La mamma non è il più bel mestiere del mondo

16/03/2016 di Francesca R. Cicetti

La notizia non è la candidatura di Giorgia Meloni, quanto la morte del femminismo, se anche chi della famiglia ha un concetto medievale, si rifugia all’ombra della lotta femminile per strappare consensi con un po’ di pietismo. Perché si sa, la mamma conquista sempre tutti i cuori. E anche tutti i voti, perché no.

Femminismo

La notizia non è la candidatura di Giorgia Meloni. E non è neppure la divisione della destra, che in quanto a scissioni compete magnificamente con gli avversari. Ancora: non ci stupisce neppure lo scivolone di Bertolaso, perché in questa corsa per Roma non è il primo, e forse neppure il peggiore. Il punto sta nella crudeltà del senso comune. Perché un papà può correre come sindaco a Roma, e una neomamma deve rimanere in panchina? È l’impulso più immediato, è inutile negarlo. A nessuno verrebbe in mente di rifiutare un lavoro a un babbo novello. Per la mamma la storia è diversa.

Si può chiacchierare dell’attaccamento del neonato nei primi mesi di vita, ma il fatto è che il malinteso sta a monte. La mamma non è il più bel mestiere del mondo, e di sicuro non è l’unico. Intendiamoci: è un’occupazione meravigliosa e ha dell’incredibile. Nella stragrande maggioranza dei casi una benedizione. Ma proprio per questo non deve essere un freno a mano. O mamma, o donna in carriera. O peggio ancora: o mamma, o donna. Punto.

La notizia non la fa Giorgia Meloni. Soprattutto per i suoi eterni vorrei ma non posso, questo suo dondolo preelettorale. Prima candidata, poi no, ora di nuovo in campo. Non la fa lei, la notizia, anche perché a frequentare palchi come quello del Family Day, un po’ avrebbe dovuto aspettarselo. Piazze dove la famiglia è quella tradizionale, che più tradizionale non si può. Tradizionale fino a questo punto. Tanto che da lì, Giorgia Meloni aveva caldamente risposto al perché non si sarebbe candidata dicendo che no, non poteva. Avessero provato a partorire loro, prima di proporglielo. Adesso il cambio di rotta. D’altro canto solo gli stupidi non cambiano mai idea, e i politici in corsa hanno persino un incentivo in più.

Il femminismo è morto. In particolar modo nel momento in cui persino il conservatore più retrogrado si aggancia alla causa femminista per strappare voti. Quando anche chi della famiglia ha un concetto medievale, si rifugia all’ombra della lotta femminile per strappare consensi con un po’ di pietismo. Perché si sa, la mamma conquista sempre tutti i cuori. E anche tutti i voti, perché no. Quello di Giorgia Meloni, in fondo, sarebbe uno slogan straordinariamente efficace, da mandare in brodo di giuggiole qualsiasi campaigner. Vota per la mamma, che si sacrifica per amore e responsabilità. Una meraviglia.  Dal momento che la mamma fa notizia, basta solo un pizzico di cinismo per approfittarne. Alle conseguenze si penserà dopo.

Nel frattempo, anche negli USA il popolo delle donne si ribella. Non per la parità salariale, di trattamento sul posto di lavoro. Non perché le giovani incinte non vengano cacciate dai posti di lavoro. La crociata è contro le emoticon, le piccole immagini da allegare a sms e messaggi in chat. Secondo le femministe americane, sono troppo maschiliste: uomini rappresentati come poliziotti e donne come ballerine e conigliette sexy. La sposina, la danzatrice di flamenco. Mentre gli sportivi sono tutti uomini. Non va bene. Ed è vero che la cultura è specchio del nostro tempo, un campanello d’allarme. Ma forse, prima delle bambole virtuali, dovremmo preoccuparci di altro. Partiamo dal basso.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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