La Merkel non molla: il ruolo chiave della Germania nella crisi europea

13/02/2013 di Francesco Zappalà

Europeismo ed euroscetticismo, due orientamenti diametralmente opposti che in clima di campagna elettorale stridono più che mai. All’indomani dell’approvazione al vertice UE di quello che è stato battezzato “il bilancio dell’austerità” e che segna il primo taglio pluriennale della storia comunitaria, si riaccende il dibattito sulla crisi dell’Eurozona, sui rapporti di forza all’interno di essa e soprattutto sulla figura della cancelliera tedesca Angela Merkel che da molti viene additata come responsabile del protrarsi della crisi UE.

Tralasciando gli aspetti politici, appare quindi utile fare un po’ di chiarezza almeno dal punto di vista macroeconomico per capire il motivo della posizione di forza della Germania nello scacchiere europeo e del perché il suo governo prema tanto per una politica economica restrittiva.

La situazione attuale dell’UE, sfiancata dalla recessione e dalla crescente disoccupazione, nasce da una considerazione di fondo: i Paesi che formano un’area valutaria (ovvero che hanno la stessa moneta e tasso di cambio fisso) dovrebbero avere andamenti economici simili in modo che una politica monetaria uniforme sia in grado di stabilizzarne l’economia; nei Paesi con andamenti economici diversi invece, una politica monetaria unica destabilizza l’attività economica visto che nei paesi in espansione i tassi d’interesse risultano troppo bassi mentre in quelli in recessione sono troppo alti. E’ facile comprendere come le difficoltà dell’area euro, formata da Paesi con bassa correlazione di crescita, siano notevolmente dovute all’impossibilità per la BCE di svalutare la moneta per assorbire shock negativi con impatto asimmetrico. Per fronteggiare gli squilibri servirebbero piuttosto strumenti ben più difficili da applicare, come un regime di salari e prezzi flessibili, maggiore mobilità dei fattori, possibilità di trasferimenti fiscali e una produzione maggiormente diversificata.

La posizione di forza della Germania si può riconoscere, oltre per gli aspetti politico-istituzionali, nel suo tasso di cambio reale che rispetto agli altri Paesi dell’UE è molto più basso, e quindi molto più competitivo. Il tasso di cambio reale infatti è un buon indicatore della competitività internazionale di un Paese, esso dipende fondamentalmente dal rapporto tra prezzi domestici ed esteri, e dal tasso di cambio. Visto che in UE il tasso di cambio è fisso, l’attenzione si rivolge al livello dei prezzi: in particolare, negli ultimi anni si è assistito ad un apprezzamento del tasso di cambio per alcuni paesi periferici, i cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), con un conseguente aumento del prezzo dei loro beni domestici che ne ha causato una consistente perdita di competitività internazionale, un aggravamento del loro deficit di current account e una massiccia fuga di capitali esteri.

Il tutto mentre l’economia tedesca viveva un trend opposto con deprezzamento del tasso di cambio reale e surplus della bilancia commerciale, effetto amplificato anche dall’inflazione galoppante in Irlanda e Grecia che le ha dato maggiore competitività sui mercati internazionali. Ad accrescere questo divario e a rendere la situazione insostenibile è bastato lo scoppio della bolla speculativa immobiliare in Irlanda e Spagna e il quasi default della Grecia, dovuto tra l’altro a bilanci truccati.

Ora, per uscire da uno sbilanciamento del genere, i principali economisti vedono come via d’uscita l’aumento del tasso d’inflazione dei paesi non in crisi (ovvero la Germania) in modo che subiscano un apprezzamento del tasso di cambio reale che ridurrebbe il gap di competitività con i PIIGS.

E’ vero che una manovra del genere dovrebbe comunque essere affiancata da un aumento della produttività dei paesi meno competitivi ma è anche vero che in questo modo si eviterebbe una politica volta alla riduzione dei prezzi nazionali, esercitando quindi una spinta alla deflazione, fenomeno molto difficile da fronteggiare nel caso in cui si scivolasse in una “trappola di liquidità”.

