ma allora come stanno davvero le cose? Evitando discorsi prolissi e cercando di presentare il post Parigi per quello che realmente è, il discorso sarà più o meno il seguente. Terroristi facenti parte dello Stato Islamico hanno deciso di attaccarci non solo da un punto di vista fisico. Il loro odio intende colpire anche la nostra esistenza ‘spirituale’, andando contro i nostri valori, il nostro modo di essere e, in generale, il nostro stile di vita. I terroristi vorrebbero che noi smettessimo di girare per le nostre strade, fare i nostri lavori, evitare di andare fuori con familiari e amici, che sia al cinema o un bar. Vorrebbero che noi smettessimo di viaggiare in un’Europa che abbiamo reso sempre più piccola e alla portata di aerei sempre più economici perché intimoriti di luoghi come aeroporti e stazioni. Vorrebbero, soprattutto, imporci di guardare con diffidenza ogni cittadino extraeuropeo che l’Europa ha accolto in passato, ‘suggerendoci’ di cedere al populismo di alcuni politici e chiudere le frontiere a chi ha veramente bisogno.

La scelta sta a noi. Tuttavia, prima di compierla, sarebbe bene riflettere su un punto estremamente importante. Se noi rinunciassimo davvero a tutte le cose (e molte altre) che sono state elencate prima, cosa resterebbe della nostra libertà? Vivere con paura le situazioni che rendono libera la nostra vita vorrebbe non solo dire che il terrorismo ha vinto, ma anche accettare un esistenza caratterizzata da una ‘prigione per la nostra mente’ dove le sbarre sono costituite dalla paura che un qualcosa possa accadere. La scelta del come vivere la nostra vita, come detto in precedenza, spetta ad ognuno di noi ed è una decisione che ciascuno dovrà fare. Liberamente.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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