Il settore della pesca, tra traffici umani, abusi e lavoro forzato

03/06/2013 di Andrea Viscardi

Pesca, tra abusi e lavoro forzato

“Due secoli dopo l’abolizione della tratta transatlantica degli schiavi, almeno 20.9 milioni di persone continuano a lavorare sotto costrizione, la maggior parte nell’economia informale e illegale”. E’ questa l’introduzione al report “Caught at Sea – Forced Labour and Trafficking in Fisheries”, pubblicato domenica dall’ ILO.

La pesca – Il dossier si concentra su di un settore poco considerato nell’immaginario collettivo come fonte di abusi e traffici umani: quello della pesca. Ambito fondamentale di sostentamento per l’intero globo, impiega circa 38 milioni di persone e assicura il sostentamento – in tutte le sue implicazioni dirette e indirette – di oltre il 10% dell’umanità.

I trend del settore aiutano i fenomeni illegali – Negli ultimi decenni, però, diversi fenomeni hanno portato a una riduzione del pescabile, spesso a causa di pratiche illegali o della pesca selvaggia. Questo, fondamentalmente, ha spostato il fulcro delle zone di pesca dalla zona costiera all’alto mare, distruggendo le realtà dei piccoli pescatori, costretti quindi, ad imbarcarsi come equipaggio – per lunghi periodi – sui grandi pescherecci.  I maggiori costi hanno comportato una politica ben precisa: quella di assumere personale a basso salrio, spesso migranti, i cui diritti sono generalmente molto limitati – se non inesistenti – e verso i quali gli abusi rappresentano una normalità. Basti considerare come il tasso di mortalità nel settore sia uno dei più alti. Inoltre, l’occupazione  è andata scemando nei Paesi Sviluppati, aumentando, contemporaneamente, in quelli in via di sviluppo e intensificando tali tendenze.

Traffico umano e lavoro forzato – Quanto scritto ha causato un aumento significativo della pesca illegale, sempre più organizzata a livello transazionale, considerata una delle attività a più alta profittabilità e basso rischio di detenzione. Inutile dire come, in questo settore, le componenti umane spesso siano rappresentati da migranti sfruttati, molti di cui bambini, e assolutamente privi di ogni forma di protezione o diritto. Molti di loro, ma non solo nelle operazioni illegali, provengono dal traffico umano e sono sottoposti, letteralmente, a un regime di lavoro forzato.  Un fenomeno particolarmente presente nel Sud Est asiatico, in Thailandia e Indonesia. Proprio la Thailandia è protagonista di un dossier dell’UNIAP del 2009, nel quale si analizzano i casi di 49 Cambogiani vittime di tratta, i quali riuscirono a fuggire dalle navi sulle quali erano imbarcati. Un mercato – quello della tratta collegata alla pesca – tra i più fertili: difficile tentare la fuga se il peschereccio si trova in alto mare per mesi, altrettanto difficile, da parte delle autorità, intervenire. Inoltre, come cita il report “Trafficking of men”,

“In molti casi, gli uomini possono non vedere se stessi come vittime di traffico umano o di abusi. Sempre più spesso lo sfruttamento è una parte usuale del lavoro dei migranti, e molti di questi potrebbero considerare se stessi come dotati di cattiva fortuna, piuttosto che come vittime di serie violazioni dei diritti umani”.

Intervento internazionale – Proprio per arginare il fenomeno, nel 2007, l’ILO ha promosso specifici standard di lavoro attraverso una serie di strumenti vincolanti e non vincolanti, oltre ad adottare, sempre nello stesso anno, la Convenzione della pesca e una serie di raccomandazioni. Strumenti atti, appunto, a implementare la situazione dei lavoratori, come l’introduzione di un’età minima, l’obbligo di contratti scritti, la periodicità di visite mediche, dei turni di lavoro massimi stabiliti e, cosa importantissima, la previsione di piena responsabilità da parte del proprietario dell’imbarcazione sull’applicazione del contenuto della Convenzione.

La lotta a questi fenomeni, nonostante le misure prese, è ancora ben lontana dall’essere vinta. L’aumento di attività illegali è concentrato soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in quelli più poveri, in cui lo Stato tende a non essere troppo propenso – o capace – di far rispettare ed applicare gli standard promossi a livello internazionale dall’ILO e dalle altre organizzazioni internazionali. Un’inclinazione che non riguarda solo il settore in questione, ma verso il quale assume particolare importanza, perché si tratta di un ambito, come detto, che di per sé favorisce il diffondersi di abusi, mancanza di diritti e lavoro forzato. Solo con un intervento ed un impegno serio dei governi, allora, tutto ciò potrà avere fine.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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