La missione Malaguzzi per la Venezia

11/03/2015 di Lorenzo Cerimele

La travagliata storia delle trattative per la cessione del Veneto all'Italia, passò da un personaggio che poco aveva a che fare con la sfera pubblica-istituzionale: Alessandro Malaguzzi Valeri. Questi, con una lettera di credenziali del Re, partì per Vienna. Obiettivo: convincere gli Asburgo a cedere la regione a Firenze

Italia e Venezia

Siamo nel 1865. L’Austria, sentendosi minacciata dalla soverchiante potenza prussiana, remore dei dissidi ancora aperti sul fronte sud-occidentale, voleva assicurarsi un’intesa di neutralità con l’Italia. Ma, come aveva fatto notare più volte il presidente del consiglio Alfonso La Marmora, il ritorno ad un’intesa e alla riapertura di un canale diplomatico con Vienna doveva, per forza di cose, passare per la Venezia, divenuta intoccabile per i circoli di corte austriaci. Perchè un riavvicinamento tra le due potenze avrebbe significato il crollo di tutte le speranze di annettere quella regione di lingua italiana.

Nel novembre 1864 i colloqui svoltisi a Parigi non ebbero successo. L’Italia aveva bisogno di un canale diretto con Vienna, cosa non possibile data la rottura del 1859, e l’intermediazione di Napoleone III non sembrava essere una soluzione efficace. Ed è qui che intervenne l’abilità di un privato cittadino, nonchè profondo conoscitore dei circoli della corte di Francesco Giuseppe: Alessandro Malaguzzi Valeri.

Questi era uno degli aristocratici più in vista della città di Reggio nell’Emilia, appartenente ad una famiglia vicinissima alla corte degli Asburgo-Este di Modena. La sua figura venne, appunto, utilizzata dal governo di Re Vittorio Emanuele II per intrattenere un rapporto diretto. Segnalato a Firenze, il conte Malaguzzi venne ricevuto nella residenza piemontese del Re per metterlo al corrente di un abbozzo di idea per far cedere Vienna sulla questione della Venezia.

Il conte mise subito in pratica le sue capacità diplomatiche e, grazie anche alla conoscenza dei fatti e della situazione interna alla Monarchia asburgica, redasse un memoriale da presentare al ministro degli esteri Mensdorff. Il Malaguzzi pose subito in chiaro la convenienza che Vienna avrebbe avuto trattando diplomaticamente la cessione di quella regione in cambio di una ripresa dei rapporti e della neutralità. L’essere circondati da potenziali nemici, da una parte l’aggressiva Prussia e dall’altra l’Italia, era un rischio strategico che Vienna non poteva correre. Inoltre, dalla cessione, l’Austria avrebbe avuto anche un grande vantaggio economico: avrebbe infatti lasciato a Firenze il debito pubblico della regione.

Proprio su questo secondo punto, riguardante il problema finanziario, il conte reggiano, considerando come il governo italiano avrebbe dovuto accollarsi il debito di quelle province da lui calcolato in 300 milioni di fiorini austriaci, incluse anche una somma offerta dal Re d’Italia a titolo di indennizzo, che il La Marmora fissò a non oltre un miliardo di Lire. Tale mossa fu decisa come perno capace di minare le convinzioni austriache, data la non tanto florida situazione della casse imperiali.

L’altra questione trattata dal Malaguzzi era di natura strettamente politica. Riguardava, infatti, i confini ed i limiti entro i quali si doveva considerare il Veneto, se cioè prendere come metro le circoscrizioni fissate all’epoca del Congresso di Vienna e quindi della costituzione del Regno Lombardo-Veneto. Il La Marmora, occupante anche gli esteri ad interim, premeva affinché fosse proposto nelle trattative con Vienna la delimitazione del confine naturale sul fiume Isonzo a est e i territori del Tirolo di lingua italiana (il Trentino) a nord. Quest’ultimo era, secondo l’opinione del Malaguzzi, intoccabile poiché parte integrante dell’allora Confederazione germanica e non poteva essere perciò, al momento, divenire argomento di discussione tra i due stati.

Il 10 ottobre 1865, il Malaguzzi partì per Vienna, alla mano, come unica credenziale, una lettera del governo italiano. Missione: convincere gli Asburgo a cedere all’offerta italiana. Va sottolineato come ebbe luogo poco dopo l’accordo sulla spartizione dei due ducati danesi tra Austria e Prussia avvenuta a Gastein che, secondo il governo di Vienna, trasmetteva una lembo di sicurezza in più verso i giustificati timori di un attacco prussiano. Le difficoltà crescevano: il fronte nordico sembrava, a parere italiano, ora meno minaccioso.

Invece, il conte italiano venne accolto cortesemente presso la corte viennese e i ministri interessati dell’Austria presero in esame le sue proposte di un’intesa pacifica per chiudere quell’oramai ventennale glaciazione dei rapporti. Molti, tra cui forse anche lo stesso ministro Mensdorff, si mostrarono molto interessati alla questione, perchè in realtà, i rapporti con la Prussia, erano tutt’altro che normalizzati: l’esigenza di rispondere all’ombra lunga di Berlino su Francoforte era considerata una priorità dalla corte asburgica.

D’altra parte, però, il partito militare di corte era ancora impregnato dei pregiudizi dell’epoca del Radetzky, quando i territori italiani delle corona erano considerati come terreno di manovra dell’Esercito Imperiale austriaco. Su questi elementi si poggiava la resistenza della Monarchia e del suo Imperatore – benchè questi paresse comunque rassegnato a perdere il Veneto – di abbandonare quella provincia, difesa accanitamente nel 1859, senza colpo ferire.

Per via della suscettibilità dell’alto comando austriaco e di coloro che mai avrebbero voluto “regalare” quella provincia al nemico storico, ai primi di dicembre del 1865 la missione Malaguzzi volgeva verso la fine con un netto fallimento. Il conte fece ritorno a Firenze dove La Marmora diede lui nuove istruzioni – mai pervenute – per risolvere la questione senza spargimento di sangue. Durante le trattative, il governo allora in carica venne sconfessato e l’inviato italiano ricevette l’ordine di lasciare il territorio austriaco entro il febbraio del 1866, terminando così ogni vano tentativo di intesa.

Verso la fine del 1866, durante la stipulazione del Trattato di pace di Vienna, quando l’Austria cedette il Veneto al Secondo Impero Fracnese, dopo la sconfitta di Sadowa e la vittoria lampo prussiana, il rimpianto austriaco sulla decisione presa, presente nel memoriale Malaguzzi, risultò evidente . Napoleone III, previo plebiscito degli abitanti veneti, avrebbe poi ceduto la regione al Regno d’Italia. Il generale Menabrea, firmatario del trattato, fu fermo nell’escludere quelle agevolazioni che erano state attribuite in quel memoriale solo come corrispettivo di una cessione amichevole che venne respinta dalla corte. Un anno dopo il fallimento del Malaguzzi, l’Italia ottenne il Veneto, e l’Austria un pugno di sabbia.

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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