E’ qui che la Germania ha un ruolo chiave: non è disposta a rinunciare alla sua competitività e difficilmente accetterebbe di aumentare il tasso d’inflazione a vantaggio dei paesi in difficoltà, memore dalla severa iperinflazione degli anni ’20 che ha distrutto la sua economia e spianato la strada al nazismo.

D’altro canto però, le banche tedesche hanno in bilancio svariati miliardi in bond di paesi in difficoltà, questo spiega l’interesse della cancelliera Merkel a una politica restrittiva e di austerity che rimetta in sesto i loro bilanci. Servirebbero tempo e riforme strutturali a medio-lungo termine per rientrare del debito pubblico ma la Germania spinge per rimettere subito i conti in ordine rischiando di far scivolare l’intera Eurozona in deflazione. Di fatto, con un target d’inflazione intorno al 2,5% manca lo spazio di manovra affinché la BCE possa prendere adeguati provvedimenti in termini di tassi d’interesse o possa attuare iniezioni nel mercato tramite il Quantitative Easing (strumento utilizzato anche dalla FED).

Appurata l’importanza cruciale della Germania nella risoluzione della crisi, appare ovvio il perché la sua politica restrittiva e di austerity imposta agli Stati dell’Eurozona divida l’opinione di politici ed economisti. Pare comprensibile come sia cresciuto il risentimento nei confronti della cancelliera Merkel (che pur segue gli interessi del Paese che rappresenta) e soprattutto lo scetticismo nei confronti dell’unione monetaria. Tuttavia, nonostante la cerchia degli euroscettici cresca di giorno in giorno, l’uscita dall’UE non è una soluzione auspicabile: al di là della sconfitta dal punto di vista politico e del naufragio di un progetto cresciuto in decenni di sforzi diplomatici, il ritorno al vecchio conio causerebbe una pesante svalutazione del tasso di cambio, che si, potrebbe ridare respiro alle nostre esportazioni e migliorare il current account balance, ma rischia ti far scivolare la nostra economia in una pesante inflazione. (Oltre a trascinare possibili problemi di ordine tecnico quali la convertibilità dei contratti, l’aumento esponenziale del peso delle passività rispetto alle attività, la fuga di fondi dal Paese, svalutazione competitiva, la crescita dell’indebitamento pubblico).

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia in questa situazione di non facile risoluzione, il Presidente Monti con il suo governo tecnico, a cui senza dubbio dobbiamo il “ritrovato prestigio internazionale”, ha attuato una pesante politica di austerity per rimettere in sesto i conti dell’Italia, linea d’azione tanto invocata anche dalla Germania. Anche in questi giorni al vertice Europeo di Bruxelles il Presidente Monti ha dimostrato la sua vicinanza all’Unione Europea accettando con la trattativa del bilancio 2014-2020 un compromesso che per molti ha il sapore di sconfitta e che da lui stesso è stato definito “soddisfacente”, il quale per il bene dell’UE di fatto pone l’Italia in una situazione di svantaggio in quanto si prepara a ricevere dalle istituzioni europee meno di quanto si impegna a dare (in rapporto al PIL, siamo il Paese che contribuisce in misura maggiore).

Le elezioni politiche sono alle porte ed effettivamente ancora non sappiamo quale sarà l’orientamento del nostro Paese, è comunque auspicabile che oltre agli interessi politici e all’attività diplomatica, che si tratti di un governo di euroscettici o europeisti, non vengano dimenticate quelle nozioni di macroeconomia ed economia politica che i colleghi del prof. Monti continuano ad insegnare nelle aule universitarie e che sono la vera ricetta per la risoluzione dalla crisi.

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Francesco Zappalà

Classe 1989, frequenta Economia Aziendale all’Università degli Studi di Firenze e Administracciòn y Direcciòn Empresarial all’Universitat de Barcelona. Nel luglio 2013 consegue con lode la laurea magistrale in Economia e Direzione delle Imprese, profilo management, presso la LUISS Guido Carli di Roma.
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