La legge elettorale del Pd di Renzi: come funziona? – prima parte –

21/01/2014 di Luca Andrea Palmieri

Dopo tante attese, è arrivata la proposta di legge elettorale concordata dal segretario del Partito Democratico Matteo Renzi con il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Su Europinione cercheremo di dare una spiegazione, in due parti, quanto più esaustiva possibile dei meccanismi che regolano quello che potrebbe diventare il sistema con cui il Parlamento sarà eletto nei prossimi anni.

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Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico

Le riforme istituzionali – La proposta di legge si incardina in una serie di proposte di riforme istituzionali, sulle quali Renzi premeva da tempo: una riforma del Senato, che dovrebbe perdere il carattere di elettività per diventare una “Camera delle autonomie” e una riforma del Titolo V, che dovrebbe eliminare la materia concorrente (l’art. 117, comma 3 della Costituzione) e restituire allo Stato la potestà in via principale su alcune materie chiave, come l’energia e la promozione turistica. Il fatto che la riforma elettorale rientri in un progetto più ampio è molto importante dal punto di vista elettorale: se il Senato perdesse la sua natura elettiva ovviamente la legge si applicherebbe solo alla Camera, che sarebbe l’unica responsabile della fiducia al governo. La Camera dei deputati vedrebbe così aumentate le sue responsabilità, come prima della riforma del Titolo V del 2001, ma in un sistema decisionale più rapido, scomparendo il doppio voto per ogni progetto di legge (salvo quelli di tipo costituzionale).

Una panoramica – Nello specifico, il disegno di legge elettorale (che prevede una regola “di salvaguardia” per il Senato nel caso la riforma di quest’ultimo andasse per le lunghe) ha come base il modello spagnolo. Il paese sarebbe diviso infatti in 120 collegi (dunque ben più piccoli di quelli attuali), all’interno dei quali vengono scelti i candidati in piccole liste bloccate. La divisione dei seggi avviene su base nazionale, in maniera proporzionale. Chi vince con il 35% però, ottiene un premio di maggioranza che lo porta automaticamente al 53%. Il premio può variare: col 36% si arriverebbe al 54%, con il 37% al 55%. Quest’ultima è la soglia massima: se una coalizione vincesse con il 49% otterrebbe comunque il 55% dei seggi. Nel caso una coalizione o partito non raggiungesse il 35% dei voti si andrebbe a un secondo turno  tra i partiti o le coalizioni col maggior numero di voti, senza possibili apparentamenti. In palio ci sarebbe il premio di maggioranza per arrivare al fatidico 53% necessario a governare. Infine, saranno presenti delle soglie di sbarramento, sotto le quali non sarà possibile ottenere seggi: si tratta del 5% per i partiti all’interno di una coalizione (per esempio il Nuovo Centro Destra qualora si alleasse con Forza Italia), l’8% per i partiti non coalizzati (come una Scelta Civica che decidesse di correre da sola) e infine 12% per le coalizioni (il caso potrebbe essere, oltre quelle classiche, di una coalizione di centro con Scelta Civica, Udc, etc.). Questo è il sistema generale: andiamo a vedere nello specifico i singoli punti.

Le liste e i collegi – Il voto è stato definito “plurinominale”, ovvero con liste bloccate estremamente brevi (massimo 5 candidati per partito o coalizione, i cui nomi saranno presenti sulla scheda), come già nel modello spagnolo (o anche, con alcune differenze, per metà dei parlamentari tedeschi). Sarà importante capire come verranno disegnati i 120 collegi: allo stato attuale pare saranno divisi sulla base della popolazione, ergo ognuno rappresenterà circa 500 mila cittadini. Con questo sistema in ognuno si dovrebbero eleggere, tra maggioranza e opposizione, cinque candidati a seggio (o sei per un quarto dei seggi, a meno che la loro distribuzione non venga lievemente cambiata). Per questo le liste saranno corte: verosimilmente ogni coalizione non riuscirà ad eleggere più di tre, massimo quattro candidati, a differenza delle decine di oggi, con ovvie conseguenze per la campagna elettorale e la rappresentatività, anche se non ai livelli del sistema delle preferenze o di un sistema uninominale. Questo metodo pare accettabile per la Corte Costituzionale: nella famosa sentenza sul Porcellum viene infatti spiegato come il problema delle liste bloccate sia dovuto alla loro eccessiva lunghezza e quindi all’impossibilità di conoscere la storia di tutti i candidati, e viene fatto esplicito riferimento, all’opposto, a sistemi di liste bloccate (citando letteralmente la sentenza) “caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”.

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La Camera dei deputati

La ripartizione dei seggi – La ripartizione dei seggi è però sul piano nazionale. Questo è un punto piuttosto importante, voluto per limitare le proteste dei partiti più piccoli. Per esempio, se il centro-sinistra in un seggio dell’Emilia vincesse col 60%, con il centro-destra e il Movimento 5 Stelle al 20%, non sarebbe su questa base che si ripartiscono i seggi locali, bensì sulla base del risultato nazionale. Quindi, se il centro-destra sul piano nazionale vincesse con il 35%, arrivando così al 53%, nella circoscrizione appena ipotizzata otterrebbe il 53% dei seggi. Va detto che lo squilibrio che sembra nascere viene ridotto dalla quantità di Parlamentari eletti in ogni circoscrizione: la differenza rimane comunque di uno, massimo due. Si riduce così comunque il numero dei rappresentanti delle zone in cui un singolo partito è particolarmente forte, ma si ottiene una più equa distribuzione dei deputati sul piano nazionale. La differenza rispetto al sistema spagnolo (che redistribuisce i seggi sul piano locale) è che si perde il relativo vantaggio che hanno i partiti di stampo locale: non sarà contenta la Lega. Se la distribuzione fosse stata locale, un partito fortemente radicato come il loro avrebbe avuto la possibilità di ottenere seggi in Parlamento anche con percentuali complessive piuttosto basse. Invece così, un partito che avesse percentuali tra il 5 e il 10% a livello nazionale, ma senza picchi a livello locale, riuscirebbe ad avere qualche parlamentare in più (in caso contrario risulterebbe molto sotto-rappresentato, si veda l’esempio spagnolo).

Termina così la prima parte della nostra analisi. Nella seconda vedremo gli altri punti più importanti: il premio di maggioranza, il secondo turno di coalizione, le soglie di sbarramento e gli effetti che la legge avrà sull’ordinamento, chiudendo con le problematiche e le criticità.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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