La guerra in tasca

13/01/2015 di Francesca R. Cicetti

Sono molti i conflitti con cui entriamo in contatto ogni giorno, senza rendercene conto. La solidarietà non è mai da criticare, ma siamo purtroppo abituati a piangere per la guerra solo quando la abbiamo in casa, vicino a noi

Guerra in tasca

Dal dolore per la strage, la paura di averla avuta in casa. Qui vicino, a pochi passi. Violati come quando si viene rapinati in un vicolo buio. Come quando entrano i ladri in appartamento. E meravigliati, colti alla sprovvista. Perché la guerra è una storia molto distante, da ascoltare al telegiornale, come terza notizia, prima di tornare a guardare nel proprio piatto. Non è neppure colpa nostra. Serve la vicinanza per attivare l’empatia. E noi crediamo di essere molto lontani.

Invece andiamo in giro ogni giorno con un pezzo di guerra in tasca. Il nostro tablet. Il telefonino, il computer. Il carburante delle nostre automobili. Abbiamo in tasca la Terza Guerra Mondiale a pezzetti. Perché si combatte un po’ qui, un po’ lì. In Siria, in Iraq, in Ucraina, sulla striscia di Gaza. In Congo, dove ci si fa la guerra per il coltan. Ci si ammazza per costruire microprocessori. Ma dal momento che non esiste una solidarietà di prima o di seconda scelta, ben venga essere Charlie, e ben venga anche non esserlo. Ben venga persino la corsa spudorata all’opinione divergente. Chi è Charlie, chi non lo è, chi vorrebbe esserlo. Ben venga qualsiasi cosa, purché si sappia. Ben venga anche l’ipocrisia, se serve all’informazione. Ben venga la rivendicazione della libertà di espressione, anche se per un giorno solo, ben venga la sfilata dei capi di stato. Una sola mattinata, un’ora soltanto. Ben venga Abu Mazen accanto a Netanyahu, nonostante l’invito di Hollande a lasciar perdere. A non presenziare. Formalmente, per non portare il conflitto Israelo-palestinese in una marcia che doveva simboleggiare l’unione. Forse era un boccone troppo amaro.

Va bene la solidarietà, anche se è una formalità, una gentilezza. Un obbligo di stato o un obbligo sociale. Va bene anche marciare uno accanto all’altro, per dieci minuti. Anche se gli ufficiali della scorta sono come il muro di Gerusalemme. Dividono. Va bene stare vicini, anche se per le strade di Betlemme i venditori ti domandano un soldo per i figli che combattono a Gaza. Vogliono comprarti per cento cammelli, poi all’orecchio ti confessano di averne solo uno. E che un cammello basta. Ti chiedono se per caso vuoi sposare il loro primogenito, una volta fuori dalla prigione. Manifestava, lo hanno arrestato. Ma tra quattro anni sarà fuori. Basta avere un attimo di pazienza.

Ma va bene la solidarietà, migliora la salute. Basta ricordare che la guerra la abbiamo sempre in tasca. Spezzettata, sotto forma di piccoli oggetti, di notizie, di idee. Ci accompagna da quando ci svegliamo fino alla sera, è sempre con noi. Anche se ora sembra più vicina, alle porte, in realtà da anni entra dalle finestre. E la soluzione non è chiudersi negli armadi, infilare la testa sotto le coperte, come propone qualcuno. La soluzione non è sospendere Schengen, tanto per citare una delle proposte ultimamente più in voga. Perché se gli attentatori mirano ad eliminare la libertà di stampa e di espressione, sarebbe piuttosto sciocco eliminare da soli anche quella di circolazione. Anche se le cose sciocche, a volte, ci riescono molto bene.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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