La produttivà, il fattore X che serve per crescere

28/03/2014 di Giovanni Caccavello

Si parla sempre di rilanciare la competitività svalutando la propria moneta, dimenticandosi che il mondo si è trasformato in un economia globale e che la "mano invisibile del mercato" di Adam Smith è ormai una variabile economica troppo importante per non essere presa in considerazione

Produttività e crescita

Nel corso di questi ultimi tre decenni l’economia globale è cambiata radicalmente. Trent’anni fa, Ronald Reagan e Margaret Thatcher innescarono una profonda rivoluzione di pensiero, sia in economia che nella politica globale, che fu uno dei principali fattori che aprirono all’età della globalizzazione. Quest’epoca, in cui noi oggi viviamo, ha portato a cambiamenti economici irreversibili tra cui, per esempio, lo sviluppo del mondo finanziario e il ruolo determinante del “mercato“, quella famosa creatura invisibile descritta nel 1759 da Adam Smith nel suo saggio economico-filosofico intitolato “Teoria dei sentimenti morali”. Globalizzazione e importanza del mercato sono diventate, ad oggi, due variabili micro e macro economiche impossibili da non tenere in profonda considerazione.

Produttività – Un altro fattore che nel corso di questi ultimi anni ha assunto sempre più importanza, come scrisse nel 1994 in un famoso articolo pubblicato su Foreign Affairs, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008 proprio grazie alle sue ricerche sui modelli di commercio e sulla localizzazione delle attività economiche alla base della “nuova teoria del commercio” (new trade theory), è la produttività. Krugman spiegò in modo chiaro come produttività e competitività siano  concetti simili ma ben distinti tra loro. Come molti economisti ritengono, infatti, la produttività risulta essere uno dei fattori determinanti (insieme ad istituzioni e politiche macroeconomiche) che contribuisce a rendere, nel caso specifico a cui facciamo riferimento, una nazione più competitiva. La crescita di produttività è quindi cardine per lo sviluppo armonico, costante e sostenibile di una qualsiasi economia. Inoltre, citando proprio un importante passaggio dell’articolo di Krugman sopracitato le nazioni più sviluppate non sono, sotto alcun tipo di significativo livello, in competizione economica tra di loro. Pensare solamente in termini di competitività sarebbe riduttivo e porterebbe a spese inutili, cattive politiche, protezionismi e guerre commerciali”.

Da Solow alla definizione attuale – Uno delle prime e più famose descrizioni della crescita della produttività fu teorizzata da Robert Solow (premio Nobel nel 1987) nel 1956 e nel 1957 in due suoi famosi articoli pubblicati rispettivamente su “Quarterly Journal of Economics” e “Review of Economics ad Statistics” intitolati, rispettivamente, “Un contributo alla teoria della crescita economica” e “Cambiamenti tecnici e la funzione della produzione aggregata”. Solow sottolinea in modo lineare come educazione e investimenti in capitale fisico siano alla base per la crescita della produttività.

Oggi, dopo mezzo secolo di cambiamenti economici senza precedenti, la produttività è diventata una variabile economica troppo importante. Secondo ricerche portate avanti sia da importanti università come la Chigago Booth o la University of Adelaide (una delle più importanti in Australia), sia da istituti nazionali ed internazionali come, ad esempio, l’Ufficio di Statistica Nazionale del Regno Unito (l’equivalente del nostro Istat), il Fondo Monetario Internazionale e l’OCSE, la produttività gioca un ruolo chiave nell’economia dei primi decenni del nuovo millennio e molti sono i fattori che ne stimolano la crescita.

Principali determinati – Sei sono i fattori principali che stimolano la crescita delle produttività a livello industriale che a livello nazionale:

1) maggiori investimenti in capitale fisico che permettono di produrre di più ed in modo più rapido e preciso;

2) innovazione che permette di sfruttare con successo le nuove idee e le nuove soluzioni in ambito tecnologico, organizzativo, produttivo e lavorativo;

3) competenze della forza lavoro che riguardano sia la quantità di lavorati pronti ad entrare nel mondo del lavoro che la qualità del lavoro prodotto che permette di utilizzare in modo sempre migliore il capitale fisico (macchinari, strumenti di lavoro, tecnologie nuove);

4) sviluppo di nuove opportunità di business;

5) competitività intesa come capacità delle aziende di competere in modo sempre più efficiente ed efficace tra di loro;

6) politiche interne che incentivino la competizione nei vari settori, riducano i costi per le imprese (sia in termini di denaro che in termini di tempo) e rendano il mercato sempre più aperto.

Conclusione – Per far tornare un Paese a crescere, la vera soluzione non è quella, indicata da molti ultimamente, di “svalutare“. Ricordiamo il caso del Regno Unito, economia poco produttiva come la nostra, che nonostante abbia svalutato del 20% nel corso di questi ultimi anni non sia riuscita a rilanciare la produttività, oltre che vedere i conti delle partite correnti peggiorare come non mai dal 1989 rispetto al PIL. Avendo preso atto di questi scarsi risultati, nonostante la nuova crescita ritrovata, il governo Cameron ha deciso di rilanciare la produttività nel lungo periodo attuando forti riforme strutturali e politiche fiscali che cerchino di dare vigore proprio alla stessa. Questo proprio perché le politiche monetarie portate avanti senza riforme fiscali e strutturali che incidano fortemente sui fattori che stimolano la produttività non sono sufficienti a rilanciare un’economia nel medio-lungo periodo. La teoria della “neutralità della moneta” ci lo insegna molto bene come le politiche monetarie abbiamo un effetto positivo breve.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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