La medicina dell’illusione

09/05/2016 di Pasquale Cacciatore

Gli esseri umani tendono a sovrastimare gli effetti delle proprie azioni e a trovare correlazioni dove non esistono: è un fenomeno che esiste anche in medicina, dove la cosiddetta "illusione terapeutica" porta alla sopravvalutazione degli effetti di alcune terapie. E un problema da combattere, che può causare parecchi danni ai pazienti.

La medicina che oggi conosciamo ci offre spesso drammatiche rappresentazioni di rapporti medico-paziente costellati da miriadi di prescrizioni farmaceutiche, esami, visite specialistiche e così via. Un problema che (in parte) è certamente correlato alla medicina difensiva ed al bisogno del medico di “fare il possibile” per tutelare il proprio operato da ogni eventuale accusa in sedi legali. D’altra parte, però, a far spesso da padrone in tal senso è un fenomeno ancora caratteristico della medicina occidentale, e che trova le sue cause più intime nella psicologia umana.

Si tratta del fenomeno per cui gli esseri umani tendono a sovrastimare gli effetti delle proprie azioni (e a trovare correlazioni dove non esistono): quello che gli psicologi chiamano illusione del controllo, e che in medicina già nel 1978 è stato nominato “illusione terapeutica”. In tale ambito, il rischio – con conseguente eccesso di assistenza medica – nasce dal valutare erroneamente strumenti ed azioni più efficaci di quanto essi possano effettivamente essere.

Un fenomeno umano che, come scrive il New England Journal of Medicine, è stato riprodotto in vari test; non ultimo, quello in cui a partecipanti si chiedeva di premere un pulsante per far accendere una luce, senza dir loro che in realtà i risultati positivi che consideravano conseguenza di un determinato pattern individuato non erano altro che prodotti del caso. Un fenomeno particolarmente conosciuto tra i giocatori d’azzardo, che sovrastimano il controllo che hanno sui risultati, tanto che finiscono per convincersi che determinate azioni (come indossare un particolare colore o gettare i dadi con una certa sequenza) possano avere una conseguenza determinata.

Ovviamente, il discorso medico è molto più complesso perché le scelte vengono in genere fatte secondo l’evidenza scientifica. Eppure anche in questo ambito l’illusione del controllo è forte, portando i medici all’utilizzo continuo di test e terapie inappropriate. Il risultato di ogni atto medico è sempre, almeno in parte, svincolato dall’azione di chi lo compie, ed il caso può portare a considerare erroneamente determinati successi come buoni risultati ottenuti. È il caso, ad esempio, dell’irrigazione articolare, pratica realizzata per osteoartrosi da molti medici statunitensi nonostante l’indicazione negativa dell’Accademia americana di chirurgia ortopedica. I risultati a breve termine, che suggeriscono un parziale sollievo nel paziente, sono un esempio di illusione terapeutica. Un problema ancora più grande è in pazienti con multimorbidità, perché, aumentando le variabili – ovviamente -, i fattori di confusione diventano sempre più numerosi, finendo per creare false illusioni che finiscono per compromettere un intero iter terapeutico.

Per questo motivo, gestire il rischio dell’illusione terapeutica è fondamentale, ed è un processo che va messo in atto con opportuna strategia. Innanzitutto, bisognerebbe considerare fondamentale la domanda: “Prima di considerare questo trattamento efficace, ci sono altre spiegazioni?”. Il secondo, importante mantra, invece, potrebbe essere “Dove si vede evidenza di successo, bisogna cercare evidenza di fallimento”. In altre parole, cercare correlazioni causa-effetto analizzando più gli insuccessi che i successi. Prima di intraprendere ogni percorso teraputico, il medico deve tenere in mente in che modo valutare risultati positivi e negativi per non cadere nella trappola dell’illusione terapeutica, pericolosa tanto per la sua attività che per la salute dei pazienti.

La ricerca, da questo punto di vista, deve fare molto. Sicuramente resta da non sottovalutare, in un contesto sanitario che ruota attorno all’illusione terapeutica, l’utilità psicologica per il personale di ricercare (quasi a tutti i costi) successi, spinta propulsiva per garantire sempre un buon grado di assistenza. Un approccio totalmente razionale, infatti, potrebbe sicuramente aiutare nella distinzione precisa dei rapporti causa-effetto, ma finirebbe per spersonalizzare l’attività del medico, costretto a porsi continuamente in dubbio, col rischio di sfociare nel sottotrattamento (di cui pagherebbero le conseguenze i pazienti).

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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