La missione romana di Salvini: combattere sul Campidoglio, prendersi la leadership

01/03/2016 di Edoardo O. Canavese

L’accordo su Bertolaso sembrava sigillato, ma Salvini – complice le tante candidature sospese a destra - ha rimesso in discussione tutto. Ecco la complessa strategia del segretario leghista per conquistare sempre maggior peso nel centrodestra nazionale, anche a costo di rovinare i giochi di coalizione a Roma.

Chi pensava che i gazebo organizzati da Salvini per le vie di Roma risolvessero il problema del candidato di centrodestra al Campidoglio s’è dovuto infine ricredere. Non solo stando ai risultati del sondaggione leghista nessuno tra i candidati in lista ha ottenuto un numero di preferenze abbastanza ampio da evitare di parlare di pareggio; peggio ancora, la stasi in cui resta il centrodestra romano riflette una lotta intestina tra i diversi leader tra chi abbia più potere contrattuale. Berlusconi rivendica il proprio primato come dominus d’opposizione, la Meloni si attesta un maggior coinvolgimento personale nelle vicende romane mentre Salvini esige attenzione, come leader di destra più popolare. Il tentativo di Forza Italia e Fratelli d’Italia di blindare la partita per il Campidoglio, candidando Guido Bertolaso, non ha sollevato solo perplessità nella base dei partiti stessi. Salvini, dapprima concorde con la scelta, ha poco dopo messo in discussione l’ex capo della Protezione Civile per reclamare più spazio nelle decisioni dei candidati di coalizione sparsi in tutta Italia.

Per capire le condizioni del centrodestra romano, bisogna capire quelle del centrodestra nazionale. Una coalizione a pezzi, ostaggio di capi di partito in evidente declino (Berlusconi) e ascesi rapidamente senza tuttavia organizzazione politica e programmatica alle spalle (Salvini e Meloni). Il centrodestra romano, come quello nazionale, si distingue per l’assenza di una reale classe dirigente. Tutto è in mano ai tre grandi, che devono rifugiarsi nelle candidature civiche in assenza di una rappresentanza reale sul territorio. Bertolaso (o Marchini?) a Roma, Parisi a Milano. Candidature leggere, pallide, quasi democristiane, che raccontano la resa della politica agli accordi acrobatici tra partiti. Parisi a Milano nasce come accordo tra Berlusconi e Maroni. Bertolaso come giusto mezzo per l’ex Cavaliere e la Meloni. Salvini s’è ribellato al secondo progetto e ha riaperto la partita romana per ottenere candidati compiacenti a Torino, Novara e Pordenone, dove a destra ancora non s’è deciso nulla. La tattica del segretario leghista rischia però di avvantaggiare la sinistra laddove pareva destinata alla sicura sconfitta.

La strategia dei gazebo voleva bruciare il nome di Bertolaso. L’ex capo della Protezione Civile, pur battuto da Marchini, Pivetti e Storace, tuttavia, come ammesso dallo stesso Salvini, ha già messo le radici nelle preferenze dei romani. Il segretario leghista sa che non può avere un proprio candidato (nella fattispecie la Pivetti), ma sa che può tenere sulla graticola Bertolaso per ottenere in Piemonte aspiranti sindaci più vicini alla Lega. La posizione di Bertolaso sarà sciolta solo quando altrove il toto-candidato sarà risolto a favore di Salvini. Intanto tuttavia il M5S lancia la sua Virginia Raggi in testa ai sondaggi sulla Capitale, mentre l’uomo del centrosinistra, Roberto Giacchetti, che pure dovrà ancora conquistarsi il placet della coalizione con le primarie, già viene dato come secondo favorito alle spalle della grillina. Nonostante il caos della giunta Marino e le difficoltà del commissario Tronca, il Pd ha potuto approfittare dei gravi ritardi del centrodestra per potersi rilanciare in vista delle comunali. Inoltre nessuno degli altri candidati a destra sembra conquistarsi le attenzioni dell’elettorato capitolino.

La soluzione al caos presente? Per Salvini si trova nel ricorso alle primarie di coalizione. I gazebo di domenica d’altronde erano solo un antipasto, il piatto forte toglierebbe d’impaccio i partiti e garantirebbe al candidato vincitore la legittimità popolare grazie alla quale potersi presentare quale seria alternativa al Campidoglio. Ma Salvini esclude i primi quattro favoriti dal sondaggione di domenica dalla corsa: “Con questi la sconfitta è certa”, sostiene. Quindi, a meno che Salvini non abbandoni la partita romana perché soddisfatto da altre candidature nei comuni al voto, determinante sarà la sua benedizione affinché un nome condivisibile salti fuori. Si parla di Giorgia Meloni, tuttavia già inserita nell’elenco dei gazebo e battuta perfino da Bertolaso. La Meloni però porterebbe in dote la grande popolarità garantitasi negli ultimi mesi ed una buona conoscenza della pancia della destra capitolina. Se la presidente di FdI scendesse in campo, Salvini si libererebbe di una potenziale avversaria nella corsa alla leadership del centrodestra nazionale.

Paradossalmente, il piano B del centrodestra romano è pronto ancor prima che sia stato trovato un piano A. In assenza di un candidato unitario, ci sono pochi dubbi su chi sosterrà il centrodestra nel caso di un ballottaggio in cui non sia coinvolto: la grillina Raggi, appetibile ai berlusconiani per i trascorsi legali nello studio di Cesare Previti. Resta una capitale abbandonata da una classe politica indegna e collusa col malaffare, decapitata dalle inchieste e per nulla soppiantata da leve nuove. Berlusconi, Meloni e ancor più Salvini potranno anche sperare nel livore e nella carica patetica di temi che facciano presa sulla bile dell’elettorato per assicurarsi le poltrone più ambite; ma in assenza di programmi politici e di programmazione di partito, il centrodestra garantirà rovinose cadute ai propri rappresentanti e rappresentati.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus