La mancanza di privacy che (non) ci spaventa

09/10/2013 di Francesca R. Cicetti

Privacy nel web

Prima lo scandalo delle leggi omofobe, ora, a poche settimane di distanza, il presidente russo Vladimir Putin torna a far parlare di sé. Stavolta la proposta capace di far drizzare l’opinione pubblica è quella di tracciare i telefoni cellulari dei turisti durante le olimpiadi invernali di Sochi 2014. È una questione di sicurezza, sostengono le alte sfere. Inutile dire come, in tutta risposta, gli USA abbiano minacciato il boicottaggio dell’evento sportivo. L’idea statunitense, in ogni caso, non ha riscosso grande successo. Perfino John McCain, uno dei più incalliti russo-scettici d’oltreoceano, ha detto di essere contrario, e molti altri hanno fatto notare quanto, con i boicottaggi, non si sia mai andati lontano. Molto più pratico, e di sicuro più efficace, il consiglio, dato agli appassionati sportivi, di togliere la batteria al loro cellulare quando non è in uso. Per ora questa soluzione casareccia sembra funzionare, ma cosa dobbiamo aspettarci nel futuro?

Privacy, web, Olimpiadi Sochin 2014«Privacy is over» – Così la pensa l’ideatore di Facebook, Mark Zuckemberg. Siamo tutti pronti a gridare allo scandalo di fronte alla proposta di Putin, sventolando il vessillo della libertà personale, ma l’indignazione può arrivare anche senza il bisogno di guardare alla Russia. Basterebbe, infatti, riflettere sulla scia cibernetica che ci lasciamo dietro quotidianamente, tramite i social network e la rete. Certo, lo sdegno e la preoccupazione sono molto più evidenti quando si parla di tracciati telefonici, ma la differenza, se c’è, non è poi molta. Ogni giorno, in ogni istante, affidiamo frammenti di noi al grande pubblico. Qualcuno potrebbe obbiettare come, quella che riguarda la rete, sia una nostra deliberata azione, ben diversa dall’essere intercettati contro la nostra volontà. Ma è davvero così?

I dati online – Prima di tutto, per affermare di essere consci dei rischi della pubblicazione di dati in internet, bisognerebbe aver letto la famigerata “informativa sulla privacy” allegata alle iscrizioni dei vari siti, alla quale spesso diamo passivamente l’OK. Gli audaci che possono sostenere di averla studiata attentamente si troveranno comunque di fronte un secondo problema. Per quanto ci piacerebbe credere il contrario, non siamo solo noi a pubblicare notizie su noi stessi. Amici, parenti, conoscenti, persino sconosciuti: chiunque ha la facoltà di immettere in rete notizie che ci riguardano, anche senza il nostro consenso. E una volta nel mare della rete non c’è modo di ripescarle. Il tutto, francamente, suona molto poco volontario.

Il privato e la rete –  Per quale motivo, allora, miliardi di persone scelgono di affidare il loro privato alla rete? Quando Mark Zuckemberg, nel suo dormitorio ad Harvard, domandava agli amici se avrebbero mai messo online fatti che li riguardavano, la sola idea sembrava essere assurda. Ora, dopo neanche dieci anni, la metamorfosi ha avuto luogo. È una trappola sociale e tecnologica al tempo stesso, ma l’idea di una regressione è tanto insensata quanto inattuabile. Dove prima imperavano i programmi televisivi, talk show in cui raccontare le proprie esperienze di vissuto al grande pubblico, ora regnano sovrani i social network. Non fa differenza il canale, purché si riesca a nutrire il nostro desiderio di condivisione e socializzazione. La tecnologia (anche quando dovrebbe) non spaventa mai.

Un monito di Barack Obama – «State attenti a cosa pubblicate, perché nell’era di YouTube qualsiasi cosa farete potrà essere tirata fuori in futuro». Un esempio palese sono le aziende, in numero sempre crescente, che rifiutano di assumere un candidato per le informazioni trovate su di lui sui social network. E non solo. Ogni volta che ci connettiamo come utenti a un sito internet, dobbiamo tener conto della possibilità che i nostri dati sensibili siano ceduti a terzi. In primis, inutile dirlo, alle agenzie pubblicitarie. A tal proposito David Rowan, direttore di Wired UK, fa un esempio ancora distante, ma non poi molto: un giorno, ordinando una pizza per telefono, il computer che registrerà la richiesta avrà accesso a qualsiasi informazione su di noi, dal nostro livello di istruzione alle nostre preferenze musicali, e ci proporrà un particolare menù di conseguenza. Una pizza dietetica, ad esempio, se siamo sovrappeso. Insomma, corriamo ogni giorno il rischio che i nostri dati siano venduti al miglior offerente. Tornare indietro non si può, ma di certo servono nuove norme, più restrittive, che siano riconosciute a livello globale. Come direbbe Zuckemberg, il compito della rete è quello di spogliarci delle nostre maschere, di tirar fuori la nostra vera identità. Fino a che punto, però? Staremo a vedere.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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