La Malesia alle elezioni, con alcuni dubbi

20/02/2015 di Vincenzo Romano

Il prossimo 5 maggio si svolgeranno le elezioni nazionali in Malesia, ma l'ombra di una giustizia politica incombe sul paese. Il 10 febbraio la Corte suprema ha rifiutato la richiesta d'appello del leader della coalizione Pakata rakyata, accusato di sodomia. Phil Robertson, responsabile per l'Asia di Human Rights Watch, ha definito il processo una farsa.

Malesia

L’accusa per sodomia. Il prossimo 5 maggio si svolgeranno le elezioni nazionali in Malesia. Nonostante la totale assenza di notizie sul paese asiatico, in questi giorni è accaduto un fatto che farà sicuramente deviare, in senso “conservatore”, il risultato delle elezioni. Dopo quattro mesi di attesa, lo scorso 10 febbraio la Corte suprema malese ha rifiutato la richiesta di appello del leader della coalizione Pakatan rakyata (PR), Anwar Ibrahim, accusato (nel 2008) e condannato a cinque anni di carcere per sodomia. Tale condanna si tradurrà nell’interdizione ai pubblici uffici del leader – ed all’impossibilità di candidarsi alle imminenti elezioni nazionali.

Il ruolo di Anwar. Le ricadute negative per la coalizione possono riassumersi con la capacità di Anwar di tenere insieme le diverse anime e componenti etniche del PR, ma soprattutto del paese. Tale capacità viene interpretata dal governo del Primo Ministro Najib Razak, e dal suo partito l’Organizzazione Nazionale Malese Unita (UMNO), come la principale minaccia alla sua sopravvivenza. Alle elezioni politiche del 2013, il PR ha infatti ottenuto più voti della coalizione di Najib (il Barisan Nasional, BN) ma un numero inferiori di seggi, grazie ad un intervento di ingegneria elettorale (il Gerry Mandaring), che ha ridisegnato le circoscrizioni (o costituencies) per permettere al Primo ministro di vincere. Ciononostante le ultime elezioni generali sono state un segnale importante per il governo della pericolosità del suo avversario.

Le diverse anime del Pakatan rakyata. È per tale motivo che il recente respingimento dell’appello di Anwar è stata un’ottima notizia per il Primo Ministro Najib: viene messo alla porta il principale leader avversario. Il Pakatan rakyata (PR) infatti resta una coalizione fortemente frammentata, composta da un partito islamico conservatore che pesca soprattutto nella maggioranza musulmana di etnia malese; dalla minoranza di etnia cinese; e dal partito multirazziale e laico guidato direttamente da Anwar. Quest’ultimo fu anche uno dei principali sostenitori della reformasi, il movimento di riforme politiche, sociali e giudiziali che attraversò il paese negli anni ’90.

La magistratura come strumento politico. Come in molti paesi di recente democrazia, anche in Malesia è subito scesa l’ombra della persecuzione politica attraverso la magistratura. A tal riguardo appare emblematica la posizione di Human Right Watch, per bocca del suo responsabile Asia, Phil Robertson, che ha definito la sentenza una farsa. Gli elementi di discrepanza sono numerosi, a partire da quello che la legge invocata per la condanna sia stata applicata soltanto 7 volte dal 1938. Inoltre, già nel 2012, Anwar era stato liberato dal giudice poiché i campioni di DNA usati come prove erano stati manomessi. Nonostante le continue rassicurazioni del Primo Ministro sull’indipendenza della magistratura, il dubbio di una persecuzione politica persiste.

Le forze conservatrici e nazionaliste. Non è però solamente dalle opposizioni che Najib deve difendersi. L’ala più conservatrice della sua coalizione, sta facendo di tutto per impedirgli di portare avanti le riforme politiche ed economiche. Tra queste rientrano sicuramente quelle sulla discriminazione commerciale a favore della maggioranza malese, a cui sono legate molti degli esponenti conservatori. E qui si riusciva a comprendere anche il ruolo di Anwar, in particolare nella mediazione delle diverse componenti della società. La UMNO sta infatti diventando sempre più influenzata dalle forze conservatrici e nazionaliste del partito (quelle malesi appunto), che avranno sicuramente ripercussioni sul sistema di legislazione nazionale. Gli esponenti di etnia cinese ed indiana avevano, fino a qualche giorno fa, in Anwar un leader in grado di farsi portavoce delle proprie istanze. Najib non sembra per nulla in grado di questo ruolo.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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