La legge Sullo, declino di un astro nascente

04/02/2015 di Lorenzo

L’astro nascente della DC e Ministro dei Lavori Pubblici, Fiorentino Sullo, nel 1962, tentò inutilmente di bloccare la speculazione edilizia che stava colpendo il Paese. Attaccato dai media, distrutto dai partiti e emarginato dai suoi stessi colleghi, ne uscì distrutto politicamente. La sua unica colpa? Quella di tentare di servire più gli interessi generali che quelli particolari

Legge Sullo

«Dal punto di vista del costume, la battaglia urbanistica è stata, ed è, una battaglia morale». Così scriveva Fiorentino Sullo — astro nascente della Democrazia Cristiana nonché il più giovane deputato eletto nel 1946 all’Assemblea Costituente— nella prefazione del suo libro Lo scandalo urbanistico, scritto nel 1964, sugli avvenimenti di quegli anni nei quali egli fu chiamato a ricoprire il ministero dei Lavori Pubblici nei governi Fanfani IV (1962-63) e Leone I (1963).

Sullo sfondo del miracolo economico italiano, il Belpaese stava attraversando un periodo di intensa crescita, destinata, però, ad arrestarsi. Al termine di tale processo ci sarebbe stata un’altra Italia. Cosciente di ciò, il ministro Sullo riteneva il Paese si trovasse inannzi ad un processo unico di trasformazione, in buona parte fisiologico ma anche patologico. Il boom e la ricostruzione avevano generato un vero e proprio capovolgimento economico, una transazione da un sistema agricolo ad uno industriale in continua espansione; ma anche geografico, al centro di un grandissimo flusso migratorio interno, dai caratteri patologici, che dalle campagne -soprattutto quelle del Mezzogiorno – guardava alle città del Nord Italia e ai loro poli industriali. Tali avvenimenti, oltre a trovare impreparati i governanti dell’epoca, generarono il dilemma di una nuova legge urbanistica che ben si adattasse alle sopraggiunte esigenze abitative e che evitasse il dilagare della già incombente speculazione edilizia. Una legge urbanistica, al passo con i tempi, indispensabile affinché l’Italia potesse superare al meglio quel periodo di profonda trasformazione.

I prezzi delle case in città erano cresciuti di pari passo con l’aumento della domanda, causata proprio e dalle migrazioni interne e dalle rinnovate disponibilità economiche. La difficoltà che molti amministratori locali lamentavano era quella dell’enorme costo di realizzazione di edilizia popolare, causata dagli elevati costi dalla rendita fondiaria dei terreni. Si avvertiva, inoltre, un importante vuoto normativo in merito, una legge urbanistica ben ponderata avrebbe tagliato alla radice il fenomeno speculativo. Nello specifico la proposta era di espropriare ad un prezzo fisso tutte le aree necessarie all’espansione urbanistica, indipendentemente dalla loro destinazione finale nel piano regolatore, permettendo di concedere un indennizzo equo a tutti i possidenti. La mancanza di tale regolamentazione, metteva in mano alle amministrazioni comunali (nella persona dell’assessore all’urbanistica) un “pennellino d’oro”: egli decideva arbitrariamente se i terreni privati, soggetti ad esproprio, fossero destinati alla pubblica utilità abitativa, e quindi diminuite nel loro, ovvero alla realizzazione di infrastrutture e servizi e, dunque, sopravvalutate fino al 50%.

La speculazione sui terreni edificabili divenne terrificante: i suoli costavano molto e dunque i costruttori che li acquisivano dovevano sfruttarli al massimo, costruendo palazzi molto alti e sfruttando ogni porzione di terreno. Il risultato di ciò fu lo strazio del paesaggio e lo stravolgimento delle aree urbane fino ad allora concepite. La pressione per la costruzione di nuove abitazioni era così forte e i profitti così elevati che furono violati i piani regolatori, invasi i parchi naturali, costruito senza alcun disegno razionale ma solamente laddove si profilavano grandi affari. Le amministrazioni locali divennero ancor più corrotte, furono violate le leggi sulle costruzioni, con un aumento inumano di fabbricati costruiti con pessimi materiali. Intanto, i prezzi delle nuove costruzioni salirono alle stelle: tra il 1953 e il 1963 si triplicarono, mentre il prezzo delle aree edificabili di decuplicò, a tutto vantaggio dei proprietari terrieri che spesso facevano pressioni circa le aree da rendere edificabili.

La commissione urbanistica, istituita da Sullo nel luglio 1962, produsse un disegno di legge per la riforma della legislazione urbanistica (d.d.l. Sullo). Se approvata in aula, questa riforma avrebbe consentito soprattutto ai grandi centri urbani, destinatari dei flussi migratori, di far fronte a maggiori oneri per le infrastrutture di urbanizzazione e per i servizi pubblici e sociali, finanziandoli con le entrate derivanti dalla cessione delle aree edificabili – espropriate a prezzo di fondo agricolo – e successivamente aggiudicati con procedura di asta pubblica alle imprese edilizie private. Questo meccanismo avrebbe sicuramente portato, nelle casse degli enti locali, risorse sufficienti a coprire interamente l’aumento dei costi, chiudendo i bilanci in pareggio, salvaguardando l’autosufficienza e l’autonomia della finanza pubblica locale, fino ad allora sostanzialmente rispettata. I proprietari dei fondi in questione sarebbero stati espropriati a parità di condizione (terreni edificati a pubblica utilità ed edificabili) e il ricavato delle successive cessioni all’asta avrebbe consentito di corrispondere a tutti un indennizzo, effettivamente equo, come previsto dall’articolo 42 della Costituzione, salvaguardando al contempo le risorse necessarie per gli investimenti in infrastrutture e servizi e la realizzazione dell’edilizia popolare a costi di acquisto e locazione accessibili. In altri termini, i comuni, incassando parte dell’incremento di valore delle aree, determinate dall’espansione edilizia, sarebbero stati in grado di gestire lo sviluppo urbano in maniera ordinata, provvedendo al finanziamento delle infrastrutture urbanistiche.

