La politica è uno show, e noi gli spettatori

23/01/2014 di Francesca R. Cicetti

30 novembre 2013, Sky propone in prima serata il dibattito per le primarie del Partito Democratico. Un vero show all’americana che vede contrapposti i candidati di allora, Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati, destinati a sfidarsi a suon di botta e risposta. Il conduttore apre la trasmissione introducendo i tre con una breve descrizione. Qualche accenno anagrafico, poi dati sulla famiglia, i nomi dei figli. Di Cuperlo, nei pochi secondi a disposizione, con voce squillante ci viene detto che è un appassionato divoratore “di libri e cioccolato”. Non si accenna al suo titolo di studi, alla sua esperienza politica, alle sue posizioni, no. Si indugia sulla sua passione per i dolciumi. Da quando un dettaglio del genere ha una qualche rilevanza nel panorama politico? La risposta è semplice: da quando la democrazia è diventata uno show.

La teledemocrazia ha cambiato radicalmente la maniera di intendere la politica. Lo strappo è avvenuto con l’ingresso dei mezzi di comunicazione di massa nei processi politici, e della televisione in particolare. Nella teledemocrazia, i cittadini (e gli elettori) si trasformano in un pubblico che i leader di turno cercano di attrarre con i loro messaggi e rituali. Il confronto politico altro non è che il contrasto tra i leader ed è finalizzato ad arrivare al pubblico emotivamente, proprio come uno spettacolo di intrattenimento o un film al cinema. Il tutto senza che lo spettatore si muova dalla sua poltrona. Ovvero, senza che ciò richieda una sua partecipazione diretta.

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Silvio Berlusconi e Beppe Grillo

Ecco il perché della lotta tra leader. È decisamente più semplice, soprattutto per le tempistiche e per i linguaggi televisivi, far scivolare il contrasto politico nella rivalità tra i due leader di turno. Il pubblico degli elettori/spettatori riesce facilmente a indirizzare il proprio malessere verso due individui, senza dover addentrarsi in questioni spinose come le diverse culture politiche, i differenti interessi economici, i programmi e via dicendo. Nulla attrae di più dello scontro tra leader. E, in questa ottica, la distinzione tra pubblico e privato diventa sempre più sottile. Ecco perché, dunque, parliamo della cioccolata di Cuperlo, del cane di Berlusconi, dei giubbotti di pelle di Renzi.

La televisione è la maggiore tribuna politica della democrazia attuale, e non concede tempo. Sembra assurdo persino pensare, oggi come oggi, di intavolare in un dibattito televisivo una lunga (e complessa) disquisizione, tanto per fare un esempio, sulle proposte di legge elettorale. Lo spettatore medio non resisterebbe mezz’ora, prima di cambiare canale. Lo schermo ha le sue regole e il suo idioma, oltre che i suoi tempi. Il linguaggio è quello ambiguo e incisivo degli slogan, che l’elettore può facilmente comprendere e dal quale può estrapolare, di volta in volta, il pensiero che più si avvicina al proprio. Non è infrequente sentire politici di destra utilizzare un linguaggio che può essere condiviso anche dalla sinistra o viceversa.

Ed è una tecnica, questa, che funziona. Il politico che non riesce a stare nel minuto e trenta a lui concesso dal dibattito televisivo ci fa sorridere, da principio, ma viene inevitabilmente delegittimato. Così come riscuote sempre meno successo la politica di partito, in favore di una politica improntata sul singolo leader. Berlusconi è stato il nostro esempio cardine per vent’anni, e poi Beppe Grillo, affiancato negli ultimi mesi da Matteo Renzi. Per i nostalgici della vecchia politica è un boccone amaro da mandar giù, come per chi vorrebbe strenuamente opporsi alla personalizzazione dei partiti. Ma è un retaggio della televisione, ed è impossibile da fermare. Si può criticare, ma poi, al massimo, ci si può concedere un’ironia in stile Maurizio Crozza, che paragona le frasi del neosegretario del PD a quelle contenute nei cioccolatini: “I Renzini: quaranta percento di niente, trenta percento di Baricco, un velo – ma proprio un velo – di sinistra, e un morbido cuore di cioccolata”.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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