La partita sull’oro nero ha due vincitori

04/12/2014 di Enrico Casadei

L'Opec ha deciso di non diminuire la produzione di petrolio, nonostante i prezzi siano ai minimi dal 2010. Una scelta non a caso dettata da Arabia e Stati Uniti: dietro ci sono gli equilibri geopolitici globali

Lo scorso giovedì si è chiuso il vertice Opec a Vienna, cartello dei Paesi produttori di petrolio. L’ordine del giorno era la quantità di petrolio da produrre dopo il crollo del prezzo oggi ai minimi dal 2010.  La caduta è causata dalla semplice equazione economica Domanda-Offerta. Quando l’offerta supera la domanda e quindi la quantità prodotta resta invenduta, il prezzo non può fare altro che calare. E questo è un male. Non sempre però, altrimenti, non si spiegherebbe perché al vertice non si è deciso di ridurre questo scarto diminuendo il petrolio estratto. La produzione rimarrà di 30 milioni di barili dal giorno. Vi sono infatti altri fattori da considerare. Nelle righe seguenti, prima di tutto si affronterà il problema della sovra-produzione poi si tornerà sulla scacchiera dell’Opec.

L’offerta del petrolio cresce a tassi maggiori di quelli della domanda grazie ad una nuova scoperta tecnologica, il Fracking. Con tale denominazione si include un insieme eterogeneo di tecniche[1] che permettono l’estrazione di “greggio non convenzionale”, gamma che comprende tight oil, shale oil, oil shale. Tutti questi nomi indicano petrolio difficilmente estraibile, o almeno così era fino a qualche anno fa appunto. La presenza nel sottosuolo di queste risorse non è mai stata un segreto per le compagnie energetiche, ma non c’era modo di raccoglierlo: la differenza tra ieri e oggi è rappresentata dalla sola tecnologia, che permette oggi di separare il petrolio dalla sabbia e dal fango in cui è intrappolata. Anni fa, alcune società del settore hanno iniziato a investire in nuovi metodi per l’estrazione. Così, procedendo per tentativi, hanno trovato il modo di rendere sfruttabile questa immensa ricchezza sparpagliata un po’ in tutto il mondo, ma di cui sta beneficiando solo il Nord America e il Canada. Motivo? Ad avere le conoscenze per estrarlo, per ora, sono soprattutto compagnie d’Oltreoceano, come la statunitense Halliburton e la canadese Suncor.

Per comprendere la rivoluzione in corso basta dare un’occhiata all’ultimo rapporto di British Petroleum sulle riserve globali. Grazie alle sabbie bituminose, negli ultimi sette anni, il Canada è passato dalla dodicesima alla terza posizione nella classifica dei Paesi più ricchi di greggio, dietro a Venezuela e Arabia Saudita. Ma i veri protagonisti di questo nuovo grande gioco sono gli Stati Uniti. Pur non potendo contare su riserve abbondanti come quelle canadesi, gli Usa hanno infatti sotto terra un mare di shale oil: petrolio più facile da estrarre, e di qualità maggiore, rispetto a quello contenuto nelle sabbie bituminose canadesi. Ecco perché, dice l’Agenzia internazionale per l’energia, entro l’anno prossimo gli States diventeranno i primi produttori globali di greggio, avvicinandosi all’indipendenza energetica nel giro di due decenni. E pensare che, fino a una decina di anni fa, importavano circa la metà della produzione mondiale di oro nero. Solo tra il 2011 e il 2013 si è investito in R&D circa 2 bilioni di dollari. È stato il ciclo d’investimenti più massiccio della storia. E ha dato i suoi frutti.

Ora i problemi sono politici. Il calo del prezzo dell’oro nero si è verificato in tutto il mondo, e tutti gli Stati esportatori di greggio, chi di più e chi di meno, basando le proprie economie su questo mercato, ne soffrono. Basta pensare che per realizzare il pareggio di bilancio pubblico è stato calcolato quanto servirebbe a ciascun Paese: l’Iran avrebbe bisogno di 137 dollari al barile, la Russia di 102 dollari, il Venezuela di 140, la Libia 148, la Nigeria 128 e l’Arabia Saudita 46, grazie alle proprie risorse finanziarie. Quindi sembrava scontato che alla riunione Opec vi fosse unanimità nel tagliare la produzione e far rialzare il prezzo. Non è stato così.  Da un lato ci sono Teheran e Putin, con il sostegno di Venezuela, Qatar, Libia e Nigeria, dall’altro Riyad.

I primi sono intenzionati a recuperare dollari per barile, l’Arabia, invece, va in difesa della “stabilità della produzione” come affermato dal ministro del Petrolio saudita Ali Al-Naimi. Il motivo della voce fuori dal coro è semplice: l’eterna battaglia per rovesciare Bashar Assad e per troncare l’asse Damasco-Teheran. I sauditi, in difficoltà sul piano militare e strategico, ricorrono ora all’arma del petrolio per mettere alle strette il rivale iraniano. “I prezzi bassi puniscono tutti i nemici di Riyad in Siria” sostiene Lawrence Solomon, direttore esecutivo di Energy Probe,  “ovvero Iran e Russia, sostenitori di Assad, e anche l’Isis, che esporta illegalmente greggio per finanziarsi”. Alla fine l’ha spuntata Riyad, spalleggiata anche dall’amministrazione Obama, che vuole indebolire Putin, facendogli pagare un alto prezzo economico[2] per l’annessione della Crimea e la violazione della sovranità dell’Ucraina. Eppure per l’America è un arma a doppio taglio, dato che soffrirà se il prezzo scende oltre la soglia dei 60 dollari al barile, rendendo non più conveniente la spesa in fracking. L’Arabia quindi, ha vinto due volte.

[1] Si tratta sia di frantumare le rocce che contengono petrolio sia d’iniettare nelle rocce grandi quantità d’acqua, unita a sabbia e agenti chimici, perché solo così il greggio può fluire in alto.

[2] Le entrate della Russia dipendono per il 45% dal petrolio.

The following two tabs change content below.

Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
blog comments powered by Disqus