La norma Fornero e la dura prova dei conti pubblici

05/05/2015 di Alessandro Mauri

La bocciatura della norma Fornero mette in luce l'incapacità di gestire le fasi di emergenza e, ancor di più, quelle che seguono

L’effetto della sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco delle rivalutazioni delle pensioni nel biennio 2012-2013 potrebbe avere effetti molto pesanti sul bilancio dello Stato, mentre non è ancora chiaro come il Governo intenda intervenire.

Norma incostituzionale – La Consulta ha bocciato la cosiddetta “norma Fornero”, compresa all’interno del decreto legge “Salva Italia” varato dal governo Monti sul finire del 2011. La norma prevedeva che per gli anni 2012 e 2013 il meccanismo di perequazione, cioè di adeguamento al costo della vita, delle pensioni che superavano tre volte il minimo Inps (pari quindi a 1500 euro lordi) fosse bloccato. L’intervento, come detto, faceva parte del più ampio decreto che l’allora Presidente del Consiglio, Mario Monti, aveva varato per far fronte alla situazione più che critica delle finanze pubbliche italiane, al culmine della crisi dei debiti sovrani e durante la fase più intensa della speculazione sulle possibilità di default del nostro Paese. Proprio durante la conferenza stampa di presentazione del decreto, il ministro del Lavoro, Elsa Fornero (che ora respinge la paternità della norma che porta il suo nome), non era riuscita a pronunciare la parola “sacrificio”, tradita dall’emozione. Il problema è che quello è stato solamente uno dei numerosissimi sacrifici che gli italiani hanno dovuto sopportare, e la fretta (in parte giustificata) con cui quelle norme sono state concepite, rischia di richiederne altri.

Buco da quantificare – In questi giorni si sono fatti diversi numeri, ma in realtà non è ancora disponibile la cifra che effettivamente lo Stato dovrà risarcire ai pensionati e quindi la spesa che dovrà sostenere. Se in un primo momento si parlava di un impatto sui conti pubblici per circa 5 miliardi di euro, tale valutazione è stata rivista diverse volte al rialzo, sino ad arrivare ai 10 miliardi. Quel che è certo è che nel biennio 2012-2013 le pensioni, per effetto della norma Fornero, hanno perso rispettivamente 1,8 e 3 miliardi per il mancato adeguamento al costo della vita. Resta da calcolare l’impatto che questa rivalutazione avrà sulle prestazioni erogate nel 2014 (la cui base di partenza è legate alle pensioni degli anni precedenti) e, per lo stesso motivo, a quelle che saranno erogato quest’anno e in futuro. Sorgono inoltre dubbi sulla tenuta delle analoghe norme (blocco della perequazione per le pensioni sei volte oltre il minimo e parziale rimodulazione di quelle tre volte oltre il minimo) che sono state introdotte dal governo Letta nel 2014. In totale si potrebbe arrivare a 12 miliardi di maggiori spese, solo parzialmente ridotte dall’effetto Irpef (cioè il pagamento dell’imposta su queste prestazioni), che a sua volta dovrà essere tenuto in considerazione nel momento in cui si provvederà ai rimborsi: si dovrà infatti evitare che il pagamento delle somme dovuto provochi lo sconfinamento verso scaglioni Irpef più elevati.

Le contromisure – Il Governo è pertanto obbligato a prendere delle contromisure e, sebbene sia stata smentita la possibilità di aumentare la tassazione, è evidente come le strade da percorrere non siano poi molte. In linea puramente teorica l’esecutivo potrebbe sfruttare il margine che ancora rimane prima di raggiungere la soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL, ma fonti europee si sono affrettate a dichiarare che i valori presentati lo scorso mese nel Def devono essere mantenuti. Certo, si potrebbe obiettare che si tratta di una situazione contingente, non determinata dalla volontà del Governo e che alcuni Paesi (Francia in primis) sono ben al di fuori del 3%, ma il potere di trattativa dell’Italia in Europa è molto limitato dalle elevate dimensioni del debito e dalle deboli prospettive di crescita. Sembra quindi abbastanza difficile mantenere gli obiettivi di bilancio espressi nel Documento di economia e finanza senza individuare nuove risorse da destinare alle pensioni, anche se è stata smentita l’ipotesi di una (ennesima) patrimoniale.

Alcune considerazioni – Non è ancora dato a sapere come sarà colmato questo vero e proprio buco di bilancio, ma si possono fare alcune considerazioni sulle modalità di intervento dei vari esecutivi che si sono succeduti dall’inizio della crisi. Se da un lato è comprensibile la fretta con cui il Governo Monti (e il ministro Fornero) è dovuto intervenire nel 2011, con il rischio di implementare misure al limite (in questo caso oltre) della costituzionalità, visto il momento di grande emergenza, dall’altro non si capisce come, una volta passata la fase acuta, non si riescano a realizzare interventi più sostenibili e strutturali. I tagli alla spesa molte volte annunciati sono ancora tutti da fare: razionalizzazione delle centrali d’acquisto, soppressione delle società partecipate in perdita da anni e liberalizzazione di numerosi settori, nonché tagli ai ministeri e ai costi della politica. Se si fosse da tempo intrapresa questa strada, oggi non saremmo alla disperata ricerca di miliardi di euro e, visto che si tratta ancora una volta di un’emergenza, il rischio che si ricorra ai soliti interventi di facile e immediata applicazione, come l’aumento delle tasse, è tutt’altro che lontano.

The following two tabs change content below.

Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
blog comments powered by Disqus