L’idea del d.d.l. Sullo era basata su di un trittico di punti: l’esproprio, in cui il comune in questione doveva acquisire a prezzo di terreno agricolo tutte le aree edificabili secondo ferrei criteri; l’urbanizzazione, per conto della quale l’amministrazione locale avrebbe dovuto farsi carico delle strutture urbane (strade, allacci, ecc) e la rivendita, dove l’autorità locale avrebbe ceduto ai costruttori le aree già urbanizzate. La cessione, però, non doveva riguardare la proprietà del suolo in sé (c.d. Diritto di Superficie), ma solamente ciò che veniva edificato sopra di esso, mantenendo quindi intatti i diritti di proprietà. In siffatto modo, i comuni avrebbero potuto predisporre un controllo reale sul piano regolatore.

Dati i tre pilastri del Sullo, è facilmente intuibile agli occhi del lettore, che la legge non venne mai approvata in Parlamento e, anzi, venne addirittura e volutamente travisata come un diretto attentato alla proprietà privata e al diritto della casa. In men che non si dica venne imbastita, contro colui che da molti in quegli anni veniva visto come uno degli astri nascenti della DC, una campagna mediatica senza precedenti. Le forze conservatrici del paese che avevano i loro punti di riferimento nella Confindustria, nell’alta finanza milanese e nel Partito Liberale, azionarono una buona parte dei media a loro vicini contro l’operato e la persona del ministro Sullo. Infelicemente per quest’ultimo, la campagna mediatica coincise anche con la campagna elettorale per le politiche del 28 aprile 1963 ed ebbe su di lui effetti devastanti.

“A casa mia, con un senso di sgomento e di smarrimento più che di curiosità, miei parenti stretti mi chiesero, anche essi, se volessi togliere loro davvero la casa… si può essere lettori ed ammiratori di Pirandello, ma quando si vive la vita di ogni giorno il clima pirandelliano è tragico” (Fiorentino Sullo)

I giornali che maggiormente si distinsero nell’opera di disinformazione furono i quotidiani Il Tempo, Il Sole 24Ore, Il Roma e il settimanale Il Borghese che, nel suo attacco, non tralasciò, con subdola falsità, di entrare anche nella sfera privata del ministro, tacciandolo di omosessualità.  Perfino Il Popolo, testata ufficiale scudocrociata, in una nota, sconfessò pubblicamente il lavoro del suo ministro e componente, affermando che “nel progetto di riforma urbanistica non è assolutamente impegnata la responsabilità della DC”. Defilato anche dalla DC, Sullo ne uscì a pezzi. Durante tutta la campagna, i partiti avversi, soprattutto quelli della destra, rinforzarono il loro bacino elettorale. Tra questi è da annoverare l’impressionante salto in avanti del Partito Liberale che quadruplicò i suoi parlamentari, facendo della lotta alla legge Sullo il suo principale cavallo di battaglia. In tutta risposta, a Sullo fu negata anche la richiesta di andare in televisione e spiegare agli italiani il vero senso e scopo della sua legge. A prova di ciò, è doveroso ricordare che, dove il ministro fu in grado di controbattere alle accuse infondate e spiegare ai cittadini lo scopo della sua legge, aumentò di molto il suo bacino di voti, risultando eletto nel suo collegio elettorale con oltre trentamila preferenze in più rispetto alle elezioni del 1958.

Quello di Sullo che, politicamente parlando, va considerato, più che un semplice tentativo, un vero atto di coraggio, si concluse con un nulla di fatto e con la sua ovvia ostracizzazione dalla politica che conta. Il disegno di legge venne, poi, definitivamente accantonato dal “Governo Balneare” di Leone in attesa di un’apertura al PSI, rimanendo come il primo ed ultimo tentativo di fare i conti e schiacciare la speculazione fondiaria e il caotico sviluppo urbano che tanto tormentarono  l’Italia repubblicana nei decenni a venire.

Sullo, caduto in disgrazia e quasi completamente dimenticato, venne poi rieletto ininterrottamente fino al 1976, ma perse di fatto quel peso politico che aveva assunto fino al 1962. La sua unica colpa fu quella di servire più gli interessi generali anziché quelli particolari (e quindi anche i propri). Ciò finì per compromettere irrimediabilmente la sua carriera politica fino ad allora ascesa. Nessuno lo difese, se non qualche voce sporadica come la campagna effettuata dall’Espresso. Per quanto riguardava l’aula, nessuna forza politica osò spezzare una lancia in suo favore, nemmeno coloro che più si dicevano “vicini ai più deboli”. Di Sullo, invece, ci rimangono queste sempre attuali e speranzose parole contenute nel suo libro, con cui si è voluto analizzare questo pezzo di storia dimenticata «Sarà vinta questa Battaglia dal popolo italiano? Lo spero sinceramente». Per ora (52 anni dopo), caro signor Ministro, siamo ancora, in parte, in trincea.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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