La guerra nel 2013? Quella delle valute

15/03/2013 di Giacomo Bandini

Non è una novità, in passato ve ne sono state molte e persino di peggiori, ma anche il 2013 è iniziato sotto l’egida di una guerra: quella della valute. Una guerra silenziosa per i comuni cittadini, perlomeno in un Paese come il nostro in cui i problemi appaiono ben peggiori e sembrano derivare soprattutto dalla mal politica e dall’ingovernabilità cronica di cui soffriamo dal dopoguerra in poi. Nell’anno nuovo si doveva ricominciare ad affrontare il tema della disoccupazione e dell’offerta di lavoro da ripristinare ai livelli pre-crisi. Eppure, ciò che subito ha iniziato a preoccupare gli economisti di tutto il mondo, è stata la moneta e il suo andamento da cui, per l’appunto, derivano le sorti dei sistemi produttivi globali.

Guerra valutaria YenUna delle cause scatenanti è emersa a gennaio quando il Giappone ha deciso di alzare l’asticella dell’obiettivo inflazionistico dall’1% al 2%, in concomitanza con la svalutazione dello yen del 10% sul dollaro e del 14% sull’euro, decisa per poter incrementare il proprio quantitativo di esportazioni e ricavare una posizione più concorrenziale sui mercati e combattere il rischio deflattivo che da anni attanaglia il sistema giapponese. Attualmente lo yen ha raggiunto una svalutazione totale del 20%. Un ribasso quasi da scenario post-bellico.

La colpa, però, non appartiene totalmente agli agguerriti nipponici. Ritornando indietro negli anni torna alla memoria il 2008 e lo scoppio della crisi. Quale fu la prima strategia messa a punto dalla Fed? Stampare moneta in quantità inverosimile e giocare col dollaro al ribasso, al fine di assorbire tutti i titoli possibili in circolazione e salvare così l’intero sistema finanziario e bancario da un possibile crollo. Un meccanismo seguito a ruota da tutte le economie forti ed emergenti del periodo: in primis la Cina, il Brasile, la Corea, l’India. Tutti paesi dalle percentuali di produzione ed esportazione elevatissime e che per sopravvivere allo tsunami economico e salvaguardare la propria recente crescita hanno abbassato notevolmente il valore della propria moneta. Dunque, se quest’anno verrà ricordato come quello della “currency war” non è solamente colpa del Giappone.

La domanda spontanea riguarda ovviamente le sorti dell’euro. Come si posiziona la nostra moneta all’interno di questo Risiko? L’euro ha le mani sostanzialmente legate. Innanzitutto perché le sue stesse regole, ovvero quelle dettate dalla Banca Centrale Europea di Draghi, non permettono un rilancio sul piano della svalutazione. Il mandato della BCE, difatti, si limita alla regolazione migliore dei prezzi interni alla zona Euro e ad assicurare la massima competitività possibile dei meccanismi di mercato nell’Ue. Fra queste non rientra, ovviamente, il potere delle Banche Centrali del resto del mondo di applicare politiche sciolte e personalistiche. La Fed perlomeno può occuparsi del problema occupazionale quasi “a piacimento”, la Banca Centrale Giapponese ha dato fuoco alle polveri in totale indipendenza e così via quelle degli Stati emergenti. La BCE non può, per via dei suoi stessi meccanismi di funzionamento.

Se a tutto questo si aggiungono le diverse opinioni dei banchieri centrali di Francia e Germania e una rivalutazione dell’euro sistematica come quella avvenuta fino a gennaio bisogna aspettarsi uno scenario caldissimo nel corso del 2013. I problemi che impediscono all’euro di diventare maggiormente competitivo colpiscono da vicino non solo la grande Germania e la sua politica esportatrice, ma anche la piccola Italia che delle esportazioni ha altrettanto bisogno se vuole uscire dal tunnel nero imboccato qualche anno fa. Dal G20 tenutosi a metà dello scorso febbraio in molti  sono rimasti delusi. E’ stata negata non solo la “dichiarazione di guerra” fatta dai giapponesi ma anche l’esistenza di una “currency war”, elemento, invece, piuttosto evidente. I toni del comunicato finale difatti sono stati piuttosto distensivi e, nonostante la richiesta di alcuni leader occidentali di giungere a una momentanea tregua, il premier nipponico Shinzo Abe non ha negato la possibilità di una futura ri-svalutazione dello yen.

Alla luce della situazione in corso e dei probabili sviluppi futuri si profilano dunque due nuove posizioni di cui è necessario essere consapevoli. La prima è che la stessa indipendenza delle banche centrali nelle scelte potrebbe rivelarsi dannosa per l’intero sistema. La crisi globale ancora lungi dall’essere spazzata via continuerà ad avere strascichi a breve-medio termine, trascinando con sé proprio la posizione privilegiata delle banche centrali autonome. Se le regole vigenti fra di esse non verranno rinnovate sfavorendo le prese di posizione anti-competitive si verificheranno notevoli squilibri economici e politici a causa dei quali i Paesi in difficoltà come l’Italia soccomberanno ulteriormente. In secondo luogo i Paesi emergenti devono rendersi conto della propria logorante aggressività. Mentre i Paesi già avanzati stanno rallentando all’interno del proprio ciclo economico e produttivo, quelli in via di sviluppo al contrario non vogliono fermarsi per nessuna ragione senza riflettere sui problemi causati da una potenziale guerra delle valute. E’ risaputo che il termine guerra non porta mai effetti positivi, chissà che questa non apra un baratro senza fondo nel già dissestato mondo dell’economia.

The following two tabs change content below.

Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus