La guerra monetaria, silenziosa, delle Banche Centrali

19/11/2013 di Giovanni Caccavello

Durante la Crisi, tutti gli istituti monetari più importanti del globo conducevano politiche monetarie convergenti. Ora, le politiche di Draghi, Carney, Kuroda e Yellen divergono e ognuno torna a pensare ai propri problemi.

“Guerra monetaria Silenziosa” – Nel corso degli ultimi mesi, a seguito di una situazione macroeconomica che mostra i primi segnali incoraggianti di ripresa, le più importanti Banche Centrali hanno incominciato a mostrare interessi giustamente divergenti. Se tra il 2008 ed il 2010-2011 (anno dello scoppio e dell’inizio della recessione nella Zona Euro) i quattro istituti monetari più “potenti” del mondo hanno condotto politiche monetarie molto convergenti, a partire dal 2011, ed in particolar modo con l’inizio del 2013, i comitati centrali con i rispettivi presidenti si sono lentamente spostati su visioni differenti, mettendo in luce come i percorsi e le previsioni economiche dei singoli paesi inizino a differire in modo evidente.

Bank of Japan – Il 26 Dicembre 2012, meno di un anno fa, Shinzo Abe, figura politica di centro-destra, presidente del Partito Liberale Democratico giapponese e capo dell’ala nazionalista del partito, è diventanto primo ministro del paese del Sol Levante. Da quel momento molte cose stanno faticosamente cambiando, soprattutto grazie al programma monetario ed economico imposto dallo stesso presidente giapponese. Haruhiko Kuroda, presidente della Banca Centrale del Giappone ha ricevuto a fine 2012 un mandato molto ampio ed il 4 Aprile 2013 ha attivato una delle “freccie” dell’Abenomics: l’acquisto, per 1,4 trillioni di Dollari, di attività finanziarie della banche del sistema (azioni o titoli, spesso tossici). Questo programma, detto “Quantitative Easing”, è stato di fondamentale importanza per far crescere il Giappone di circa il 2% a fine 2013. Scopo di questo programma, insieme alle politiche fiscali impostate da Abe (imponente spesa pubblica e abbassamento delle tasse) e ad una svalutazione dello Yen, è quello di far ripartire l’economia Giapponese dopo più di vent’anni di deflazione. Il Giappone, da fine 2012, seppur aderendo a tutti i trattati internazionali per la ristrutturazione delle banche (Basel III), ha iniziato a seguire una strategia diversa dalla FED, dalla BCE o dalla Banca D’Inghilterra.

Guerra Monetaria, bce, fed, giapponeBank of England – La Banca Centrale d’Inghilterra, con a capo Mark Carney, ex governatore della Banca Centrale Canadese, fino all’inizio del 2013 ha seguito pari passo le mosse effettuate dalla BCE e dalla FED. Adesso che i dati hanno segnalato una ripresa economica più stabile di quanto previsto (miglior economica dei paesi sviluppati nel 2013 e previsioni che segnalano il medesimo trend per tutto il 2014 e anche la prima parte del 2015) le strategie della Bank of England stanno sensibilmente cambiando. Durante un intervista per il “Wall Street Journal” di settimana scorsa Carney ha sottolineato come, viste le previsioni di una riduzione della disoccupazione sotto il 7% entro la metà del 2013 (un anno prima di quello che l’istituto nazionale di Statistica britannico aveva stimato pochi mesi fa), di un sensibile miglioramento delle condizioni di credito e di un’inflazione ben sopra l’obiettivo del 2%, il Comitato Centrale stia pensando di incominciare ad alzare in modo graduale il tasso di interessi prima del previsto ed incominciare a ridurre, sempre in modo saggio, i programmi di Quantitative Easing messi in atto per stimolare l’economica del Regno Unito.

Questa iniziativa, proprio a causa di un miglioramento sensibile dell’economia britannica, va esattamente in contro tendenza rispetto al decisioni delle altre due banche centrali, FED e BCE.

