La nuova Libia si costruisce da Roma

15/12/2015 di Edoardo O. Canavese

Nella capitale si è discusso il futuro del grande malato d’oltremare. L’accordo prevede la ricomposizione delle due anime della Libia e la ricostruzione di uno Stato che si difenda e ci difenda dal morbo jihadista. Una conferenza che rilancia le speranze libiche e il ruolo internazionale dell’Italia.

Libia copertina

Come da oltre cent’anni a questa parte, il destino della Libia moderna passa da Roma. Il 13 dicembre la Conferenza organizzata nella capitale ha partorito un complesso ma realistico accordo per la stabilizzazione dello “scatolone” di sabbia, sangue e petrolio nel quale pare essersi trasformato lo Stato a partire dalla caduta del regime di Gheddafi. Sono stati tre i protagonisti della Conferenza: in primis Italia e Stati Uniti, in un tandem d’interessi che vanno dal naturale ruolo di osservatore (e investitore) privilegiato della prima e di leader NATO della seconda; poi i restanti 5+5, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu e le principali protagoniste della politica estera europea (tra cui la Germania); infine tutti i paesi del Medioriente musulmano, dal Bosforo all’Atlante, passando per la penisola arabica. Un rassemblement resosi necessario di fronte all’incombere della minaccia jihadista sulla Libia: è in un certo senso all’avanzata delle forze Is che va riconosciuto il merito di aver accelerato le trattative.

La pax libica viene dall’alto e dall’estero, ma coinvolge i libici. Sono due i principali soggetti coinvolti dalle autorità internazionali per la nuova fase del paese: il parlamento della città di Tobruk, che domina la fetta orientale, l’unico riconosciuto dall’Onu; quello di Tripoli, che governa lo spicchio ovest. Due poteri molto diversi, tra i quali fino ad oggi non si era ancora trovata una sintesi. A Tobruk comanda Khalifa Haftar, generale di passata fedeltà a Gheddafi, laico e oppositore del radicalismo islamico. A Tripoli invece, dove persistono le strutture economiche e finanziarie della vecchia Libia, dall’estate 2014 comanda Khalifa al Ghwell, sostenuto da una eterogenea alleanza di elementi anti-Gheddafi e islamisti, provenienti in particolare da Misurata, la capitale della rivolta contro il dittatore nel 2011. Anche il mondo musulmano si è diviso: Egitto ed Emirati Arabi parteggiano per la Cirenaica, Turchia e Qatar sostengono la Tripolitania. A facilitare la soluzione, infine, l’elemento mediano, letteralmente: lo Stato Islamico.

Tra le due Libie sta crescendo una terza, piccola lunga striscia nera di terra. I sostenitori Is e le forze locali jihadiste hanno preso il controllo di Sirte e hanno cominciato una lenta espansione nei territori circostanti. L’obiettivo, neanche a dirlo, sono giacimenti petroliferi e gli oleodotti, la cui conquista significherebbe un significativo arricchimento delle risorse economiche da reinvestire nella guerra. La strategia già vista in Siria ed Iraq quindi, il cui avvicinarsi ha imposto alle potenze del mondo di occuparsi in fretta di un accordo tra i signori di Tripoli e Tobruk. “Libya first” è stato lo slogan, la stella polare della cornice politica romana: la priorità era il superamento delle contrapposizioni intestine e l’unione delle forze non solo per la ricostruzione di un costrutto nazionale unitario, ma per la soluzione di problemi occidentali rimasti in sospesi con l’uccisione di Gheddafi: il controllo dei flussi migratori e l’espansione delle forze jihadiste nel fertile caos libico.

L’intesa tra le parti libiche, avallata dalle nazioni e dagli organi internazionali convenuti a Roma, prevede entro 40 giorni il ritorno del governo unitario a Tripoli e l’indicazione da parte di due pari delegazioni libiche, una espressione del Parlamento della capitale, l’altra di quello di Tobruk, di un nuovo presidente. Dovranno essere abbandonate rivendicazioni di potere personalistico, per il bene di 6 milioni di libici sfiancati da una lunga guerra. Sarà cura del ristabilito potere nazionale evitare il riproporsi di scenari autoritari dopo quarant’anni di dittatura, come potrebbe minacciare il coinvolgimento di personaggi pure vicini a quella pagina di storia (Haftar). Non mancherà il sostegno dei potenti del mondo. Gli Stati Uniti hanno preparato 330 milioni di dollari in aiuti umanitari, ma l’auspicio è che la stabilità (e la difesa e lo sfruttamento delle risorse naturali) permetta alla Libia di camminare presto sulle proprie gambe.

Una soluzione tanto importante quanto tardiva, per la quale la comunità internazionale ha grande responsabilità. La caduta di Gheddafi, benedetta da Obama e sostenuta dai raid francesi ed italiani, non ha assistito ad un seguente interessamento del destino della nazione. Nel solco di una dottrina del disimpegno americano all’estero, la Libia (e tutti i paesi delle primavere arabe) è stata abbandonata al suo destino.  Oggi a Roma si costruisce una pace tutta da verificare, ma si tratta di un primo passo per la Libia e pure per la credibilità internazionale dell’Italia, finora raggomitolatasi dentro le grandi alleanze, nel corso degli ultimi vent’anni. Gli interessi italiani in Libia sono numerosi: dagli investimenti sul petrolio al contenimento dei flussi migratori, fino al più attuale dei problemi, il contenimento della peste jihadista. In Libia sono stati addestrati gli attentatori del museo Bardo e delle spiagge tunisini. In Libia la creazione di un nuovo Stato Islamico porterebbe il Califfato ad un tiro di sasso dalle coste europee.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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