La mafia romana: storia di un’Italia che non ce la farà

03/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

L’ampiezza e la capillarità dello scandalo romano, così come la quantità di soggetti coinvolti più o meno direttamente, porta alla luce il peggio della mala gestione che affligge da anni questo paese: una questione che porta solo pessimismo, e che mostra come la rinascita dell’Italia sia ancora molto, molto lontana

Parliamoci chiaramente: non c’è molto di che stupirsi per l’inchiesta “Mondo di mezzo” sulla mafia romana che ha sconvolto la Capitale. Più che altro può sorprendere come le forze dell’ordine alla fine siano riuscite a procedere con gli arresti. O, al contrario, ci si potrebbe chiedere perché ci si è messo tanto. La risposta a questo quesito è semplice, se si vanno a vedere i dati sull’operazione: ben 37 arrestati e 76 indagati, tra cui l’ex sindaco Gianni Alemanno. Più di cento persone coinvolte, e probabilmente è solo l’inizio. Per non parlare dei sequestri di beni per 205 milioni di euro. Cifre impressionanti.

Dicevamo, ci si può impressionare, ma stupire no. A Roma, tra l’altro, già si sussurrava da tempo di traffici loschi: una percezione presente soprattutto tra chi ha a che fare con l’immensa rete delle partecipate comunali e provinciali o con la rete delle cooperative. Ieri, 2 dicembre, è esploso tutto. Arresti, prime pagine di tutti i giornali, siti web letteralmente stracolmi di articoli sul caso. Un caos in cui diventa persino difficile destreggiarsi, tale la deflagrazione di informazioni.

L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, indagato nell’inchiesta sulla mafia romana

E intanto partono le dichiarazioni di chi, più o meno con la coscienza a posto, chiede che si faccia tabula rasa nelle sedi romane dei principali partiti, soprattutto il PD (anche se la questione nasce negli ambienti della Destra). Quello è il minimo. Ma l’erba cattiva ha radici molto più profonde: fatte di clientelismo, di rapporti tra politica, imprenditoria, cooperative e loschi soggetti, che però hanno presa sui territori. Presa che significa movimento di voti, ma non solo: si è parlato di figuranti ai comizi, ma anche di possibili manifestazioni, davanti al rifiuto di un piacere in periodo elettorale. L’obiettivo non sono solo i soldi, che pure rimangono un elemento importante, se non l’essenziale: la cosa più importante è il potere, dato e tolto, appoggiato o osteggiato a seconda della convenienza, in un circolo vizioso difficile da estirpare proprio perché non si sa da dove cominciare. E che arriva praticamente a tutti: persino alla lista collegata ad Alfio Marchini, a sentire le telefonate.

Alla fine sono talmente tante le bocche sfamate – coi soldi della comunità – da rendere fin troppo facile la successione, il “pesce piccolo” che diventa “pesce grande”, recuperando le istanze di chi, ben più del centinaio sotto indagine, vive grazie a queste organizzazioni che “si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri…”, per citare l’articolo ex 416 bis del codice penale, che offre la definizione di associazione di tipo mafioso.

Quel che impressiona di questa storia è legato proprio a quest’articolo: è la prima volta che a un’organizzazione criminale, al di fuori di quelle storicamente riconosciute come tali – Camorra, Mafia, Sacra Corona Unita e ‘Ndrangheta – viene contestato il reato di associazione mafiosa. Il tutto in una cornice che prende i colori del romanzo: tra gli arrestati, uno dei vertici dell’organizzazione è Massimo Carminati, ex membro del terrorismo nero coi NAR (i Nuclei Armati Rivoluzionari) e della Banda della Magliana: ovvero colui che chiunque abbia letto il libro o visto film e telefilm ispirati all’opera di Giancarlo di Cataldo, Romanzo Criminale, può riconoscere come il Nero, personaggio ispirato alla sua figura. Com’è possibile che un soggetto che ha fatto la storia criminale della Capitale, e che ha ormai travalicato il confine del reale entrando nella mitologia romanzesca sia ancora capace di decidere le sorti di intere parti di Roma? E’ una domanda che pone inquietanti interrogativi non solo sulla città stessa, ma su tutto il tessuto sociale del nostro paese.

L'ormai ex presidente dell'Assemblea Capitolina, Mirko Coratti
L’ormai ex presidente dell’Assemblea Capitolina, Mirko Coratti

Una cosa va sottolineata: con tutto che sono partiti gli arresti, si è ancora in fase d’indagine, e nulla vieta che qualcuno risulterà estraneo ai fatti, o al limite pedina mossa a sua insaputa. Per questo non vale la pena ancora di parlare di Alemanno – la cui carriera politica a questo punto è comunque probabilemente finita – né dell’attuale giunta, salvo magari chi è già troppo compromesso dalle telefonate (come il presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti del PD, già dimessosi dal suo ruolo in Comune). Lasciamo tempo per lo sviluppo delle indagini. Ma un’operazione di tale dimensione non può certo finire con un nulla di fatto. E resta che i politici coinvolti sono stati eletti anche grazie alle preferenze: Coratti, per dire, è arrivato terzo per voti ottenuti alle ultime comunali.

Prevedibilmente il Movimento 5 Stelle ha chiesto l’azzeramento del Consiglio Comunale. Lasciando da parte la questione tecnica, e quanto sia giusto il coinvolgimento degli incensurati, la maggioranza dell’attuale Consiglio, il problema è che non basterebbe. L’azzeramento dovrebbe essere totale, e dovrebbe andare ben oltre Sindaco, Giunta e Consiglio, dovrebbe investire l’intero criterio di formazione delle istituzioni democratiche capitoline. Va da sé che un ragionamento del genere è pericoloso. Ma la questione va oltre i singoli politici, va nell’anima di un’intera popolazione, e della sua capacità di ribellarsi allo scempio, anche se rappresentato dal vicino di casa, nel suo piccolo.

Insomma, una storia del genere può scorare anche i più ottimisti. Perché se vogliamo che l’Italia si riprenda, dovremmo riuscire a estirpare tutta quest’erba malata, che avvelena il nostro territorio e tutti noi. Ma se il cambiamento non parte dal profondo della società, dalla consapevolezza che chi arriva a fare tanto va stigmatizzato, isolato ed escluso da qualsiasi forma di attività pubblica, allora non ci sarà possibilità di salvezza. E la magnitudine di questo caso non sembra promettere affatto bene, ancora una volta, per questa povera Italia.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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