La lunga rincorsa di Parisi: il manager “bianco” ostaggio della destra reazionaria

11/05/2016 di Edoardo O. Canavese

L’insperata rimonta di Parisi su Sala racconta l’abilità del manager moderato di conquistare le diverse anime della destra, ma nasconde l’onnipresenza del populismo di Salvini e dei forzisti, che porta voti ma che indebolisce un candidato impotente di fronte ai partiti.

Pochi avrebbero immaginato che a Milano il centrodestra, nonostante tutto, se la sarebbe giocato alla pari con il centrosinistra. Tanto più se si pensa che il Pd puntava su una figura popolare (Sala) e su un’eredità positiva (Pisapia), ricordando per contro le difficoltà di Forza Italia e Lega nel trovare un comune candidato. Stefano Parisi ha magistralmente interpretato il ruolo di anti-Sala, così simile al commissario Expo e al contempo efficace nel marcarne le differenze. Cavalcando l’affannosa fase di Renzi, che sulla Milano di Expo ha investito buona parte della sua pubblicità politica nel corso dell’ultimo anno, e approfittando delle divisioni tra Pd e sinistra milanesi, il centrodestra ha preso slancio, ed oggi vede prospettarsi un testa a testa al ballottaggio. Dietro alla rimonta di Parisi c’è però la ricetta della destra populista, interessata alla mera vittoria di coalizione piuttosto che al sostegno di un serio progetto politico.

La candidatura di Parisi è frutto di un compromesso tutt’altro che agile tra Berlusconi e Salvini. Impensabile competere con Sala divisi, impossibile che l’uno cedesse all’altro sulla provenienza politica del candidato. Meglio una figura terza, un quasi tecnico, dal passato politico spurio (da giovane socialista, poi dirigente a Milano con Albertini) e dal presente manageriale in Fastweb. L’unità a destra ha favorito Parisi, ma ha anche “conteso” il candidato dalle anime del centrodestra. Se in Forza Italia è stato presentato come perfetto berlusconiano, Salvini ha costretto Parisi a trascinarsi su posizioni populiste in nome della solidarietà verso la destra leghista. Il leader del Carroccio, ritenendo Parisi una scelta che accontentasse soprattutto Forza Italia, ha monopolizzato su di sé l’attenzione degli elettori milanesi, con dichiarazioni d’intenti che hanno obbligato il candidato sindaco a rincorrere i suoi sponsor e a condividerne i toni.

Salvini ha messo il veto sulla parola moschea, e non è una novità. Tuttavia la puntualizzazione per Milano si è resa necessaria per la precedente apertura di Parisi rispetto ad una regolamentazione nazionale circa la presenza di moschee. La replica di Salvini ha costretto al dietrofront Parisi, il quale ha sostenuto quindi l’inconciliabilità di un luogo di culto per musulmani nel contesto sociale milanese, specialmente in aree periferiche come via Padova. Discorso simile per l’Area C: il leader leghista sostiene la sua inutilità tombale, spingendo il suo candidato a ripiegare sul ritorno dell’Ecopass, cioè del pedaggio per transitare in centro. Le invettive della capolista FI Gelmini contro le multe e della candidata anti-biciclette Silvia Taglia rappresentano ulteriori spot per una Milano provinciale, disattenta su temi sociali ed ambientali e occupata ad ingolosire i palati più arrabbiati.

Negli ultimi giorni Parisi si è reso protagonista di due interventi antitetici, che la dicono lunga sul difficile equilibrio politico di un manager liberare alla guida di una coalizione dove prevalgono i toni radicali e populisti. A pochi giorni dalla presentazione delle liste, il candidato di centro-destra ha rifiutato la candidatura di Efe Bal, transessuale sostenuta dal Partito Liberale Italiano. L’ex ad Fastweb ha ritenuto inopportuna la sua presenza non tanto perché transessuale, quanto per la sua attività di escort, contraddittoria rispetto ai valori del centrodestra di matrice cattolico. Il Pli non ha potuto presentare così la sua lista a sostegno del manager. Nel contempo Parisi s’è dovuto occupare dello spinoso caso “Pavesi”: Stefano Pavesi, candidato leghista per il municipio della zona 8 ma affiliato al gruppo di destra radicale “Alpha”, è stato descritto quale “persona antisemita e fascista” da Parisi, augurandosi che non venga eletto. Una protesta roboante ma vana, se Salvini può permettersi di replicare: “Anch’io sono di estrema destra per i giornalisti: dov’è il problema?”

I buoni propositi politici di Parisi paiono offuscarsi di fronte alle arroganti intromissioni dei partiti che lo sostengono. Forse galvanizzato dai sondaggi che lo vedono insidiare Sala, si è lasciato andare a suggestioni nazionali sul centrodestra, che vedono nella sua vittoria a Milano la svolta verso la rifondazione di un polo moderato e liberale. Difficile conciliare tali dichiarazioni con chi quotidianamente deve fare i conti con le ficcanti interferenze di Salvini. Sebbene il manager si proponga come ispiratore di un nuovo centrodestra, in un certo senso rilanciando proprio il fallito progetto di Corrado Passera, Parisi sembra destinato al ruolo di “papa avignonese”, vincitore politico ma di fatto ostaggio dei suoi sponsor. L’incapacità di Parisi di evitare la candidatura di un aspirante consigliere di zona in odore di neofascismo, nonostante il suo impegno ad evitare presenze nostalgiche nelle proprie liste, è la prova di un’intrinseca sudditanza sofferta nei confronti dei padrini politici, utile forse per vincere le elezioni, ma invalidante per governare con serenità una città come Milano.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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