La pena di morte, un dibattito storico di attualità

11/05/2015 di Marvin Seniga

Il caso Atlaoui ha riportato in luce la questione relativa alla pena di morte e alla sua abolizione. Vediamo le tendenze più recenti sul punto

Nelle ultime settimane il caso Atlaoui ha riportato sulle prime pagine dei giornali europei la questione relativa alla pena di morte. Serge Atlaoui è un cittadino francese, condannato a morte dalle autorità indonesiane nel 2007 per traffico di sostanze stupefacenti. Le otto persone – 2 australiani, un brasiliano, 4 nigeriani e un indonesiano –  che erano state condannate nello stesso processo insieme a lui sono già state fucilate il 28 aprile scorso. Atlaoui sin qui si è salvato grazie all’intervento del governo francese, le cui pressioni sull’amministrazione indonesiana hanno condotto ad un ultimo disperato ricorso amministrativo, che non dovrebbe cambiare però il destino del condannato.

Il caso Atlaoui ha ravvivato in Europa il dibattito intorno alla pena di morte, a più di due secoli dalla pubblicazione del Dei Delitti e Delle Pene di Cesare Beccaria. Ormai da tempo nessuno stato europeo, ad eccezione della sola Bielorussia, fa più ricorso alla pena capitale. Nel mondo però questa continua a mietere migliaia di vittime ogni anno, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International sono 58 gli Stati che ancora oggi continuano a prevedere la pena di morte nella loro legislazione e la applicano nei fatti. Si potrebbe pensare che la pena capitale sia un retaggio tipico dei regimi autoritari, dove il rispetto per i diritti dell’uomo non è generalmente una priorità per chi detiene il potere. Ed in effetti  fermandoci ad analizzare i primi cinque paesi per numero di esecuzioni tra il 2009 ed il 2014 si potrebbe pensare che in effetti sia così. Ma a Cina, Corea del Nord (di entrambi non esistono stime ufficiali, ma quelle ufficiose raccontano di migliaia di esecuzioni ogni anno), Iran (1972 esecuzioni), Iraq (428) e Arabia Saudita (426), si aggiungono anche due democrazie consolidate come gli Stati Uniti ed il Giappone. La distinzione tra società aperte e società chiuse non sembra quindi essere sufficiente per spiegare perché nel 2015 gli Stati continuino a ricorrere alla pena di morte.

Una differenza può essere invece trovata nei motivi che spingono più di un quarto degli Stati del mondo a prevedere il ricorso alla pena di morte. Negli Stati Uniti ed in Giappone chi viene condannato è generalmente qualcuno che dopo un regolare processo viene riconosciuto come colpevole di uno o più omicidi particolarmente violenti; la pena di morte è utilizzata soprattutto per il suo supposto, e tutto da verificare, effetto deterrente e per un qualche arcaico sentimento di giustizia.  In altre realtà più problematiche la pena di morte oltre ad essere un anacronistico mezzo di giustizia, è anche uno strumento attraverso cui i governanti possono mantenere un certo grado di controllo sociale e politico sui governati: a subire condanne, infatti, sono in molti casi oppositori politici.

La lotta per l’abolizione della pena di morte dalle legislazioni di tutti gli Stati del mondo continua ad andare avanti, recentemente il Madagascar è diventato il novantanovesimo paese ad aver abolito la pena di morte. A questi 99 Stati va aggiunta un’altra trentina di paesi che non eseguono una condanna a morte da più di 10 anni, pur non avendola abolita ufficialmente. Se ancora negli anni ’80 la maggioranza degli Stati eseguiva regolarmente condanne a morte oggi i dati si sono invertiti.

Negli ultimi anni però si comincia ad assistere ad una inversione di tendenza, causata anche dalla riemersione della minaccia terroristica e da periodi di crisi che tendono sempre a condurre il popolo ad abbracciare teorie conservatrici. Anche nei paesi che da più tempo hanno abolito la pena di morte, una fetta crescente dell’opinione pubblica, è tornata a dirsi favorevole alla sua reintroduzione. Il caso della Francia è emblematico, secondo un sondaggio del Cevipof (Centre d’études de la vie politique de Sciences-Po) effettuato a febbraio, più del 50% dei francesi sarebbe favorevole ad un ritorno in vigore della pena capitale, abolita da Mitterand nel 1981. La leader del Front National, Marine Le Pen, ha già proposto che qualora fosse eletta, uno dei suoi primi atti sarebbe quello di indire un referendum sulla reintroduzione della ghigliottina nel Paese da cui presero forma quegli ideali illuministi che contribuirono alla prima Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, in seguito alla rivoluzione del 1789.

Ma la Francia non è l’unico paese europeo ad assistere ad un ritorno di posizioni pro-pena di morte. Recentemente anche il discusso presidente ungherese, Viktor Orbán, si è detto favorevole all’utilizzo della pena capitale. Ovviamente Orbán sa bene che l’abolizione della pena di morte è una condizione preliminare prevista dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’UE, e che una sua eventuale reintroduzione sarebbe contraria ai Trattati di Lisbona. Il motivo però che ha spinto un leader populista a difendere la pena di morte è proprio, come in Francia, il ritorno sulla scena politica di un elettorato spaventato, che vede sempre più in queste soluzioni estreme la via più facile per l’ordine e la stabilità, non curandosi degli effetti perversi che una tale misura rischia di provocare.

The following two tabs change content below.

Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
blog comments powered by Disqus