La Libia tra anarchia, Daesh e un nuovo intervento militare NATO

24/02/2016 di Marvin Seniga

Nell'anarchia libica, il Governo Unitario non sembra riuscire ad ottenere la fiducia di Tripoli e Tobruk. Intanto la presenza del Daesh preoccupa, aumentando la sua influenza giorno dopo giorno.

Libia copertina

Quando, nel marzo del 2011, la NATO decideva di intervenire in Libia, l’idea di fondo che si voleva far passare era che l’intervento fosse necessario per liberare il popolo libico dal dominio di Gheddafi. A quasi cinque anni di distanza dai primi raid aerei, è ormai chiaro come l’unico risultato dell’intervento NATO in Libia sia stato quello di far passare il paese dall’autarchia all’anarchia. Eliminato il colonnello, al suo posto sono comparsi un’infinità di piccoli autonomi centri di potere.

Il processo di costruzione del nuovo governo di unità nazionale riflette la frammentazione della società libica contemporanea. Ogni gruppo infatti reclama un posto all’interno del nuovo governo. In particolare, è il parlamento di Tobruk, che a gennaio ha già negato la fiducia al governo di Faiez Serraj, a creare i maggiori problemi. Il punto di maggiore attrito riguarda il posto di ministro della difesa. I rappresentanti di Tobruk vogliono che a guidare l’esercito sia il generale Khalid Haftar che, negli ultimi anni, ha difeso gli interessi del parlamento di Tobruk e combattuto le milizie facenti capo ad Alba Libica a Bengasi, seconda città del paese. Una richiesta che ovviamente Tripoli non può accettare, perché significherebbe tradire le milizie che hanno combattuto per suo conto contro Haftar.

Ma se il fronte Tobruk-Tripoli è disunito e frammentato, c’è un altro fronte che invece è unito e in rapido consolidamento, quello di Daesh. Come in Siria e in Iraq, gli uomini del califfo hanno sfruttato l’assenza di un’autorità centrale per costruirsi un proprio autonomo centro di potere. La crescente presenza di Daesh ha riportato d’attualità l’ipotesi di un nuovo intervento militare da parte della Nato in Libia. A questo proposito, i recenti raid aerei statunitensi contro alcune postazioni di Daesh nel nord-ovest del paese sottolineano come ormai alcuni governi occidentali  si siano resi conto che per fronteggiare il califfo in Libia sia necessario utilizzare la stessa strategia usata contro il califfo in Siria e Iraq.

Tuttavia, in Europa diversi paesi, specialmente Francia e Italia, preferiscono evitare di sostenere, per il momento, l’ipotesi di una nuova operazione militare in Libia. La paura di entrambi gli Stati è che un nuovo intervento occidentale in Libia possa finire per creare soltanto nuovi malumori tra il popolo libico e danneggiare il già fragile processo di riconciliazione tra l’Assemblea di Tobruk e quella di Tripoli. Nel caso in cui però non si dovesse riuscire a trovare un compromesso sul nuovo governo di unità nazionale e Daesh continuasse a espandersi allora anche la posizione di Italia e Francia potrebbe cambiare. A questo proposito, però, vale la pena notare come i due paesi, da cui è probabile dipenderà il futuro della Libia, abbiano in realtà due visioni diverse.

La Francia infatti sebbene non si sia ancora apertamente schierata in favore di un intervento militare di qualsiasi tipo nel paese nordafricano, non può nascondere la sua preoccupazione per la crescente influenza che Daesh e Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) stanno acquisendo nell’area. Secondo alcune fonti giornalistiche, truppe speciali francesi sarebbero già in Libia per monitorare la situazione e preparare un’eventuale offensiva contro Daesh. Il governo francese teme, infatti, che una Libia in cui gruppi jihadisti possono agire indisturbati rappresenti un grave fattore di destabilizzazione per tutta l’Africa nord-occidentale. Una regione, quella africana in cui la Francia è già intervenuta ed è tuttora presente per contrastare gruppi terroristici, come in Mali, o per mettere fine a veri e propri conflitti settari, come in Repubblica Centrafricana. Per salvaguardare la stabilità dell’Africa occidentale il governo francese potrebbe anche decidere di non aspettare la formazione di un governo di unità nazionale e passare dalla parte degli Stati favorevoli ad un intervento militare in Libia contro Daesh.

Diversa, almeno sino a ieri, la posizione del governo italiano. La priorità per Roma era quella della formazione di un governo libico di unità nazionale. Solo una volta accaduto ciò, una campagna militare, su mandato ONU, poteva essere presa in considerazione per contrastare i gruppi jihadisti. Senza il supporto della popolazione locale, infatti, ogni intervento straniero in Libia rischierebbe soltanto di complicare ulteriormente le cose ed esporre l’Italia a ritorsioni terroristiche. Ma le carte, dopo l’ennesimo rinvio sulla fiducia al Governo di Unità si sono ora mischiate, con un’Italia che appare ogni giorno meno fiduciosa nel piano di soluzione proposto e voluto dall’ONU, e che starebbe pensando, proprio insieme a Stati Uniti e Francia, ad un intervento militare.

Per la Libia si apre quindi un periodo di incertezza. Se il governo unitario non dovesse riuscire, in tempi brevi, ad ottenere la fiducia da Tripoli e Tobruk e i dissidi tra le due assemblee su alcuni punti chiave, come quello sul ministro della difesa, dovessero persistere, l’impressione è che la Libia possa diventare il nuovo centro di raccolta per tutti gli aspiranti jihadisti del Sahel e di conseguenza rendere inevitabile l’intervento delle potenze occidentali, con risultati potenzialmente devastanti per il futuro del paese e di tutta la regione.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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