Federal Reserve – Nel gennaio 2013 Ben Bernanke, attuale presidente della FED lascerà il mandato nelle mani di Janet Ellen, attuale vice-presidente della banca centrale più potente del mondo e prima donna che ricoprirà tale fondamentale ruolo. Pochissimi giorni fa, il 14 Novembre, durante una riunione del comitato centrale dell’istituto monetario, Ellen ha tranquillizzato tutti, spiegando che è ancora presto per pensare ad una riduzione delle misure non convenzionali avviate da Ben Bernanke nel corso di questi ultimi anni per rilanciare l’economia statunitense. Il Quantitative Easing da 85 miliardi al mese, il tasso di interesse molto basso (0,50%) e l’acquisto di bond non sono in pericolo e, finché gli Stati Uniti non saranno capaci di avviare una ripresa economica completa, vigorosa e stabile, non si parla assolutamente di ridurre gli stimoli monetari. Per la Banca Centrale Americana, e stando alla parole del prossimo presidente della FED, dunque, la disoccupazione rimane ancora troppo alta, la ripresa economica pari al 2,8% non consente di stare completamente tranquilli, il tasso di inflazione non è un problema di notevole importanza in questo momento e il mondo finanziario ha bisogno di ancora un po’ di “zucchero” (parola usata dal Senatore Repubblicano del Nebraska Mike johanns) per stare tranquillo.

Banca Centrale Europea – La BCE, invece, ora si trova in una situazione molto spiacevole. Una crescita media pari allo 0,4% nell’Euro Zona, lo spettro della deflazione alle porte (Grecia, Spagna, Irlanda hanno già raggiunto un tasso di inflazione pari a 0 o addirittura negativo) e una costruzione istituzionale molto ambigua che non permette all’istituto monetario di agire come una vera Banca Centrale. Peter Praet, membro del comitato esecutivo, ha spiegato, sempre nel corso degli ultimi giorni, che la Banca Centrale Europea, dopo aver abbassato il tasso di interesse allo 0,25% (minimo storico) sta pensando ad essere più aggressiva, utilizzando se necessario dei tassi di interesse negativi e l’avvio di un programma di Quantitative Easing mai avviato prima d’ora dallo stesso istituto causa pressioni provenienti dai paesi “virtuosi”, Germania e Finlandia in testa. La Banca Centrale, dopo aver svolto un lavoro incredibile nel corso di questi ultimi anni nonostante tutti i suoi problemi strutturali, sembra però star esaurendo le idee e, nel caso in cui i paesi più “forti” (economicamente parlando) non cederanno sulle loro posizioni, sarà difficile che la Banca Centrali adotti politiche monetarie ancora più accomodanti di quelle attuali ed avvii un programma di acquisto di titoli ed azioni nel “mercato definito”.

Le prossime “Battaglie” – Se nel Regno Unito ed in Giappone la situazione macroeconomica si stia stabilizzando mostrando come, nel primo caso l’economia britannica si stia avviando verso un periodo di solida ripresa, mentre nel secondo l’economia nipponica stia finalmente uscendo dalla deflazione, negli Stati Uniti e soprattutto in Europa la strada economica è più tortuosa.

Appurato che gli Stati Uniti stanno andando nella direzione giusta e la disoccupazione sta calando, il programma avviato dalla FED per rispondere alla Grande Crisi Finanziaria del 2007-2008 ha un dilemma di fondo: incominiciare il “tapering” (riduzione degli stimoli) con grosse conseguenze a livello mondiale con svalutazione delle valute dei paesi in via di sviluppo, innalzamento del tasso di interesse e diminuzione degli investimenti in mercati come India, Brasile, Turchia, Indonesia, Sud Africa oppure continuare con il Quantitative Easing aiutando ancora una volta i grandi istituti finanziari e le Borse Valori che nel corso del 2013 hanno raggiunto livelli da “Bolla”? La soluzione non è facile e Janet Ellen avrà i suoi bei problemi da risolvere.

La BCE, invece, è come sempre prigioniera di se stessa. Gli sforzi fatti fino ad ora sono ammirevoli e considerevoli. Lo stallo attuale sembra dovuto al fatto che senza un “riforma” del mandato dell’istituto le politiche monetarie risultino sempre essere meno efficienti di quello che potrebbero essere. Deflazione o no, crescita o no, alla lunga il rischio è che la previsione di una frattura insanabile nella Zona Euro si faccia sempre più concreta. I rischi e i benefici di un ritorno alle monete nazionali non si conoscono ma piuttosto che continuare così senza modificare lo statuto della BCE è meglio pensare a soluzione alternative, anche che mettano in discussione l’Euro.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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