La Primavera Nera: luci e ombre del processo di transizione in Burkina Faso

28/12/2014 di Francesco Lorenzini

Dalla Burkina Faso alla situazione in Congo e Gabon. Perchè, nella realtà dei fatti, è imprudente parlare di Primavera nera.

Burkina Faso

30 0ttobre 2014, Place de la Nation, Ouagadougou, capitale del Burkina Faso: un milione di persone assalta e distrugge il Parlamento Nazionale. Le immagini delle testate internazionali mostrano la rabbia di un intero popolo e il mondo all’improvviso si accorge dell’esistenza di questo dimenticato paese dell’Africa Subsahariana. Tutto ha inizio il 26 Ottobre, quando il Presidente Blaise Campaorè, in carica da ormai 27 anni, dichiara ufficialmente di voler modificare la Costituzione in modo da rinnovare per l’ennesima volta il proprio mandato. Niente di nuovo in un continente dove governare per trenta o quarant’anni di fila è la norma. Questa volta tuttavia la società civile non ci sta ed inizia a manifestare in maniera pacifica, costituendo il movimento Balai Citoyen : in poche ore grazie ai social networks la notizia si espande e centinaia di migliaia di persone si riversano insieme per strada. Dopo quattro giorni di proteste pacifiche, l’ostinazione del Presidente provoca una reazione violenta della folla che assalta il Parlamento. Campaorè ordina all’esercito di reprimere nel sangue la rivolta, ma i militari decidono invece di unirsi ai manifestanti, costringendo il Presidente a fuggire in Costa d’Avorio.

Tuttavia , come purtroppo quasi sempre accade in Africa, l’esercito decide da subito di impadronirsi di tutti i ruoli chiave: le televisioni vengono occupate, mentre i vari leader militari litigano tra loro per decidere chi debba occupare la poltrona di Capo del Governo. Così il 30 Ottobre il Capo dello Stato Maggiore, Nabarè Honorè Traorè , annuncia la creazione di un nuovo governo di transizione da lui presieduto. Il giorno successivo il Colonnello Isac Zida smentisce Traorè e si autoproclama a sua volta capo del governo: sopra la rivoluzione burkinabé inizia ad aleggiare lo spettro del golpe militare e delle lotte intestine all’esercito. Il movimento Balai citoyen non è però disposto a tollerare un’altra deriva autoritaria e scende di nuovo in piazza, confrontandosi duramente con le forze militari: il bilancio finale è di 26 morti e 625 feriti.

L’Unione Africana interviene a fianco dei manifestanti, minacciando sanzioni contro il neo-governo militare, nel caso in cui si rifiuti di favorire una transizione democratica. La pressione interna e internazionale spinge quindi l’esercito ad ammorbidire la propria posizione. Dopo alcuni giorni di trattative viene trovato un accordo che soddisfa tutte le parti in causa: viene scelto come Capo di Stato un civile, l’ex ambasciatore e Ministro degli Esteri Michel Kafando, il quale si impegna a guidare il paese fino alle elezioni che si terranno a fine 2015.

Nei giorni immediatamente successivi, una parte della stampa internazionale ha cominciato a parlare con toni entusiastici della rivoluzione burkinabé, definendola come la primavera nera e la “rivoluzione 2.0”. Nella realtà dei fatti la situazione è molto più complessa, in quanto i militari mantengono un forte controllo sulle istituzioni, e solo il tempo potrà dire se la transizione sarà effettivamente democratica o meno. Appare inoltre molto difficile che la primavera nera possa espandersi in Africa centro-occidentale allo stesso modo della primavera araba tunisina in nord Africa e in Medio Oriente. Nei fatti, rivolte ispirate al modello burkinabé sono state subito bloccate in diversi paesi africani.

Così per esempio il 5 novembre Clemant Mierassa, leader del Partito Social-democratico Congolese, è stato arrestato nella propria abitazione mentre stava presiedendo un incontro del Movimento Cittadino contro il Cambiamento della Costituzione. Mierassa è capo delle forze di opposizione che si stanno battendo per impedire al Presidente congolese Denis Sassou Nguesso di rinnovare la propria candidature alle elezioni 2016 . Lo stesso giorno, 35 attivisti politici, principalmente studenti universitari, sono stati arrestati per aver manifestato in pubblico contro il Presidente. Un altro caso molto recente è quello del Gabon: il 20 dicembre a Libreville, la capitale del paese, i sostenitori del Fronte Unito di Opposizione per l’alternanza si sono duramente scontrati con la polizia. Anche in questo caso i manifestanti chiedono a gran voce il ritiro della candidatura alle elezioni 2016 del Presidente Ali Bongo Ondimba . Come in Congo, anche in Gabon le autorità possono quindi fare affidamento sull’esercito e sulle forze di polizia per reprimere le proteste.

In generale, i governi autoritari di molti paesi africani possono contare, contrariamente a quanto avviene in Burkina Faso, su ingenti giacimenti di petrolio, gas e minerali preziosi, con cui assicurarsi il controllo e la fedeltà delle forze armate. La mancanza di risorse naturali ha invece favorito la caduta di Campaoré, dato che il mancato pagamento di alcune mensilità di stipendio ha spinto i militari burkinabé ad abbandonare il Presidente. In conclusione gli Stati africani più ricchi di risorse sono proprio quelli in cui più difficilmente potrà avvenire un passaggio verso la democrazia, a differenza di quelli più poveri, come il Burkina Faso, in cui chi gestisce il potere non ha a disposizione mezzi economici per mantenerlo nelle proprie mani in maniera autoritaria. Si tratta del paradosso della ricchezza, forse il paradosso più tragico tra i tanti che contraddistinguono il continente africano.

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Francesco Lorenzini

Laureato in Giurisprudenza. è attualmente iscritto al Master in Cooperazione Internazionale presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano. Ha partecipato al programma Erasmus, studiando per sei mesi presso l'Université de Provence. Da sempre appassionato di politica estera, parla correntemente inglese e francese.
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