La politica italiana e quel disperato bisogno di ideologia

17/08/2016 di Edoardo O. Canavese

Dal Partito Democratico alla Lega Nord, dal M5S a Forza Italia, i principali attori politici sembrano impegnare la propria estate in una seduta d’analisi, cercando di risolvere almeno nel loro piccolo la crisi rappresentativa che attanaglia i partiti. Una crisi che non colpisce solo il nostro paese, ma che da più tempo di altri ci riguarda.

Italia, Politica, Legge di stabilità

La perdita di credibilità in termini di rappresentatività e di riconoscimento nei partiti, dopo il turno delle amministrative, ha costretto ad una profonda riflessione tutti i dirigenti politici. Infatti nessuno dei più importanti soggetti, nemmeno i grillini che pure hanno vantato i risultati più soddisfacenti, ha potuto evitare di notare l’impoverimento non soltanto elettorale, ma pure identitario, emerso durante e dopo il voto di giugno. Il pragmatismo entusiastico di Renzi non entusiasma più. Salvini sembra più interessato al numero di likes piuttosto che al numero di elettori. Berlusconi appare sempre più declinante, assorbito dalla vendita del patrimonio, mentre Grillo sembra incapace di trovare individualità in grado di soddisfare l’ortodossia reclamata dalla Casaleggio Associati. Oggi sono tutti alla febbrile ricerca di quella organicità, di quell’ordine che solo l’ideologia può dare.

Il Pd è la formazione più abituata a discutere di ideologia. Nato dalla fusione a freddo tra ex comunisti ed popolari, oggi il brodo disomogeneo dei democratici è scosso dall’endorsement di Arturo Parisi a favore del Sì al referendum costituzionale. Un sostegno importante, che galvanizza i renziani ed infiamma la minoranza interna. Se l’ex ministro della Difesa, per il solo fatto di rappresentare il nucleo fondante dell’Ulivo, riesce a provocare la rissa tra i democratici, significa che – nonostante l’irrilevanza elettorale dei fedelissimi di Prodi – nel Pd c’è coscienza del valore ideologico ulivista. Parisi e Prodi offrirono l’ultimo progetto di rilancio di un’ideologia politica applicata ad un partito che fosse frutto delle tradizioni riformiste socialista e cristiano-sociale. Quell’idea fu soffocata da chi oggi contesta l’uscita di Parisi, da Cuperlo a D’Alema. Renzi però ha poco da festeggiare. L’importanza del sostegno dell’ex ministro fotografa la sua incapacità come segretario di plasmare il Pd in corpo unitario, e evidenzia la presunzione di dirsi continuatore dell’esperienza ulivista: al di là del silenzio di Prodi, lo stesso Parisi ha giudicato la riforma Boschi un compromesso al ribasso.

Silvio Berlusconi sta passando la mano nel calcio e nella televisione. Pare imminente che ciò avvenga anche per la politica. Il deprimente risultato nei comuni ha costretto l’ex premier a fare i conti con la deposizione “colonnelli” di Forza Italia, e di inaugurare un soggetto nuovo, per la teorizzazione del quale avrà probabilmente meno voce che in passato. Abbiamo già affrontato il tema delle sfide che si parano di fronte all’uomo incaricato di rifondare Forza Italia, Stefano Parisi. Il “rottamatore bianco” mira ad azzerare i vertici del partito, ma soprattutto sembra intenzionato a recidere i ponti con il populismo di Salvini e Meloni per rivitalizzare il mito liberale e moderato. Il vuoto di pensiero salviniano, appropriatosi delle linee propagandiste di Front National, hanno soffocato l’area cattolica e riformista di FI, costringendola alla fuga dal partito o all’adesione passiva ad altri soggetti nell’alleanza di centrodestra. Parisi vuole rilanciare lo spirito del ’94, quando FI poteva accordarsi con ex neofascisti e leghisti grazie alla forza – elettorale ma anche programmatica – del partito rispetto agli alleati. Un redivivo protagonismo forzista e la possibile rottura con la Lega mette in discussione la leadership di Salvini alla guida del Carroccio.

La batosta di Varese, dove la Lega Nord ha perso per la prima volta da quando vi concorre, anticipava una fase di riflessione per il segretario Salvini. L’ostentata serenità vacanziera che lo ritraggono in spiaggia con cocktail e giovani tuttavia nasconde l’imbarazzo per una guida politica che sembra sterile. A tre anni dalla conquista della segreteria, Salvini più che un programma può vantare tweet e post polemici, spot populisti, xenofobi, omofobi, misogini che ne qualificano la caratura politica. A dispetto del balzo in avanti della Lega, presa sotto il 4% e portata oltre il 10% alle amministrative, la leadership di Salvini sta creando soprattutto divisioni ed imbarazzi, nel centrodestra e nella Lega stessa. L’avvento di Parisi come “commissario” di FI è stato benedetto da Maroni, tra i meno entusiasti nell’andazzo preso dalla Lega, e perfino il redivivo Umberto Bossi s’è detto possibilista su di un’alleanza con una nuova Forza Italia. Salvini prende le distanze da Parisi, ma tira a sé Bossi, dopo averlo emarginato. In un momento di sofferenza interna, soprattutto di crisi identitaria per una Lega che investe (senza raccogliere) molto al sud, il Senatur potrebbe costituire un valido alleato, capace di riscaldare i cuori nostalgici dei leghisti della prima ora. La sintesi di Maroni della Lega federalista e di governo tuttavia potrebbe riprendere il sopravvento sul baratro programmatico creatosi sotto il Carroccio in tre anni nei quali la principale occupazione del segretario sono state le comparsate in tv.

Veniamo al M5S. La formazione post ideologica per antonomasia, che più di ogni altra può vantare il favore dei risultati per le elezioni passate e dei pronostici per quelle future, vive un’evidente crisi identitaria. L’orgoglio della casa, il rifiuto di retaggi ideologici in nome degli interessi dei cittadini, ha creato una classe politica di parvenu, talvolta eletti a responsabilità di governo, impreparati ad una visione organica della gestione della cosa pubblica. Si citi il caso di Virginia Raggi non tanto per il caos rifiuti, che evidenzia tuttavia la fragilità della coerenza grillina, quanto piuttosto per l’aver copiato ampie e significative parti del programma dei Verdi per compilare il proprio. Una furbata che evidenzia le difficoltà di offrire un disegno politico proprio, da cui l’imbarazzo nell’affrontare problemi ai quali non si sa dare risposta coerente. Gli ultimi richiami di Grillo all’onestà dei suoi non solo ammoniscono i membri del M5S al rispetto di una condotta non sempre specchiata, ma evidenziano l’inconsistenza del retroterra culturale dei grillini, nati come espressione dell’elettorato indignato e tale rimasto, almeno finora, anche in sede di governo. Solo il tempo ci saprà dire se Davide Casaleggio riuscirà ad imprimere una svolta diametralmente opposta a quella immaginata dal padre, facendo dei pentastellati un partito organico, di governo e culturalmente accorto.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus