La legge elettorale del Pd di Renzi: come funziona? – seconda parte –

21/01/2014 di Luca Andrea Palmieri

Foto: Corriere.it

Dopo la prima parte, riprendiamo il discorso sulla legge elettorale proposta dal segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, andando a vedere gli altri punti più importanti: il premio di maggioranza, il secondo turno e le soglie di sbarramento, per poi trarre le conclusioni.

Il premio di maggioranza – Anche il premio di maggioranza sembra andare incontro alle richieste della Corte Costituzionale, fermo restando che se la legge passasse e fosse impugnata da qualcuno, nulla vieta che la Corte sentenzi sulla grandezza del premio (da qualcuno definito eccessivo). La sentenza sul Porcellum però parla esplicitamente della mancanza di una soglia minima di accesso (qua inserita al 35%), criticando indirettamente i risultati delle ultime elezioni, in cui il premio di maggioranza alla Camera ha raggiunto la notevole cifra del 25% dei seggi. Resta da capire come avverrà la distribuzione di questi nel premio di maggioranza: questo è a sua volta un punto importante perché influenza fortemente la rappresentanza. Se, per esempio, i Parlamentari venissero ripescati in base ai risultati delle singole circoscrizioni (ragionando sempre sulla ripartizione ipotizzata nel precedente articolo), la rappresentanza ne gioverebbe dove il partito o la coalizione vincente è andata meglio. Riprendendo il caso supposto del seggio emiliano (csx 60%, csx 20%, m5s 20%), qualora il centro-sinistra vincesse anche il premio di maggioranza, il candidato (o i candidati) penalizzati dalla distribuzione nazionale potrebbero venire ripescati col premio. In caso contrario, non succederebbe nulla (e andrebbero ripescati gli esclusi delle zone migliori del centro-destra o del Movimento 5 Stelle, per esempio). Se invece il recupero dei seggi fosse distribuito in maniera più ampia sul territorio nazionale, questo effetto di ri-rappresentanza verrebbe meno, ma ne gioverebbe il secondo turno, dove il voto indica chi governerà, ma, allo stato attuale, rende meno chiaro a quale candidato si da il voto.

Una scheda elettorale della legge Calderoli
Una scheda elettorale della legge Calderoli

Il secondo turno – Una novità assoluta, per quanto nell’aria da tempo, è il secondo turno di coalizione. Si tratta di un caso unico tra le democrazie occidentali (in Francia c’è per le elezioni presidenziali e per quelle dei singoli deputati, in Spagna il sistema fa si che non ve ne sia bisogno e in Germania le grandi coalizioni sono all’ordine del giorno). Lo svantaggio che questo sistema pone è di ridurre la rappresentanza rispetto al primo turno (coalizioni con meno del 35% arrivano al 53% dei seggi). Questa situazione è però inevitabile per gli scopi conclamati da tempo per la legge elettorale: qualora si vada a favorire la governabilità, perde colpi la rappresentatività, in ogni caso. Lo sanno bene in un sistema maggioritario come quello francese, dove l’elezione di un singolo deputato per circoscrizione fa si che partiti anche col 15%-20% possano avere pochissimi seggi. Il vantaggio è però che il premio di maggioranza così ottenuto ha una forte approvazione popolare, data dal voto stesso, che determina così con certezza assoluta chi vada al governo. Certo, come accennato prima, rimane il problema della ripartizione tra i seggi del premio di maggioranza. Il rischio è che vada riducendosi la rappresentatività, a meno che la distribuzione dei seggi del premio non permetta di sapere in anticipo, nei vari territori, per quale candidato si va a votare, cosa resa possibile da un’ampia distribuzione dei suddetti seggi in tutto il paese.

Le soglie di sbarramento – Infine, c’è la questione delle soglie: 5% per il partito che si presenta in coalizione, 8% per un partito che si presenti da solo e 12% per le coalizioni. Si tratta di soglie più alte di quelle a cui siamo abituati, simili a quelle presenti nel sistema tedesco. Un sistema che effettivamente depotenzia molto i piccoli partiti, che innanzi tutto sono spinti a cercare coalizioni con i partiti più grandi, ma anche a fare un’ottima campagna elettorale, perché ad oggi, nessuno sembra in grado di raggiungere il 5% minimo. Bisogna vedere cosa diranno i vari Vendola, Alfano & co.: di sicuro staranno sudando freddo di fronte a queste cifre. Rimane che verrebbe raggiunto l’obiettivo conclamato di impedire ai piccoli di esercitare un eccessivo potere di ricatto: nel caso entrassero in Parlamento, per loro i rischi di far saltare il banco sarebbero troppo alti (come d’altronde insegna la storia recente, nei casi di Rifondazione Comunista e Udc).

A chi giova? – Questo sistema giova sicuramente ai grandi partiti, e soprattutto a chi tende a costruire coalizioni come il Partito Democratico o Forza Italia. Viene meno in aiuto del Movimento 5 Stelle, data la sua ritrosia per le coalizioni: certo è però che col sistema attuale per loro poco cambierebbe, visto che appare improbabile (almeno al momento) che una delle forze politiche sia in grado di arrivare al 51% assoluto dei voti. Quel che cambia è sostanzialmente che il vincitore, in effetti, avrebbe modo di governare, con una base elettorale resa sufficientemente ampia, allo stato attuale, soprattutto dal secondo turno. Alcuni dubbi di natura tecnica rimangono: oltre a quelli segnalati prima, viene da chiedersi cosa succederebbe nel caso in cui il sistema andasse in una direzione bipolare e due coalizioni o partiti superassero il 35%: viene però naturale pensare che vinca chi ha il risultato migliore.

Questa legge elettorale darebbe non pochi grattacapi al Nuovo Centro-Destra del vicepremier Alfano
Questa legge elettorale darebbe non pochi grattacapi al Nuovo Centro-Destra del vicepremier Alfano

Le criticità – Non mancano anche delle criticità. Per esempio, il sistema delle liste bloccate piccole è sicuramente migliore rispetto a quello del Porcellum, ma è anche nettamente migliorabile. Lo abbiamo visto all’interno dell’articolo, con tutte le situazioni di rischio per la rappresentatività e i vari compromessi che possono essere trovati. Una soluzione migliore potrebbe trovarsi nell’aumentare il numero dei collegi: più sono, meno sono i candidati eletti al loro interno (in Spagna in media sono quattro). In questo modo la rappresentatività sarebbe più elevata (sarebbero massimo due i nomi che un partito o coalizione può aspettarsi di eleggere nel singolo collegio). Ne soffrirebbero però i partiti più piccoli, aggiungendosi alla soglia di sbarramento “artificiale” una “naturale”, come nel sistema iberico. Certo, se non si vuole ragionare sulle preferenze (che comunque hanno un cinquantennio di pessima fama alle spalle, ai tempi del sistema proporzionale italiano), il sistema migliore sarebbe un uninominale. Allo stesso tempo l’ampiezza del premio di maggioranza lascia perplessi. Data la tripartizione del sistema politico attuale il metodo sembra efficiente, ma una soglia del 40% non avrebbe lasciato dubbi su quale fosse la forza dominante nel paese, in particolare se il sistema tendesse al bipolarismo. Senza contare che in questo modo si riduce il rischio di apparentamenti interni ai partiti più grandi, con la presa “in pectore” da parte di un partito di maggiori dimensioni di rappresentanti di partiti più piccoli nella speranza di arrivare alla fatidica soglia del 35% (per esempio, se Forza Italia candidasse nelle sue fila rappresentanti di partiti più piccoli del centro-destra per accedere al loro bacino elettorale).

Dunque è questa la base su cui dovrebbe lavorare il Parlamento. Per quanto Matteo Renzi abbia parlato di un pacchetto che non sarà “a-la-carte”, pare difficile immaginare che non vi siano margini di trattativa almeno per singoli particolari tecnici che possono cambiare il senso dell’intera proposta. Probabilmente nei prossimi giorni ne vedremo delle belle. Perché si sa, alla fine il diavolo sta, soprattutto, nei particolari.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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