La politica di Natale tra Jobs Act e Quirinale

24/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

La scelta del Governo di escludere l’opting out dal Jobs Act sa di scelta politica, più che ideologica. Con l’avvicinarsi delle elezioni per il Presidente della Repubblica la forza politica con cui Renzi più deve trattare è lo stesso Pd: una situazione che il Premier conosce bene

Volano stracci a Natale nel Consiglio dei Ministri. I quotidiani raccontano di urla, forti polemiche, un clima infuocato durante l’importantissimo incontro per la definizione dei contenuti dei decreti legislativi che regoleranno il Jobs Act, nonostante siano stati approvati alcuni punti essenziali come il nuovo contratto a tutele crescenti (la questione più importante, eppure ignorata dai più), l’effettiva abolizione dell’art. 18 e i decreti sulla gestione straordinaria dell’Ilva. L’oggetto principale del contendere è stata la scelta di non inserire la cosiddetta clausola di opting out all’interno del decreto. Di cosa stiamo parlando?

Funziona così: facciamo caso che un’azienda decida di licenziare un suo dipendente per motivi disciplinari, ma che, a fronte di ricorso, il giudice del lavoro decida che il licenziamento è illegittimo perché il fatto non sussiste. Con l’opting out le aziende avrebbero avuto modo di scegliere comunque una via alternativa al reintegro, ovvero un super-risarcimento al dipendente di 30 o 36 mensilità, praticamente tre anni di stipendio. La ratio dietro questa scelta sarebbe stata quella di permettere all’impresa di disfarsi del lavoratore “sgradito” anche a costo di una spesa consistente.

Inutile dire che intorno a questa regola le polemiche erano nell’aria da tempo. Chi la difendeva si basava soprattutto sull’ampiezza temporale di copertura dell’indennizzo, che avrebbe dato tempo al lavoratore di riposizionarsi. Di contro i più critici facevano notare come, per alcune categorie (per esempio molte categorie di lavoratori al di sopra di una certa età, in particolare con l’avvicinarsi dell’età pensionabile), il rischio di non riuscire più a trovare lavoro è reale, con conseguenti problemi a raggiungere i requisiti per la pensione. Insomma, una questione piuttosto spinosa.

Napolitano
Il conto alla rovescia per le dimissioni di Giorgio Napolitano è iniziato, ma le effettive trattative sulla sua successione sono appena agli inizi

Alla fine la linea Sacconi (quella a favore dell’opting out) non è passata. La ha avuta vinta Renzi, che pure fino aveva tenuto la porta aperta a questa possibilità. Chi può esultare, più di tutti, è il Pd stesso, sia nella minoranza che in quella maggioranza più aperta alle istanze dei lavoratori di base. E forse non è un caso, visto il clima di questo periodo. Volendo essere un po’ cinici la sensazione è che da parte del Governo la possibilità dell’opting out fosse davvero sul tavolo, e che la scelta sia stata fatta per motivi squisitamente politici. C’è infatti un alone di timore che aleggia sulle spalle di tutte le forze politiche, nessuna esclusa, e che porta il nome del Quirinale. In queste ore si è parlato del 14 gennaio come data ufficiale dell’”abdicazione” di Giorgio Napolitano, ed è probabile che questi, durante il discorso di Capodanno sancisca la data definitiva di addio.

Certo, le “quirinarie” sono già iniziate da un po’, ma dall’annuncio in poi ogni nome avrà un peso specifico diverso, visto che il voto sulla Presidenza diventerà davvero prossimo.  Ed è soprattutto il sistema di voto a cambiare le carte in tavola rispetto all’attuale maggioranza. Si tratta infatti di un voto a Camere riunite con l’aggiunta di tre delegati eletti da ciascuno dei singoli Consigli Regionali. Il quorum è di due terzi dell’assemblea per le prime tre votazioni, e della maggioranza assoluta dalla quarta in poi. Il peso specifico delle singole forze parlamentari così cambia, e di molto.

Aumenta il peso del PD, che non solo ha una maggioranza rilevante dalla Camera, ma anche una grande presenza nei consigli regionali (attualmente detiene la presidenza di 14 su 20), che la rende di gran lunga la forza più rilevante per l’elezione, molto più che nei normali lavori Parlamentari. I voti restanti, poco più che una manciata, possono arrivare praticamente da qualsiasi delle altre forze politiche in gioco – non è un caso che Vendola abbia già offerto un accordo per la presidenza di Prodi alla quarta votazione (forse bruciandolo): i numeri ci sono, nonostante la poco nutrita platea di Sel alla Camera. Ergo, il nemico peggiore da cui Renzi deve guardarsi, come già spesso accaduto, è il Pd stesso. Un fatto reso enormemente più rilevante dal voto segreto: lo ricorderà bene chiunque abbia seguito i tragici giorni che hanno portato al secondo mandato di Napolitano.

Ritorniamo al nostro ragionamento cinico, e rimettiamo insieme le due questioni: qual è la forza politica che conta di più, in vista delle elezioni del Presidente della Repubblica? Il Pd stesso. Qual è il provvedimento legislativo più importante che è in via di definizione durante queste vacanze di Natale? Il Jobs Act. Chi è quindi che Renzi deve tenersi più buono in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica. Il Pd stesso, con buona pace del Nuovo Centro Destra, che, per quanto sia un importante alleato di governo (e molto poco interessato ad andare alle elezioni, visti i sondaggi), non è essenziale per l’elezione del Presidente della Repubblica. Dunque, persa la battaglia sull’articolo 18, non c’è da stupirsi se in queste ore vengano fuori alcune posizioni più morbide sulla questione dei licenziamenti: c’è una necessità reale di fare concessioni alla parte della sinistra più scottata ideologicamente dalle scelte del Governo.

Ovviamente la questione Quirinale non si risolve qui, come neanche quella del Jobs Act: ci sono altri problemi ancora da risolvere. Su tutte, ancora non sembra esserci un nome forte per la successione del Presidente, visti i delicati equilibri politici da preservare, tra Patto del Nazareno e minoranze riottose. Ma questa è sempre stata, ed ancora è, la politica italiana: una trattativa perenne. Speriamo che il compromesso, come spesso accade, non sia troppo al ribasso.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus